Unità coniugale

Benedetta fusione tra gli sposi!

di Carla Amodio

Perché nel mondo moderno, anche nella Chiesa, anche tra cristiani (cattolici o protestanti che siano!) non si riesce a vedere la bellezza dell’una caro? Che non significa possesso, dominio, ma comunione, appartenenza nel cuore, specchio di quella comunione trinitaria che fa di tre persone divine un unico Dio?

Questa volta, finalmente, è carne della mia carne” (Gen 2, 22). Qualche giorno fa mi è capitato di discutere con una persona su questo versetto della Bibbia. Ero stata invitata a un incontro di formazione per catechisti cattolici (o almeno questo davo per scontato, visto che ci trovavamo in una parrocchia), ma ben presto ho preso atto del fatto che la persona incaricata di tenere l’incontro non si riconosceva nella Chiesa con la “C” grande, non aveva fiducia nel Magistero e nelle istituzioni ecclesiastiche in generale (pure se, appunto, stava parlando a dei catechisti nel salone di una parrocchia, quindi in una istituzione ecclesiastica ben precisa).

Rinnegava la Tradizione e la Storia della Salvezza come la intende il Catechismo della Chiesa Cattolica. Non credeva nel diavolo, identificando il serpente semplicemente con l’aggressività umana. E ciò che contava, secondo lei, era “leggere le Scritture andando in profondità, confrontarsi con diversi teologi, spaziando ovunque, senza credere mai di aver trovato la Verità”. Occorreva farsi un’idea propria, “a seconda di ciò che suggerisce il cuore”. Le ho fatto notare che questa dottrina si chiama protestantesimo, ma lei ha rigettato quell’“etichetta” dicendo che siamo “tutti cristiani”. 

Non è in questo articolo che intendo soffermarmi sull’importanza di scegliere con accortezza, in parrocchia, i propri formatori. Massimo rispetto per chi la pensa diversamente: ognuno, se vuole, può scegliere liberamente di seguire il luteranesimo e, personalmente, converserei con lui/lei con molto piacere. Però, credo che chiamare una persona di fatto protestante a formare catechisti cattolici, facendo credere loro che riceveranno una formazione cattolica non sia del tutto corretto. Sarebbe diverso se il contesto fosse stato un altro, ad esempio un convegno ecumenico o, molto semplicemente, una chiacchierata tra amici in pizzeria. 

Ad ogni modo, c’è stata una sua frase su cui abbiamo discusso molto, perché secondo me tradiva il senso profondo della comunione sponsale. La formatrice, a un certo punto, ha detto che con l’espressione “Questa volta, finalmente, è carne della mia carne” (Gen 2,22), Adamo dimostra di “non aver capito nulla”. Sarebbe maschilista (“Vedete: esclama queste parole parlando della donna, non con la donna”) e starebbe dicendo: “Questa è roba mia”. “Ecco – ha concluso – questo è il peccato: pensare che l’altro sia roba nostra, fagocitarlo, possederlo…”.

Mi sono permessa di alzare la mano e di dire, anzitutto, che il peccato originale – fino a quel momento – non c’era ancora stato. Si verifica in Genesi 3, infatti, non in Genesi 2, e che quando Adamo esclama queste parole – per la meraviglia, non per l’istinto di possedere! – l’uomo era ancora puro nel cuore, in uno stato di comunione con Dio. “È una cosa meravigliosa, in realtà, quella che dice Adamo. – ho commentato – Sta parlando della fusione nell’amore tra l’uomo e la donna, sta dicendo che nulla, nel Creato, lo riguarda così da vicino come la donna. Non è un’espressione maschilista, altrimenti dovremmo dire che è maschilista anche Gesù, visto che riprende le stesse identiche parole nel Vangelo di Marco…”. “Può darsi che sia un’espressione di meraviglia – ha risposto lei – Io non c’ero… Ad ogni modo parlare di fusione tra uomo e donna non è corretto: ognuno deve mantenere la sua identità…”

In quel momento, ve lo assicuro, il mio cuore ha pianto.  Perché nel mondo moderno, anche nella Chiesa, anche tra cristiani (cattolici o protestanti che siano!) non si riesce a vedere la bellezza dell’una caro? Che non significa possesso, dominio, ma comunione, appartenenza nel cuore, specchio di quella comunione trinitaria che fa di tre persone divine un unico Dio? Perché dobbiamo rifuggire da quel “noi”, che non annulla le personalità, ma nel rispetto della diversità crea una sinfonia nuova, un’unica melodia meravigliosa?

C’è tanto lavoro da fare, tanto. E chi ha ricevuto il dono dell’amore sponsale ha il dovere di condividerlo: non possiamo tacere sulla grandiosità di questa vocazione, di questa benedetta fusione, mentre il mondo predica – fuori e dentro la Chiesa – che solamente da soli si resta sé stessi.




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