A cosa serve la scuola per i nostri figli?

16 Maggio 2022

Lo Stato italiano è tanto insensato da pagare degli insegnanti per spiegare delle cose inutili per vivere? Qual è il valore dell’istruzione? Al di là di leggi e documenti, c’è la mia esperienza personale. Il motivo per cui mi alzo ogni mattino e vado in classe. Un investimento per il futuro dei ragazzi e della società. 

“Niente, raga. Ho iniziato a lavorare ma ancora nessuno mi ha chiesto come si calcola il quadrato di binomio”. Trovo questa provocazione su un profilo social di un ragazzo che qualche anno fa avevo seguito per qualche lezione perché, iscritto al liceo, aveva scoperto che quella non era la sua strada. Dopo qualche anno, col diploma liceale in tasca, ha intrapreso la carriera lavorativa. Non so quale lavoro svolga. Non è nemmeno essenziale. Sarei passato sopra la provocazione, lasciandola cadere, se negli stessi giorni, in aula, dall’altra parte della cattedra, non ne avessi ricevuta una simile da una ragazza molto intelligente che in una seconda media, di fronte ad un semplice problema di ripartizione, pur sapendo svolgere l’esercizio, mi ha chiesto qualcosa di simile: “Prof, ma a cosa mi servirà questo esercizio nella vita?”.

L’ho guardata e le ho chiesto: “Vuoi una risposta superficiale o vuoi che io risponda seriamente?”. Molte volte, infatti, i ragazzi lanciano qualche frecciata anche solo per smuovere le acque. Questa volta no. La ragazza è brava, sa fare le cose. Non ha bisogno di creare diversivi con cui far passare le ore (sempre più spesso i ragazzi ci provano!). Vuole realmente sapere. La sua è una domanda di senso. Non tutti in classe la comprendono. Ripeto, siamo in una classe seconda media. A quell’età convivono tra le stesse quattro pareti, bambini che starebbero bene alla scuola dell’infanzia e ragazzi cresciuti prima del tempo, che si mostrano anche più “vissuti” di un ventenne. Si fa presto a dire “classe” quando, invece, ogni ragazzo è un mondo da esplorare.

Decido di provocare, allora, anch’io. “Hai ragione. Nella vita non ti servirà questa cosa. Come non ti servirà saper risolvere un problema con il teorema di Pitagora. Non ti servirà saper ascoltare un’opera lirica. Saper comprendere un quadro ed i messaggi dell’autore, ti servirà prima o poi? Per non parlare poi della prospettiva e delle proiezioni ortogonali: mica sarai un architetto? E che dire della grammatica? Saper riconoscere il complemento di causa efficiente ti toglierà da qualche impiccio in futuro? E sapere che un sonetto può avere delle rime alternate? Perfettamente inutile”. La ragazza, ma anche la classe, è intelligente e coglie che è una provocazione, ma sta al gioco: “Ma allora, Prof, se non servono, perché ce le fanno studiare?”. “Ottima domanda”. I nostri giovani studiano, per disposizione statale, queste e altre “inutilità”. Rincaro la dose: “Lo Stato italiano è, allora, tanto insensato da pagare degli insegnanti per spiegare delle cose inutili per vivere?”. Scopro con non troppo stupore che anche coloro, che di solito durante la “normale” lezione sonnecchiano, stavolta sono più vigili. Le parole sono troppo inusuali. Credo che pensino che stia per accadere qualcosa. Ora è il momento di lanciare la sfida, raggiungere il nocciolo della questione: a cosa serve la scuola se ci propina solo attività inutili? “Ma infatti!” – Arriva, corale, la risposta. E allora li sfido a rispondere loro stessi: “A cosa serve una struttura tanto inutile e tanto obbligante? Perché lo Stato ti obbliga al punto che i genitori rischiano di essere privati della potestà genitoriale se non permettono ai propri figli di parteciparvi?”.

