Il Vangelo letto in famiglia

XVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – Anno C – 31 luglio 2022

Chi vuol essere felice sa che Dio basta

In un anno ci sono ben trecentosessantacinque giorni e, in uno di questi, ognuno di noi è nato. Ciascuno di noi è nato in un giorno preciso dell’anno, tutti noi sappiamo il giorno esatto in cui siamo venuti al mondo, in cui abbiamo visto la luce, il nostro compleanno è una data certa. Ma il Vangelo di questa diciottesima domenica del tempo ordinario ci mette dinanzi a una verità scomoda, che spesso ignoriamo: anche il giorno in cui lasceremo la vita terrena è uno di questi trecentosessantacinque giorni. Non ci sarà un giorno a parte, un giorno inventato appositamente per la nostra morte; in un anno indefinito, tra quei trecentosessantacinque giorni, ci sarà anche quello in cui lasceremo questo mondo per passare alla vita vera.

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 12,13-21)
In quel tempo, uno della folla disse a Gesù: «Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità». Ma egli rispose: «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?».
E disse loro: «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede».
Poi disse loro una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. Egli ragionava tra sé: “Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti? Farò così – disse –: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti!”. Ma Dio gli disse: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?”. Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio».

IL COMMENTO

di don Gianluca Coppola

Due fratelli si accostano a Gesù e uno di loro gli chiede: «Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità». Come prima cosa, notiamo il tono perentorio di quest’uomo, sembra quasi che voglia insegnare qualcosa a Gesù. Anche noi, talvolta inconsapevolmente, ci rivogliamo a Dio con questo stesso atteggiamento, quasi intimandogli di fare ciò che desideriamo, ciò che vogliamo. Gesù stava predicando e quest’uomo lo interrompe, ritenendo più importante la sua richiesta, reputando più urgente che Gesù diventi giudice tra lui e suo fratello. È facile intuire, allora, che quest’uomo, nel cuore, aveva un altro dio, ovvero quello del denaro, dell’eredità. Egli doveva essere talmente attaccato ai beni materiali, ai soldi, che nemmeno la presenza fisica di Gesù gli fa distogliere l’attenzione dal suo obiettivo; il suo desiderio di denaro è talmente forte che niente e nessuno, nemmeno Dio in persona, poteva farsi breccia nel suo cuore.

La risposta di Gesù è spiazzante: «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?». Attenzione, Gesù non sta dicendo di non essere giudice, perché in realtà lo è. Ma di che tipo di giudice si tratta? Egli è giudice universale, è giudice che distingue il bene dal male, che alla fine dei tempi dividerà i buoni dai cattivi, è il giudice dell’universo. Ma in fin dei conti, a Gesù non interessa minimamente dell’eredità di questi fratelli, non sa cosa farsene di questa questione; ciò che davvero gli interessa è che nel cuore di entrambi i fratelli ci sia un’altra ricchezza, cioè la presenza di Dio stabile e costante.

E allora racconta una parabola: un uomo già ricco, forse un proprietario terriero, si arricchisce ulteriormente con un ottimo raccolto di grano. Ne produce così tanto che i suoi granai non bastano più a contenerlo. «Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti? Farò così – disse –: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni». Neanche per un attimo, nel cuore di quest’uomo, si fa strada l’idea di utilizzare i suoi averi per fare del bene a qualcun altro. La sua unica preoccupazione è quella di conservare, è la dinamica tipica delle persone avare. Ma Dio gli dice: «Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita». Perché come dicevo all’inizio, forse anche spaventandovi un po’, uno di quei trecentosessantacinque giorni, non si sa di quale anno, sarà il giorno della nostra morte.

Il Vangelo di questa domenica, allora, ci fa comprendere che il cuore va rivolto a ciò che dura in eterno e tutto ciò che noi oggi possiamo costruire non dura per sempre. Troppe volte cerchiamo negli esseri umani, o addirittura nelle cose, quello che solo Dio può dare, e allora, non trovandolo, ci deprimiamo, siamo angosciati e ansiosi, viviamo male, perché un essere umano, per quanto possa essere bello, buono e bravo, e per quanto possa amare, non è Dio. Dice la Scrittura: «Maledetto l’uomo che confida nell’uomo». Negli innamoramenti, soprattutto da giovani, capita di trasformare la persona amata in una sorta di divinità, come se non esistesse altro al di fuori di lei, ma è proprio ciò da cui ci mette in guardia il Vangelo di questa domenica: non possiamo costruire la nostra esistenza su cose o persone, per quanto possano essere brave e ispirate da Dio. Anche un sacerdote, se pensasse di essere indispensabile per una comunità, è un blasfemo, un bestemmiatore, non ha capito il senso del suo ministero. Io non sono indispensabile per la mia comunità, Cristo lo è; noi sacerdoti, insieme ai fedeli, portiamo avanti la barca di Pietro che è la Chiesa, di cui il vero timoniere è Gesù Cristo.

Comprendiamo, dunque, che il Vangelo di questa domenica ci invita a non nutrire nel cuore alcuna cupidigia, a non essere schiavi di un attaccamento smodato ed eccessivo a cose o persone. Chi vuol essere felice non deve avere la cupidigia nel cuore, chi vuole essere felice sa che Dio basta, perché, come diceva Santa Teresa d’Avila, «Niente ti turbi, niente ti spaventi, chi ha Dio non manca di nulla: solo Dio basta!».




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Gianluca Coppola

Gianluca Coppola (1982) è presbitero della Diocesi di Napoli. Ha la passione per i giovani e l’evangelizzazione. È stato ordinato sacerdote il 29 aprile 2012 dopo aver conseguito il baccellierato in Sacra Teologia nel giugno del 2011. Dopo il primo incarico da vicario parrocchiale nella Chiesa di Maria Santissima della Salute in Portici (NA), è attualmente parroco dell’Immacolata Concezione in Portici. Con Editrice Punto Famiglia ha pubblicato Dalla sopravvivenza alla vita. Lettere di un prete ai giovani sulle domande essenziali (2019) e Sono venuto a portare il fuoco sulla terra (2020).

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