La rivoluzione di Papa Francesco per le vocazioni

12 Luglio 2022

Papa Francesco

Foto Papa Francesco: (Foto: giulio napolitano / Shutterstock.com)

Cosa c’entrano i ragazzi che si preparano all’incontro con Gesù con l’itinerario catecumenale per la vita matrimoniale? Dal documento “Itinerari catecumenali per la vita matrimoniale” emerge l’esigenza di accompagnare la formazione di una mentalità vocazionale fin da piccoli, affinché questa possa condurre i ragazzi al rispetto di sé e di chi è loro di fronte, alla gestione delle emozioni e degli istinti per incanalare il tutto verso una scelta di vita che possa condurli alla felicità e non alla sofferenza.

«Sacramento dell’Ordine, consacrazione religiosa e sacramento del matrimonio meritano tutti la medesima cura, poiché il Signore chiama con la medesima intensità e con lo stesso amore uomini e donne ad una vocazione o all’altra». In una sola frase la rivoluzione copernicana voluta da papa Francesco in materia di vocazione.

Il Dicastero per i laici, la famiglia e la vita ha donato all’intera Chiesa un documento profetico che pone in discussione l’intera catechesi, offrendo uno squarcio di una Chiesa nuova, mai prima d’ora vista. Da anni papa Francesco pronunciava la parola catecumenato quando parlava di preparazione al matrimonio. Ora la ritroviamo nel titolo del documento destinato a far discutere: “Itinerari catecumenali per la vita matrimoniale”.

«Nella Chiesa antica – secondo la comune convinzione dei Padri – un chiaro orientamento cristiano di vita doveva precedere la celebrazione del sacramento. “Prima bisogna diventare discepoli del Signore e poi essere ammessi al santo Battesimo”, afferma San Basilio».

Oggi, è sotto gli occhi di tutti gli operatori, invece, molti atei si presentano nelle nostre parrocchie chiedendo il matrimonio sacramento come se fosse un fatto naturale e dovuto. Ecco perché è necessario un catecumenato che però si attiva nel momento in cui una persona, che ha incontrato Cristo, chiede di porsi alla Sua sequela. Quante sono le risposte vocazionali? Se guardo il mio piccolo paesino che sorge ai piedi di una collina osservo che nell’arco di 30 anni si sono avute sole due risposte vocazionali all’ordine sacro e una sola al matrimonio. In realtà abbiamo avuto diverse celebrazioni di matrimoni, ma quante di queste sono dettate da una reale scelta di sequela vocazionale a Cristo?

Ritornando al documento e al catecumenato, leggiamo: «La conversione mirava a correggere comportamenti, abitudini, prassi di vita incompatibili con la nuova esistenza cristiana che i catecumeni stavano per abbracciare. In modo analogo a quanto avveniva per il Battesimo nella Chiesa antica, una formazione alla fede e un accompagnamento nell’acquisizione di uno stile di vita cristiano, specificamente rivolti alle coppie, sarebbero di grande aiuto, oggi, in vista della celebrazione del matrimonio».

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Nelle nostre parrocchie, mediamente, bussano, per chiedere la celebrazione del matrimonio, persone assuefatte al divorzio, che vivono rapporti ipersessualizzati, magari favorevoli al “diritto all’aborto” e che forse ritengono opportuna e persino “salutare” qualche “scappatella” extra coniugale per permettersi la quale ricorrono alla contraccezione. Alla luce di quanto detto è quanto meno strano il fatto che richiedano matrimoni cristiani. Riflettendoci un poco, come per l’ordine sacro assistiamo a poche risposte vocazionali allo stesso modo dovrebbe essere per la vocazione alla via del matrimonio. Questo è il motivo per cui il documento chiede di cominciare una formazione fin dalla fanciullezza.