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Prima di dare forma alla risposta, vorrei, però, fare una considerazione da mettere in chiaro: si tratta dell’orizzonte sul quale si staglia la nostra vita, lo sfondo, la scenografia. Dal sessantotto in poi, in maniera sempre più vigorosa, ognuno di noi si sente autorizzato a mettere in discussione tutto. Il verso “Hey teacher, leave us kids alone!” (Hey, prof., lascia stare i bambini!) dei Pink Floyd ci è entrato dentro fino nel midollo e, insieme ad una temperie culturale concorde, ci ha cambiati. Siamo passati da una situazione di totale controllo sui ragazzi ad una di totale anarchia. Quale potrebbe essere il giusto mezzo? Credo che possa essere l’umiltà di chi riconosce dietro le scelte che altri fanno per noi una certa sapienza anche maggiore della nostra. Chi ha pensato ai programmi scolastici, per intenderci, probabilmente ne sa più di me, più di uno studente o di un genitore: posso anche fidarmi di lui. Abbiamo un po’ tutti smarrito l’umiltà di lasciarsi accompagnare da qualcuno che ha maggiore esperienza. E ciò è vero a tutti i livelli: dal tifoso che ne sa più dell’allenatore al ragazzo che crede di saperne più del proprio insegnante, al paziente che, sempre più frequentemente, vuole spiegare al proprio medico quale cura fare, fino ad arrivare al semplice fedele che pretende dal Papa che faccia ciò che lui, semplice fedele, ritiene giusto. Probabilmente è arrivato il momento di ricominciare a mettere un poco di ordine alle gerarchie in ogni ambito. Forse è arrivato il momento di reimparare a fidarsi di chi ne sa di più. Certo, bisognerebbe allontanarsi un poco dai social, ma questo ci porterebbe altrove. 

La temperie del ‘68 e degli anni che sono seguiti, tuttavia, ci ha lasciato, e questo va ammesso, la libertà che ha sperimentato la studentessa della mia classe quando ha potuto porre la domanda che mi ha rivolto. Essa, se ben compresa, può portare ad una maggiore consapevolezza sulla vita che si è chiamati a condurre. E, alla fine, credo che sia proprio un problema di consapevolezza. A cosa serve la scuola? Va sempre posta questa domanda. Ce la dobbiamo porre noi adulti e dobbiamo essere capaci di rispondere in maniera comprensibile quando i ragazzi ce la pongono. Si può rispondere alla domanda su un duplice livello. Si può rispondere “secondo me”, ma esiste anche la risposta di chi ha contribuito a creare la scuola di adesso. Non vorrei correre il rischio di diventare troppo pesante, tuttavia, qualche normativa va citata. Secondo il Decreto ministeriale del 1979, che dispone i programmi da svolgere nelle discipline della scuola media, essa “risponde al principio democratico di elevare il livello di educazione e d’istruzione personale di ciascun cittadino e … potenzia la capacità di partecipare ai valori della cultura, della civiltà e della convivenza sociale e di contribuire al loro sviluppo”. “Concorre a promuovere la formazione dell’uomo”, “si preoccupa di offrire occasioni di sviluppo della personalità in tutte le direzioni (etiche, religiose, sociali, intellettive, affettive, operative, creative, ecc.). Essa favorisce, anche mediante l’acquisizione di conoscenze fondamentali specifiche, la conquista di capacità logiche, scientifiche, operative e delle corrispondenti abilità e la progressiva maturazione della coscienza di sé e del proprio rapporto con il mondo esterno”.

 In quest’ottica, “le discipline sono strumento e occasione per uno sviluppo unitario, ma articolato e ricco, di funzioni, conoscenze, capacità e orientamenti indispensabili alla maturazione di persone responsabili e in grado di compiere scelte”. In questo modo, “le scienze matematiche, chimiche, fisiche e naturali, con i loro propri metodi e contenuti, tendono a sviluppare sia la capacità logica, astrattiva che deduttiva”. Un fugace sguardo a ciò che ci passa la Tv è sufficiente a farci capire quanto ciò sia oggi necessario. Analogamente, “l’educazione artistica concorre alla formazione umana maturando le capacità di comunicare, chiarire e esprimere il proprio mondo interiore mediante i linguaggi propri della figurazione”. Senza annoiare troppo mi limito a citare che, “i vari insegnamenti esprimono modi diversi di accostamento alla realtà”, utilizzando “specifici linguaggi che convergano verso… lo sviluppo della persona nella quale si realizza l’unità del sapere”. Documento un po’ vecchiotto, si dirà. Da quegli anni è cambiato quasi tutto. Vero, ma solo fino ad un certo punto. Le Indicazioni nazionali del 2012, le ultime a tuttoggi, tracciano un profilo non molto dissimile dello studente uscito dalle nostre scuole: “Lo studente al termine del primo ciclo, attraverso gli apprendimenti sviluppati a scuola, lo studio personale, le esperienze educative vissute in famiglia e nella comunità, è in grado di iniziare ad affrontare in autonomia e con responsabilità, le situazioni di vita tipiche della propria età, riflettendo ed esprimendo la propria personalità in tutte le sue dimensioni”. Da notare come si faccia esplicito riferimento anche alle esperienze domestiche.

