Fantaprof: la Scuola tra finzione e realtà

3 Marzo 2022

fantaprof

Un’altra moda ha messo piede nelle aule, si chiama fantaprof. In cosa consiste? È un gioco mutuato dal fantacalcio e dal fantafestival, in cui possiamo sentire cosa vorrebbero i nostri ragazzi dalla Scuola.

Forse non tutti sanno cosa sia una papalina. Si tratta di un copricapo tondo, a fondo piatto, che termina per lo più con una nappa penzolante, portato un tempo in casa dagli uomini anziani e di solito associato a un modo di vivere ritirato e abitudinario. Durante l’ultimo Festival della canzone italiana, sentendo la parola papalina più volte ripetuta sul palco ci siamo chiesti cosa fosse. Subito dopo ci siamo chiesti perché all’improvviso venisse così di frequente pronunciata. La risposta è arrivata dalle figlie che, dai loro canali social, sapevano ciò che noi adulti ignoravamo. Si trattava di un gioco, il Fantafestival, che stava spopolando sui social. Non ne sapevo nulla e non sapevo se esserne contento o rattristato. Vivo con figlie e studenti adolescenti: perché non ne sapevo nulla? Non si tratta di una notizia tale da sconvolgere i piani della mia vita, ma il fatto che ignorassi questo mondo parallelo mi ha rivelato ancora una volta, se mai ce ne fosse bisogno, l’eccezionale distanza intergenerazionale che si interpone tra docenti e studenti, ma anche tra genitori e figli.

Le regole del gioco erano semplici, mutuate dal fantacalcio. Con una certa somma di monete particolari, i baudi (sic!), si compravano per la propria squadra alcuni cantanti che guadagnano o perdono punti a seconda che accadano o meno certe cose. Dire papalina, per esempio, faceva guadagnare punti alla propria squadra. Divertente? Non lo so. A giudicare dal gran numero di partecipanti, direi che si siano divertiti. Dal mio punto di vista, però, il giochino andava ad aggiungere falsità a falsità. Spiego. Già quello che accade in TV è frutto di una sceneggiatura, quindi, non reputabile reale. Se poi, alcune frasi stravolgono la realtà per assecondare un secondo mondo parallelo, il gioco si fa molto pesante. Mi fa piacere quando un cantante si complimenta con l’orchestra perché mi sembra un giusto riconoscimento. Se scopro che lo ha fatto per assecondare un gioco ulteriore, però, perde ulteriormente senso tutto ciò a cui stiamo assistendo. Ma quello è Sanremo. È spettacolo. È finzione. Non ne parlerei qui se fosse solo questo, però. È nato negli ultimi giorni, infatti, il fantaprof. E così il mondo cibernetico dei social si insinua nella Scuola. 

Non è la prima volta. Non è nemmeno la prima volta che tormentoni sociali arrivino a in classe. Negli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, il linguaggio dei “paninari” e poi degli “emo” ha varcato le porte delle aule. Si trattava di una riproduzione nelle aule della realtà esterna. Ma sempre realtà era. Poi è arrivato Tik Tok e le cose hanno subìto un upgrade. Alzi la mano chi non ha incontrato un fidget spinner qualche anno fa. Orde di alunni che avevano tra le mani questo oggetto roteante hanno popolato per mesi le nostre aule. Più vicino a noi temporalmente, lo scorso dicembre, venivo colpito dal numero di alunni che, apparentemente senza motivo, grattavano gesso in un bicchiere. Il fenomeno era troppo esteso per non avere qualche spiegazione social. Così era. Alla base c’era un video postato su Tik Tok, virale, nel quale si chiedeva di riparare le aule con polvere di gesso impastata con poca acqua e poi spalmata sulle pareti. Al di là della bontà o meno delle intenzioni, mi sono chiesto come sia possibile che una simile scemenza diventasse così virale e coinvolgesse anche quegli alunni che normalmente in aula sonnecchiano. Quanto potere ha Tik Tok sui nostri giovanissimi: ecco il punto. Arriva così il fantaprof

Le sue regole sono semplici. Metti nella tua squadra alcuni professori e aspetti di guadagnare o perdere punti a seconda di ciò che essi compiono in classe, a lezione.  Il regolamento di base, reperibile su un sito e attraverso una App, può essere usato come riferimento. Anche se bonus e malus sono personalizzabili a seconda della conoscenza dei professori. Eccone alcuni di quelli usati dall’impianto base. L’assenza (per variazione orario o buco) vale 20 punti, relax (inteso come assenza di spiegazione, ma ripasso) 15, una parolaccia 30, 15 per gergo giovanile e correzione immediata, 5 per scrittura alla lavagna, 50 se accompagna in gita, 20 se inciampa o cade. Ma ce ne sono anche più remunerativi e di conseguenza assurdi: 200 punti per capriola sulla cattedra e malore in classe, si arriva a 500 se il prof mostra i capezzoli. Malus? Ad esempio, -100 in caso di catastrofe naturale, -50 se piange in classe. Vale anche il coronavirus perché scatta -30 se risulta positivo al Covid. Stesso malus se mette una nota, -20 se dimentica le verifiche, si sale a -50 se invece litiga con un alunno. Scherzosamente, ma non troppo, si potrebbe impiantare una fenomenologia dei sogni e desideri scolastici degli alunni della classe semplicemente studiando i bonus e malus scelti. Dalla cattedra, solitamente, comprendo i desideri degli alunni guardando i loro gesti, le loro azioni, le parole che pronunciano e quando lo fanno. Attraverso queste piccole osservazioni, costanti, si può intuire il mondo interiore del ragazzo. Non occorre essere psicologo. Basta un poco di attenzione. Basta avere gli occhi aperti sui ragazzi piuttosto che su se stessi. 

