CORRISPONDENZA FAMILIARE

Gianna Beretta Molla, la veste feriale della santità

25 Aprile 2022

Come parlare di santità in una donna la cui vita è stata consumata all’interno del matrimonio? Santa Gianna raccoglie e amplifica la semplicità e l’eroismo di tutte quelle donne che hanno teneramente amato il marito e di tutte quelle mamme che hanno dato la vita per far crescere i figli. Attraverso Gianna impariamo a valorizzare la vita ordinaria come luogo della presenza di Dio.

La santità femminile accompagna tutti i secoli, in ogni stagione della storia troviamo testimonianze esemplari che hanno dato un contributo significativo al cammino della Chiesa. Ma negli ultimi due secoli, con incredibile tempestività, il Signore ha consegnato a molte donne carismi straordinari, facendone testimoni particolari della grazia: Concepción Cabrera De Armida, detta Conchita, Teresa di Lisieux, Madre Teresa di Calcutta, Chiara Lubich… e tante altre. 

La storia della santità al femminile vede anche la presenza di numerose donne sposate. Abbiamo già accennato alla messicana Conchita Cabrera, sposa e madre di nove figli, anche se la sua esistenza si inserisce in una cornice segnata da esperienze mistiche straordinarie. Zelia Guérin e Maria Corsini, invece, appartengono alla santità feriale, vissuta e coltivata nel contesto di una normale vita familiare. A questa categoria appartiene anche Gianna Beretta Molla, sposa e madre di quattro figli (1922-1962). 

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Non è facile raccontare la santità, soprattutto quando abbiamo a che fare con una vita ordinaria. È la stessa perplessità che ha avuto anche il marito, Pietro Molla, quando mons. Carlo Colombo gli disse che Paolo VI desiderava iniziare la causa di beatificazione della moglie Gianna, morta 8 anni prima: “Sentivo una certa ritrosia all’avvio del tuo processo di beatificazione, perché mi pareva di non aver notato in te segni straordinari”. Così scrive in una lettera indirizzata alla moglie nel 2004, a canonizzazione ormai avvenuta. Il Vescovo lo rassicurò spiegandogli che può esistere una vera santità anche in una vita tessuta di eventi ordinari. 

Raccontare la santità di una religiosa che ha fondato una comunità religiosa è assai più facile, la scelta della vita consacrata fa subito pensare ad una particolare luce di Dio, l’intuizione carismatica è un ulteriore e visibile segno della grazia. Possiamo anche trovare sposi che si sono distinti nelle opere di carità attraverso iniziative di particolare valore. In questo caso è più facile rintracciare la santità nelle opere. Ma come parlare di santità in una donna la cui vita è stata consumata all’interno del matrimonio? 

La vita di Gianna è caratterizzata da una grande semplicità, in apparenza uguale a quella di tante altre donne. Senza quel gesto conclusivo, che ha suscitato stupore e commozione in quelli che l’hanno conosciuta, forse anche la santità di Gianna sarebbe rimasta nascosta sotto il velo di un’apparente ordinarietà. Ma il Signore stesso ha voluto sollevare questo velo e offrire alla Chiesa un nuovo volto di santità. All’indomani della canonizzazione (2004), il cardinale Tettamanzi, allora arcivescovo di Milano, ha ricordato che Gianna è la prima santa riconosciuta della diocesi di Milano dai tempi di san Carlo Borromeo (1538-1584), superando in volata tanti altri personaggi, certamente più noti, e tra questi preti e vescovi. Dal momento che nulla accade per caso, attraverso questo fatto Dio vuole insegnare qualcosa. 

Santa Gianna raccoglie e amplifica la santità semplice ed eroica di tutte quelle donne che hanno teneramente amato il marito e di tutte quelle mamme che hanno dato la vita per far crescere i figli. Attraverso santa Gianna impariamo a valorizzare la vita ordinaria come luogo della presenza di Dio. È questa in fondo la sfida più esigente della fede: incarnare il Vangelo nella storia quotidiana, nel solco e in continuità con la folgorante affermazione di Giovanni: “Il Verbo si fece carne” (Gv 1,14). 

Con Gianna la santità veste l’abito feriale: in lei tutto è vissuto all’ombra di una fede semplice e gioiosa. Un’amica d’infanzia di Gianna, con popolare schiettezza dice in un’intervista: “È possibile che sugli altari vanno sempre le suore e i frati? […] Lei rappresenta tutte le mamme”. Nei suoi appunti personali c’è una pagina che raccoglie i suggerimenti che dava alle ragazze di Azione Cattolica affidate alle sue cure. Una pagina di quella spiritualità feriale che dovremmo tutti e più frequentemente praticare.

«Sorridere a Dio, da cui ci viene ogni dono.
Sorridere ai genitori, fratelli, sorelle, 
perché dobbiamo essere fiaccole di gioia,
anche quando ci impongono doveri che vanno contro la nostra superbia.
Sorridere sempre, perdonando le offese.
Sorridere in società, bandendo ogni critica e mormorazione.
Sorridere a tutti quelli che il Signore ci manda durante la giornata. 
Il mondo cerca la gioia ma non la trova, perché lontano da Dio. 
Noi, che abbiamo compreso che la gioia viene da Gesù, 
con Gesù nel cuore portiamo la gioia.
Egli sarà la forza che ci aiuta».

Tra pochi giorni, il 28 aprile, cade il 60° anniversario della sua nascita al Cielo. Un motivo in più per affidare alla sua intercessione le mamme, in modo tutto speciale quelle che sperimentano la fatica di accogliere la vita. 




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Silvio Longobardi

Silvio Longobardi, presbitero della Diocesi di Nocera Inferiore-Sarno, è l’ispiratore del movimento ecclesiale Fraternità di Emmaus. Esperto di pastorale familiare, da più di trent’anni accompagna coppie di sposi a vivere in pienezza la loro vocazione. Autore di numerose pubblicazioni di spiritualità coniugale, cura per il magazine Punto Famiglia la rubrica “Corrispondenza familiare”.

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