 La crescita di un ragazzo, dice il detto africano, è un fatto che riguarda tutti. Il nostro giovane, continua il documento, dovrebbe avere “consapevolezza delle proprie potenzialità e dei propri limiti. Sapere orientare le proprie scelte, comprendere testi e saper esprimere le proprie idee, analizzare dati e fatti della realtà e verificarne l’attendibilità”. Giustifico il condizionale con la seguente considerazione: quanto è mancata, ad una larga fetta di italiani, questa capacità, per esempio, in questi due anni di emergenza sanitaria, durante i quali ci hanno dato da bere di tutto e quasi di tutto abbiamo bevuto! 

Arrivo così alla risposta “secondo me”. Il quadrato di binomio non servirà nella vita del mio giovane amico. Il teorema di Pitagora o le rime baciate non risolveranno questioni concrete nelle esistenze dei nostri alunni.o almeno non di tutti, perché è mia esperienza personale il fatto che certi versi, certe frasi, alcune situazioni matematiche veramente mi hanno cambiato la vita. Ma questo non vale per tutti. È un fatto incontrovertibile, però, e va rimarcato, che il cervello che è stato affinato con quegli esercizi apparentemente inutili, sicuramente servirà nella vita delle persone. Il ragazzo, dalla cui sollecitazione siamo partiti, non lo ha capito ancora, ma è chiaro che anche la sua ironia sul quadrato di binomio è un prodotto dello sforzo che ha fatto quel giorno per cercare di imparare quella “cosa” a suo dire inutile. Questa consapevolezza, almeno questa, va tenuta bene in mente. Spesso ricordo ai miei alunni che quando escono dall’aula, dopo le ore di lezione, non hanno più lo stesso cervello che avevano al mattino quando vi sono entrati. Intendo dire anche plasticamente, anche chimicamente, fisiologicamente. Le attività svolte, anche quelle meno accattivanti e apparentemente secondarie, lo hanno cambiato per sempre o almeno fino a quando non interverrà un nuovo cambiamento. E questo cambiamento del nostro cervello avviene sempre. Anche la semplice lettura di questo modesto articolo ha cambiato il cervello del lettore. Questo è il motivo per cui ogni mattina mi alzo per andare a scuola ad incontrare persone: contribuire a costruire con loro il cervello che li aiuterà nel tortuoso percorso della loro esistenza terrena. È il mio modo di accompagnarli anche in seguito. Anche se non ci sarò più di persona, ci sarò comunque grazie alle attività che abbiamo svolto insieme. Sarò nascosto nelle recondite motivazioni che lo porteranno a fare una scelta piuttosto che un’altra. Quand’anche non si dovesse ricordare dei suoi insegnanti esplicitamente, consapevolmente, ognuno di noi sceglie anche grazie al contributo che ognuno di essi ad ogni incontro ci ha fornito. Dal mio punto di vista si tratta di una responsabilità enorme e resta tale anche per coloro che non svolgono il compito di guida. A qualcuno di noi è sicuramente capitato che l’incontro fortuito con una persona ci abbia ben disposto per tutta la giornata. Siamo fatti così: poggiamo il nostro presente su ogni esperienza fatta in passato, anche su quella del quadrato di binomio che proprio non sopportiamo. E, a ben pensarci, è bellissimo così. 




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Piero Del Bene

Sposo, padre, insegnante di matematica e scienze nella scuola secondaria di primo grado. Catechista e formatore. Dopo la laurea in Matematica ha conseguito il Master in scienze del Matrimonio e della Famiglia presso l’Istituto Giovanni Paolo II della Pontificia Università Lateranense. Con la moglie Assunta si occupano di Pastorale Familiare.


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