Il bullo, quel mendicante di attenzioni che smaschera la verità

bullismo

(Foto: GagliardiImages / Shutterstock.com)

Se un genitore non sa cosa fare per moderare il comportamento di un figlio cosa si pretende dagli insegnanti? Cosa si pretende dalla Scuola? Sarà forse questa una delle cause del bullismo?

Le statistiche più recenti delle Nazioni Unite riportano che nel mondo 1 studente su 3, tra i 13 e i 15 anni, ha vissuto esperienze di bullismo. Quando la senti così ti sembra una cosa lontana da te. Il mondo è grande e secondo le ricerche 246 milioni di bambini e adolescenti subiscono ogni anno qualche forma di violenza a scuola o episodi di bullismo. Ma, in fondo, questi 246 milioni sono solo un numero, non hanno un volto, né un nome e neppure un paio di occhi nei quali puoi leggere tutto. Non diresti mai che il bullo è proprio quel ragazzino. Quello apparentemente più gracile e sottile che ti fa le fusa, sembra quasi mendicare attenzioni. 

Mi è capitato di incontrare molte classi di studenti negli ultimi mesi, cosa ho trovato tra i banchi? Tanta triste desolazione affettiva. Le generazioni di insegnanti si avvicendando dietro cattedre che talvolta sembrano sempre più sfocate, sbiadite, a metà strada tra il mondo reale e quello virtuale, alla ricerca di un’avanguardia inafferrabile che per certi versi spaventa perché mette in crisi quel sistema vetusto di conoscenze e competenze che la vecchia guardia ha maturato tra le pagine dei tanto cari “libri di testo”. Sì, i ragazzi sono cambiati mentre molti insegnanti sono rimasti attaccati al passato, ai vecchi sistemi didattici che sembrano appartenere a un tempo cristallizzato, apatico, noncurante delle grandi rivoluzioni culturali che i giovani stanno vivendo. 

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Intanto altre generazioni scorrono tra i banchi come acqua torrenziale tra rocce scoscese e appuntite. Perché è questo che siamo diventati noi adulti, rocce appuntite e scoscese tra le quali le vite dei ragazzi scivolano in maniera precipitosa, quasi violenta, costretti a fare grossi salti nel vuoto. E così può capitare di trovarsi di fronte a un genitore che non risponde mai agli appelli dell’insegnante e quando finalmente si presenta al colloquio tutto quello che sa dire di fronte alle molteplici, sfacciate e arroganti intemperanze del figlio è: “Non so cosa fare!”.

E quando senti espressioni del genere la prima cosa che viene da dire è: “Fermate la corsa, voglio scendere”, perché se un genitore non sa cosa fare per moderare il comportamento di un figlio cosa si pretende dagli insegnanti? Cosa si pretende dalla Scuola?

E se un genitore non riesce a contenere il proprio figlio non è forse normale che il ragazzino in questione ritorni in classe con il petto gonfio del gran pavone proprio di chi dice: “Non mi ferma nessuno. Faccio quello che voglio”? E via con gli atti di bullismo, quello sfottò continuo, insidioso, arrogante che genera reazioni emotive nei compagni, gesti di stizza. L’atmosfera in classe si fa ingestibile, fare lezione diventa un’impresa omerica. Eserciti la minaccia del “rapporto”, del famosissimo “2 in condotta” ma serve a poco. Al bullo, quello vero, non interessa niente, non ha tempo da perdere perché non ha tempo da vivere. Il bullo semplicemente non ha. E allora, una piccola esperienza nel mondo della Scuola, mi serve per avere chiara la verità; il bullo non è altro che un mendicante, uno che mendica attenzioni, che chiede di essere visto. Con la sua violenza egli denuncia l’assenza, il vuoto affettivo della sua infanzia. Quel bisogno di sicurezza e di amore che solo una famiglia sana può donare.

Nulla da stupirsi dunque dei casi di baby-gang o di brutte pagine di storia come le violenze di Milano nella notte di Capodanno o quelle dei giorni scorsi: anche quelle sono avventure di bullismo debordate dalle mura scolastiche, ma la storia è la stessa. Eppure io ho visto negli occhi di quei ragazzi un grande desiderio di bene. Ho visto la bontà pura, quella che sa di aver bisogno degli adulti, di qualcuno a cui appoggiarsi, su cui contare. Quel qualcuno siamo noi adulti.  




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Ida Giangrande

Ida Giangrande, 1979, è nata a Palestrina (RM) e attualmente vive a Napoli. Sposata e madre di due figlie, è laureata in Lettere Moderne presso l’Università degli Studi di Napoli, Federico II. Ha iniziato a scrivere per il giornale locale del paese in cui vive e attualmente collabora con la rivista Punto Famiglia. Appassionata di storia, letteratura e teatro, è specializzata in Studi Italianistici e Glottodidattici. Ha pubblicato il romanzo Sangue indiano (Edizioni Il Filo, 2010) e Ti ho visto nel buio (Editrice Punto famiglia, 2014).

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