La morte di Diana

Da Alessia ad Annamaria: la banalità omicida dell’indifferenza

Angelo

Di Prof. Marco Giordano, presidente della Federazione Progetto Famiglia

La vicenda della piccola Diana, 16 mesi, morta perché lasciata per una settimana da sola a casa senza cibo né acqua ha lasciato tutti attoniti e inorriditi. Ma non basta additare la madre come una pazza assassina. Bisogna avere il coraggio di riconoscere l’indifferenza che aleggia intorno alle famiglie, soprattutto quelle che vivono situazioni di disagio. 

Come si chiamerà la prossima? Quella di oggi si chiama Alessia; è la madre della piccola Diana, di cui tutti parlano in questi giorni. Il mese scorso, si chiamava Martina, la mamma della piccola Elena, uccisa a coltellate nel catanese. Vent’anni fa – era il 2002 – si chiamava Annamaria (Franzoni), la mamma di Samuele, di tre anni.

A inizio luglio, un dispaccio dell’ANSA riportava il macabro conteggio: negli ultimi vent’anni, in Italia sono 480 i bambini morti per mano dei genitori. Cambiano i nomi, variano le circostanze, il finale è sempre il medesimo: il bimbo perde la vita a causa di chi l’ha messo al mondo.

Ogni volta, non mancano i soliti commentatori benpensanti, intenti – di corsa – a paragonare queste madri figlicide alla maga Medea, personaggio oscuro della mitologia greca che per vendetta tolse la vita ai suoi due figli. Si fa presto, così, a mettersi la coscienza a posto; basta additarle come “madri malvage”, “donne deviate”, “pazze assassine”. Catturato il mostro, la routine può riprendere il suo incessante ciclo produttivo. Del resto, alla divisione del mondo in buoni e cattivi, veniamo abituati già da piccoli… salvo essere sempre noi, i buoni da proteggere, e gli altri, i cattivi, dediti al male e meritevoli di punizione capitale.

Il rischio grave, di fronte a queste vicende, è di non scrutarne, attentamente, le cause remote. Occorre distanziarci un attimo dai dettagli della cronaca immediata, per intravedere i fili rossi di queste tragedie. Non farlo sarebbe cosa grave… colpevole premessa del prossimo delitto, ipocrita tendenza a sorprendersi ogni volta del perfettamente prevedibile.

Scavando, non senza fatica, tra le mille spiegazioni, una più di tutte sembra fare da cornice generale alle altre: la sconcertante indifferenza in cui si sono consumate le tragedie. Alessia, Martina, Annamaria e tutte le altre “assassine” non vivevano sulla luna o in una landa desolata. Non erano donne dedite a chissà quali perverse condotte. Sono le madri della porta accanto. I loro figli vivevano nei nostri quartieri, con tutti gli altri. Avevano, come noi, parenti, vicini, pediatra, maestre.

Mi ha sempre colpito la superficialità con cui si condannano le brutture del passato senza cogliere e combattere, con più intensa determinazione, i germi di quelle presenti. Eppure, il male odierno, il più pericoloso, è quello commesso dalla gente comune. È, diceva Hannah Arendt di fronte allo sterminio nazista degli ebrei, il male banale, quello che “va di moda”, che “nessun vicino condanna”. Di una cosa siamo certi: le prossime generazioni inorridiranno di fronte alla banalità con cui noi odierni siamo rimasti distrattamente indifferenti alla solitudine e alla disperazione di queste giovani donne e al baratro inesorabile in cui sono sprofondati i loro figli.




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