Cosa c’entrano i ragazzi che si preparano all’incontro con Gesù con l’itinerario catecumenale per la vita matrimoniale? Dal documento emerge l’esigenza di accompagnare la formazione di una mentalità vocazionale fin da piccoli, affinché questa possa condurre i ragazzi al rispetto di sé e di chi è loro di fronte, alla gestione delle emozioni e degli istinti per incanalare il tutto verso una scelta di vita che possa condurli alla felicità e non alla sofferenza. Insomma, bisognerebbe formare persone equilibrate emotivamente che possano rispondere liberamente a quella che, nel mondo ecclesiale, va sotto il nome di vocazione. Detto in parole semplici, ai bambini che si preparano alla prima comunione va esplicitato chiaramente che Cristo può essere servito nella via dei due sacramenti della missione: Matrimonio ed Ordine sacro e che nessuno dei due, dal punto di vista della fede, è da considerarsi naturale. Così facendo i fanciulli possono già prepararsi al matrimonio o all’ordine sacro, nel primo caso chiedendo al Signore, quotidianamente, l’incontro con la donna o l’uomo che il buon Dio ha pensato al proprio fianco per essere felice e diventare il miglior se stesso possibile senza alcuna maschera, mentre per l’ordine pregare Dio affinché possa aiutarlo a diventare Cristo servo dei figli riscattati a caro prezzo. In entrambi i casi pregare per diventare servo e non per essere servito. Comprendiamo che così facendo la preparazione alla risposta vocazionale è posta al centro della vita di ognuno e curata fin dalle prime gemme.

Risulta così più chiara e profetica la seguente citazione dal documento: «Il catecumenato matrimoniale, nello specifico, non intende essere una mera catechesi, né trasmettere una dottrina. Esso mira a far risuonare tra i coniugi il mistero della grazia sacramentale, che appartiene loro in virtù del sacramento: far vivere la presenza di Cristo con loro e tra loro. Per questo è necessario, nei confronti di coloro che intendono sposarsi, superare lo stile di sola formazione intellettuale, teorica e generale (alfabetizzazione religiosa). È necessario percorrere con loro la strada che li conduca ad avere un incontro con Cristo, o ad approfondire questo rapporto, e a fare un autentico discernimento della propria vocazione nuziale, sia a livello personale che di coppia».

Tutto ciò risulta urgente e necessario perché «in virtù della propria partecipazione al sacerdozio profetico e regale di Cristo, anche i fedeli laici ricevono nel sacramento del matrimonio una specifica missione ecclesiale per la quale hanno bisogno di essere preparati e accompagnati». Spesso la missione degli sposi è limitata all’accoglienza e alla custodia della vita e, purtroppo, anche nel documento non si è avuto il coraggio di osare di più. Detta con parole più semplici, la missione di una coppia di sposi viene limitata alla crescita dei figli, all’accoglienza degli anziani e delle persone bisognose. Tuttavia, non è solo questa la missione dei coniugi: sarebbe troppo riduttiva e per essa non sarebbe neanche necessario scomodare un sacramento. Anche tra le persone che si dichiarano atee ci sono coloro che avvertono l’istinto di custodire la vita e per questo non è necessario essere sposi cristiani. La missione dei coniugi cristiani, invece, è anche essere Cristo vivo, Tabernacoli viventi che camminano per le strade del mondo annunciando a tutti il Vangelo, santificando il proprio lavoro, rendendolo momento di annuncio e testimonianza viva e concreta, compiendo, quando necessario, scelte coraggiose di onestà che hanno il profumo della fede autentica, assumendo una condotta di vita che possa far risplendere la luce della Verità. E per tale alta ( e altra) missione che i coniugi cristiani avvertono il desiderio ardente e vitale, come coppia e famiglia, di incontrare spesso, nell’arco della giornata, Cristo nella preghiera e nel sacrificio eucaristico per attingere forza da Lui e rinsaldare un vincolo di amicizia e conoscenza con il Dio vivente. È per quanto detto che il documento ricorda fortemente che «i sacerdoti e i parroci, in particolare, essendo normalmente i primi che ricevono la richiesta dei giovani di sposarsi in chiesa, hanno la grande responsabilità di accogliere, di incoraggiare e di ben indirizzare le coppie, facendo fin da subito apparire la profonda dimensione religiosa implicata nel matrimonio cristiano, ben superiore ad un semplice “rito civile” o “fatto di costume”».