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Attraverso questo gioco, per esempio, si potrebbe provare a comprendere cosa desiderano dalla Scuola. Ed, eventualmente, emendarsi. Se, per esempio, l’assenza di un prof garantisce aumento di punteggio, quel prof dovrebbe chiedersi perché la sua assenza sia così remunerativa. Perché agli occhi del ragazzo è meglio che egli non ci sia? È solo il ragazzo che non ci ha capito niente? È solo uno scherzo? Oppure si sta lanciando un messaggio sulla qualità dello stare in aula a lezione? Diverso è invece il discorso del prof che fa guadagnare 30 punti pronunciando una parolaccia. O tempora o mores, avrebbero detto i latini. Che tempi viviamo! Il turpiloquio paga più del linguaggio corretto. Qui dovrebbero interrogarsi anche i genitori: è quello che vogliono dai loro figli? Per quanto ne vedo, qualche genitore potrebbe anche rispondere affermativamente. Così la cattedra diventa trincea tra due mondi con aspettative diverse. Certe volte, addirittura opposte. Arrivato a questo punto, il discorso si fa più pensoso. Perché i nostri studenti vedono come un gran guadagno il non dover andare a scuola? È solo un fatto di pigrizia e stanchezza o c’è dell’altro? Siamo sicuri che percepiscano come un diritto il loro frequentare la scuola? Si tratta sicuramente di un dovere, su questo non si discute. È così normale, tuttavia, che quasi più nessuno lo veda come un diritto? Perché di solito, non si lamentano quando manca un docente? Perché il ripasso è relax e garantisce punti al fantaprof? La lezione di Malala non ha fatto breccia nei cuori dei nostri giovani? Non so se abbiate mai sentito gli alunni chiedere, stizziti: “Ma chi ha inventato la scuola!?”.  Malala, per coloro che non la conoscessero, è una giovane pakistana che all’età di 13 anni è diventata celebre per un blog per la BBC nel quale documentava il regime dei talebani pakistani, contrari ai diritti delle donne e il diritto all’istruzione per i bambini.

È sopravvissuta alla rimozione chirurgica dei proiettili che l’avevano colpita in un attentato, rivendicato dal portavoce dei talebani, perché la ragazza “è il simbolo degli infedeli e dell’oscenità”.

Il 10 ottobre 2014 è stata insignita nel premio Nobel per la pace assieme all’attivista indiano Kailash Satyarthi, diventando con i suoi diciassette anni la più giovane vincitrice di un premio Nobel. La motivazione del Comitato per il Nobel norvegese è stata: “Per la loro lotta contro la sopraffazione dei bambini e dei giovani e per il diritto di tutti i bambini all’istruzione”. “Non mi importa di dovermi sedere sul pavimento a scuola. Tutto ciò che voglio è istruzione. E non ho paura di nessuno”. In occasione del discorso pronunciato quando ha ritirato il Premio Nobel ha ribadito che “un bambino, un maestro, una penna e un libro possono cambiare il mondo”. Forse il fantaprof è solo uno scherzo, una leggerezza dei nostri giovani. O forse no. O forse non per tutti. Faccio queste considerazioni a tre giorni da quando il Ministro Bianchi ha ricordato che, per lui, “Da tempo abbiamo superato l’idea che la Scuola sia soltanto un edificio: essa è il centro della vita collettiva, quasi una pietra angolare di una nuova rigenerazione del contesto urbano, un elemento importante della vita dei nostri territori”. Mi spaventa l’idea che il centro della vita collettiva possa arrivare ad avere al centro il fantaprof. Esagero? Il Ministro declina i propri desideri: “Mi piacerebbe che i nuovi strumenti possano essere usati con la coscienza di avere nuovi strumenti, per cui io so scrivere – e saper scrivere è importante perché significa avere il controllo della parola – ma so usare anche un video, l’immagine, il suono, la musica. Vorrei una nuova normalità fatta di un Paese più conscio di quello che siamo, dei limiti, ma anche delle capacità. Vorrei una Scuola più capace di sentirsi il centro della nostra comunità nazionale. Vorrei una Scuola in cui non soltanto la sicurezza dei corpi, ma delle persone fosse diffusa e condivisa. Vorrei una nuova normalità, che sia per tutti, in cui tutti i ragazzi del nostro Paese, in qualsiasi posto abbiano avuto le proprie origini, sentano di avere gli stessi diritti e si sentano capaci di diventare anche portatori degli stessi doveri”. Ecco di nuovo il discorso dei diritti e dei doveri. Chiudo con una domanda: è reale tutto ciò? I condizionali del ministro possono essere declinati al presente? La sensazione che avverto dal campo è che ci sia ancora molto da lavorare. Il fantaprof, infondo, forse, ci vuole ricordare che la realtà deve ancora mettere le tende, definitivamente, nella Scuola italiana. È una constatazione amara. Sembra, tuttavia, che possa essere un punto fermo per un nuovo inizio.




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Piero Del Bene

Sposo, padre, insegnante di matematica e scienze nella scuola secondaria di primo grado. Catechista e formatore. Dopo la laurea in Matematica ha conseguito il Master in scienze del Matrimonio e della Famiglia presso l’Istituto Giovanni Paolo II della Pontificia Università Lateranense. Con la moglie Assunta si occupano di Pastorale Familiare.

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