Sull’aborto i media hanno coltivato coscienze

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di Massimiliano Padula, docente stabile di “Scienze della comunicazione sociale” presso la Pontificia Università Lateranense

Quanto ha influito la comunicazione mediatica sulla questione aborto? I media hanno contribuito nell’ultimo secolo a orientare scelte e opinioni, hanno coltivato coscienze e costruito immaginari collettivi. Oggi il tema necessita di una ricomprensione soprattutto dal punto di vista comunicativo.

Ci sono temi complessi, che toccano la pancia e il cuore delle persone. Sono argomenti di difficile interiorizzazione, spesso letti alla luce di apparati valoriali precostituiti o ancora peggio sfumati da oscurantismi ideologici. Sono temi che talvolta oltrepassano il dibattito misurato e rischiano di confondersi in dispute sterili, in contrapposizioni di maniera, in conflittualità vuote. Riguardano l’uomo nella sua totalità, ma anche nella sua debolezza, nel suo essere limitato a dare sempre e comunque risposte certe e giuste. Tra questi c’è sicuramente la questione “aborto”. La parola deriva dal latino ab orior che significa perire, morire, venire meno nel nascere. È il contrario di orior (nascere) e rimanda all’intimità e al mistero dell’esistenza: quel perché nasciamo e viviamo che contraddistinguono i principali interrogativi di senso di un’umanità che si riflette nella società e contribuisce ogni giorno a cambiarla. Non deve sorprendere, quindi, che una questione così composita riempia il dibattito pubblico da più di 40 anni. L’indicazione temporale fa riferimento al contesto italiano e a quel referendum che, nel maggio del 1981, vide milioni di cittadini ribadire il proprio appoggio alla legge 194 che tre anni prima depenalizzava l’interruzione volontaria di gravidanza. La discussione era iniziata almeno un decennio prima diventando velocemente una delle istanze principali del movimento femminista e dei movimenti politici radicali. Aveva cioè cominciato a introdursi nell’opinione pubblica una tematica fino ad allora considerata tabù non solo da un punto di vista giuridico, ma soprattutto etico. Il peccato “aborto” era, infatti, quanto più di immorale potesse esserci come si ribadiva nella Costituzione pastorale del Concilio Vaticano II Gaudium et Spes: “Dio è padrone della vita, ha affidato agli uomini l’altissima missione di proteggere la vita. (…) L’aborto e l’infanticidio sono delitti abominevoli”. Ma venute man mano meno sia le garanzie legislative sia il peso sociale della religione a causa della secolarizzazione, la questione aborto oggi necessita di un processo di ricomprensione soprattutto da un punto di vista comunicativo.

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I media, infatti, hanno contribuito nell’ultimo secolo a orientare scelte e opinioni, hanno coltivato coscienze e costruito immaginari collettivi. La celebre foto che ritrae Emma Bonino praticare un aborto clandestino (la stessa Bonino ha evidenziato come si trattasse di una simulazione dell’atto) è diventata un vero e proprio manifesto per gli oppositori. Di contro, le tante narrazioni spinte sulle difficoltà economiche o emotive legate alla gestione di una maternità non desiderata, hanno rappresentato la cornice speculativa entro la quale collocare campagne a favore. Questo effetto plasmante era certamente efficace al tempo dei media tradizionali, quando cioè il quotidiano cartaceo, la radio o la televisione fungevano realmente da agenti socializzanti e costruttori di cultura. Oggi la digitalizzazione dell’esistente sta smorzando progressivamente la funzione mediale di orientamento: i giornali hanno sempre meno lettori e la spettatorialità televisiva e l’ascolto radiofonico risentono e si rimodulano alla luce delle continue innovazioni tecnologiche. Questo caleidoscopio di cambiamenti investe anche il pubblico che, se da un lato ha più opportunità di conoscenza, di creazione e condivisione grazie all’estrema disponibilità e facilità dei social media, dall’altro incontra e si scontra con nuove insidie come le fake newsi discorsi d’odio o la disinformazione. Le difficoltà aumentano quando al centro del dibattito ci sono temi di decodifica non immediata, caratterizzati da un linguaggio tecnicistico e scientifico e che riguardano gruppi sociali più ristretti. È successo all’inizio della pandemia da Covid19 quando sono stati arruolati eserciti di virologi per spiegare i segreti del virus e renderlo prossimo e comprensibile a tutta la popolazione. Non succede per cause considerate ancora di nicchia come l’eutanasia o, appunto, l’aborto. La conseguenza del mancato approfondimento produce conflittualità argomentative, tifoserie, urla e contrasti insanabili che possono sfociare nell’odio: o si è a favore o si è contro, senza possibilità di abitare quella zona grigia fatta di ascolto, confronto, buon senso e capacità di immedesimarsi nella posizione altrui. Porsi in media res, non significa evitare di schierarsi né tantomeno assumere posizioni morbide riguardo l’aborto. Vuol dire scegliere di accompagnare e non di giudicare, di formare e studiare e non di affidarsi all’intuizione o alla vulgata corrente. In una sola espressione: decidere di comunicare “senza se e senza ma” che abortire resta un oltraggio alla meraviglia della vita e, nello stesso tempo, spiegarlo con ragionevolezza e competenza. I media digitali favoriscono questa estroflessione del sé, sono luoghi in cui proiettiamo ciò che siamo. In essi, infatti, l’individuo narra e rappresenta la sua umanità fatta di bellezze, ma anche di ombre. È questa la grande opportunità comunicativa offerta dalla cultura digitale: seminare (e non estirpare) il bene. Che nel caso della comunicazione del tema aborto significa coniugare il nostro rifiuto a ogni forma intenzionale di soppressione della vita ed insieme – come ha recentemente ribadito Papa Francesco – assicurare vicinanza, stare vicino alle situazioni, specialmente alle donne, perché non si arrivi a pensare che la soluzione abortiva sia l’unica possibilità.




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