«Accanto ai sacerdoti e ai religiosi, un ruolo primario deve essere svolto dalle coppie di sposi. La preparazione delle coppie al matrimonio è una vera e propria opera di evangelizzazione e i fedeli laici, in particolare gli sposi, sono chiamati, al pari dei religiosi e dei ministri ordinati, a partecipare alla missione evangelizzatrice della Chiesa: sono un soggetto pastorale». Forse al documento è mancato il coraggio di fare un passo in più affermando che le famiglie possono svolgere un ruolo primario anche nell’accompagnamento nella formazione dei futuri presbiteri e religiosi. Coraggio ritrovato a Roma alla X giornata mondiale delle famiglie nella quale, con grande forza, si è richiesta la presenza delle famiglie nei seminari attraverso uno slogan: “più famiglie nei seminari”.Tutto quanto non è stato fatto fino ad oggi ha portato un proliferare di separazioni, convivenze e, quindi, tanta sofferenza sia nei coniugi che nei figli generati da tali unioni. Di fronte a questo scenario che va a degenerare anche la società, il santo padre ci consegna un invito forte che risuona all’inizio del documento: «La Chiesa è madre, e una madre non fa preferenze fra i figli. Non li tratta con disparità, dedica a tutti le stesse cure, le stesse attenzioni, lo stesso tempo. Dedicare tempo è segno di amore: se non dedichiamo tempo a una persona è segno che non le vogliamo bene. Questo mi viene in mente tante volte quando penso che la Chiesa dedica molto tempo, alcuni anni, alla preparazione dei candidati al sacerdozio o alla vita religiosa, ma dedica poco tempo, solo alcune settimane, a coloro che si preparano al matrimonio. Come i sacerdoti e i consacrati, anche i coniugi sono figli della madre Chiesa, e una così grande differenza di trattamento non è giusta». La preparazione dei candidati alla vita matrimoniale (salta subito agli occhi la formula con cui vengono indicati i giovani chiamati al matrimonio. Nubendi sa di dovere ineluttabile. Chiamati sa di risposta libera alla vocazione del Signore) va curata a lungo e con molta cura. Ad essi nulla va sottratto. «La proposta catechetica, perciò, cercherà di far apparire la natura coniugale e familiare dell’amore e ne metterà in luce tutte le caratteristiche peculiari: totalità, complementarietà, unicità, definitività, fedeltà, fecondità, carattere pubblico. L’“annuncio evangelico” sul matrimonio mostrerà che queste sono le caratteristiche che scaturiscono dal dinamismo intrinseco dell’amore umano. Ciò vuol dire che fedeltà, unicità, definitività, fecondità, totalità, sono in fondo le “dimensioni essenziali” di ogni autentico legame d’amore, compreso, voluto e coerentemente vissuto da un uomo ed una donna, e non solo le “note caratteristiche” del matrimonio “cattolico”». È l’amore vero che ha queste caratteristiche. Esso non necessita della specificazione di origine controllata. E tuttavia il sacramento è un di più. Esso richiede la dimensione della fede. «Il magistero degli ultimi tre Pontefici, infatti, ha rilevato e ribadito la relazione tra fede e sacramento del matrimonio. La presenza di una fede viva ed esplicita nelle coppie è ovviamente la situazione ideale per arrivare alle nozze con una chiara e consapevole intenzione di celebrare un vero matrimonio: indissolubile ed esclusivo, ordinato al bene dei coniugi e aperto alla prole. Non di meno condizione necessaria per l’accesso al sacramento del matrimonio e per la sua validità rimane, non un certo “livello minimo di fede” da parte dei nubendi stabilito aprioristicamente, ma la loro intenzione di fare ciò che la Chiesa intende compiere quando si celebra il matrimonio fra battezzati”». Il documento sembra lasciare poco spazio alla tiepidezza. Anzi. «Nel caso in cui essi rifiutassero in modo esplicito e formale ciò che la Chiesa intende compiere quando si celebra il matrimonio, i nubendi non possono essere ammessi alla celebrazione sacramentale. Avviene talvolta che questo rifiuto sia realmente presente nelle menti e nei cuori dei nubendi senza che essi stessi ne siano pienamente consapevoli o senza che lo manifestino apertamente». In questi casi che si fa? Si accompagnano i due a comprendere che ciò che intendono celebrare non è il matrimonio cattolico, con le conseguenze che ciò può comportare. Sembrerebbe non esserci più spazio per un’accoglienza indiscriminata di chiunque voglia presentarsi in chiesa. Sembrano troppi, infatti, i matrimoni che in realtà sarebbero a tutti gli effetti nulli. Lo stesso Francesco più volte ha ribadito che la percentuale di matrimoni effettivamente nulli è, secondo lui, altissima. Forse è arrivato il tempo di un cambiamento decisivo. Epocale. Staremo a vedere.




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Assunta Scialdone

Assunta Scialdone, sposa e madre, docente presso l’ISSR santi Apostoli Pietro e Paolo - area casertana - in Capua e di I.R.C nella scuola secondaria di Primo Grado. Dottore in Sacra Teologia in vita cristiana indirizzo spiritualità. Ha conseguito il Master in Scienze del Matrimonio e della Famiglia presso l’Istituto Giovanni Paolo II della Pontificia Università Lateranense. Da anni impegnata nella pastorale familiare diocesana, serve lo Sposo servendo gli sposi.

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