CORRISPONDENZA FAMILIARE

Il coraggio di un popolo che sa lottare per la libertà

14 Marzo 2022

Foto: www.osservatoreromano.va

La storia dell’Ucraina del ventesimo secolo è profondamente segnata dalle persecuzioni. Sono pagine drammatica di una storia che abbiamo dimenticato in fretta. Forse anche per questo il Papa polacco volle visitare quella terra a tutti i costi: “Quale carico immane di sofferenze avete dovuto sopportare negli anni trascorsi! Ma ora state reagendo con entusiasmo e vi riorganizzate cercando luce e conforto nel vostro glorioso passato”.

“Ti saluto, Ucraina, testimone coraggiosa e tenace di adesione ai valori della fede. Quanto hai sofferto per rivendicare, in momenti difficili, la libertà di professarla!”: con queste parole, poco più di vent’anni fa, a Kiev “culla della cultura cristiana di tutto l’Oriente europeo”, Giovanni Paolo II rendeva onore ad un popolo che nel ventesimo secolo aveva pagato un duro prezzo per custodire la fede e la libertà. Il Papa polacco aveva fatto di tutto per recarsi in quel Paese e così “abbracciare tanti cristiani che in mezzo alle tribolazioni più dure hanno perseverato nell’adesione fedele a Cristo” (23 giugno 2001). È interessante oggi andare a rileggere quei discorsi, vi troviamo una traccia per il futuro. 

Sono stato più volte in Ucraina, a partire dal 2005. Non sono andato come turista per ammirare le innegabili bellezze artistiche di una storia secolare ma per conoscere da vicino la realtà di un Paese che aveva riacquistato la sua libertà e cercava faticosamente di dare un volto nuovo alla vita sociale dopo decenni di una dittatura che ha tentato in tutti i modi di soffocare l’identità di quel popolo e di cancellare la presenza del cristianesimo. Un tentativo sistematico e attuato con la più ostinata e brutale violenza. Dati alla mano, è impossibile negare che il comunismo sia stato – e purtroppo lo è ancora oggi in alcuni Paesi – il più feroce persecutore della Chiesa. 

La storia dell’Ucraina del ventesimo secolo è profondamente segnata dalle persecuzioni. Uno dei primi luoghi che ho visitato, certamente uno dei più antichi e belli della capitale, è piazza San Michele, su cui si affaccia l’omonima chiesa dedicata al patrono di Kiev. Qui si trova un mausoleo dedicato al genocidio degli anni 1932-33 quando, a causa di una carestia, sinistramente pianificata da Stalin, morirono sette milioni di persone, due a causa della fame e gli altri per malattie ad essa collegate. Una ferita ancora viva nella memoria di un popolo, una tragedia di cui nessuno parla e per la quale nessuno ha mai chiesto scusa. Uno dei tanti drammi dimenticati della storia. 

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I diversi viaggi in Ucraina mi hanno permesso di conoscere l’esperienza dei cattolici che vivono in quella terra e le sofferenze che hanno subito per custodire la fede. Alcuni anni fa padre Pavlo VYshovskyy, un religioso degli Oblati di Maria Immacolata, ha raccolto una lunga e documentata ricerca storica in un libro: “Il martirio della Chiesa Cattolica in Ucraina”, pubblicato in Italia dall’Associazione “Luci sull’est”. L’ho conosciuto personalmente, in quel libro ci sono tanti racconti drammatici, manca il suo, non parla del nonno sepolto vivo a causa della sua fede né di quello che gli è capitato quand’era ancora ragazzino.  Era Natale. Siamo nel 1986, Pavlo aveva 11 anni ma la sua scelta di fede era netta. Nonostante la perestroika di Gorbaciov, il comunismo mostrava ancora i denti. La maestra disse che avrebbe punito coloro che avrebbero partecipato alla Messa di mezzanotte. Lui ci andò con tutta la sua famiglia, tornò a casa verso le 5.00 del mattino e decise di andare a scuola, nonostante la stanchezza. La maestra, avendo saputo della sua partecipazione, lo costrinse a tornare a casa senza cappotto; 5 km nel freddo gelido! Gli hanno causato 8 mesi di ospedale e la perdita dell’udito dell’orecchio destro. Raccontava tutto questo senza usare neppure un aggettivo, senza colorarlo di giudizi. Solo come una semplice testimonianza di fede. 

Il libro presenta una denuncia circostanziata e documentata della persecuzione subito dalla comunità cattolica. Pagine agghiaccianti che portano alla luce una storia che l’Occidente ha dimenticato in fretta. Eppure è una vicenda che accompagna tutto il Novecento. 

Tanti drammatici eventi del ventesimo secolo hanno segnato la vita di questo popolo, non ultimo l’esplosione radioattiva della centrale nucleare di Chernobyl che ha avuto conseguenza tragiche sia per l’ambiente che per le persone. Tutte queste tragedie non hanno soffocato la speranza e la voglia di rinnovamento, come ha riconosciuto Papa Wojtyla nel suo storico viaggio in Ucraina: “Quale carico immane di sofferenze avete dovuto sopportare negli anni trascorsi! Ma ora state reagendo con entusiasmo e vi riorganizzate cercando luce e conforto nel vostro glorioso passato. Il vostro intendimento è di proseguire con coraggio nell’impegno di diffondere il Vangelo, luce di verità e di amore per ogni essere umano. Coraggio! È un proposito che vi onora, e certo il Signore non vi lascerà mancare la grazia per portarlo a compimento”.
Queste parole non appartengono ad un passato remoto, possiamo consegnarle anche oggi ad un popolo chiamato ancora una volta a lottare per difendere la sua libertà. Chi ha tanto sofferto, non teme il combattimento. Se trionfa l’ingiustizia, non viene la pace ma una nuova forma di oppressione politica. Non possiamo stare a guardare. L’Ucraina è parte integrante della storia europea. È terra di confine, questo il significato etimologico del nome, che permette all’Europa di respirare con due polmoni, come amava ripetere Giovanni Paolo II.




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Silvio Longobardi

Silvio Longobardi, presbitero della Diocesi di Nocera Inferiore-Sarno, è l’ispiratore del movimento ecclesiale Fraternità di Emmaus. Esperto di pastorale familiare, da più di trent’anni accompagna coppie di sposi a vivere in pienezza la loro vocazione. Autore di numerose pubblicazioni di spiritualità coniugale, cura per il magazine Punto Famiglia la rubrica “Corrispondenza familiare”.

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