CORRISPONDENZA FAMILIARE

Il matrimonio, tenda dell’amore. Appunti per i nubendi

10 Ottobre 2022

Ad una giovane coppia che si prepara a celebrare il matrimonio, don Silvio consegna quelle parole che traducono le scelte essenziali “per fare dell’amore la casa della vostra quotidiana santificazione”. 

Cari amici,

il cammino verso le nozze è carico di trepidazione e di impegni. I nubendi corrono seriamente il rischio di investire buona parte delle loro energie nelle preoccupazioni materiali che riguardano tanto la festa quanto la casa. È importante perciò ricondurli alla sorgente. Mai come in questo tempo dovrebbe risuonare per loro l’invito di Gesù: “Rimanete in me”. È la premessa necessaria per portare frutto. Per aiutare i giovani a custodire il legame con il Signore e per sollecitare la comunità ecclesiale ad accompagnarli con una più ardente preghiera, da molti anni la Fraternità di Emmaus celebra una particolare liturgia con la quale chiede ai nubendi a prepararsi alle nozze, assieme alla Vergine Maria, invocando lo Spirito Santo. Oggi vi consegno le parole dell’omelia che qualche giorno fa ho rivolto a Myriam ed Emanuele, due giovani che si preparano a sigillare l’alleanza nuziale il prossimo 30 dicembre, festa della santa Famiglia.

Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso” (16,12). È interessante questa parola che Gesù rivolge ai discepoli prima della Pasqua, quando ormai hanno compiuto un cammino con Lui, hanno avuto modo di conoscerlo e di ascoltarlo. Ci troviamo al termine di un lungo itinerario, eppure Gesù afferma che ha ancora tante cose da dire ma si rende conto che i discepoli non sono capaci di accoglierle. Nelle sue parole emergono tre aspetti che vorrei sottolineare. 

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In primo luogo ricorda che sono ignoranti, non sanno tutto quello che c’è da sapere. È una consapevolezza che dovrebbero avere tutti coloro che si preparano alle nozze. In secondo luogo lascia intuire che il cammino verso la verità è graduale ma non automatico: ci sono quelli che accolgono la verità nella sua forma più embrionale e poi si fermano, non sanno o non vogliono andare fino in fondo. Solo chi accetta di mettersi in cammino, giunge alla pienezza della verità. Chiedo al Signore di darvi il coraggio di appartenere a questa ristretta categoria di credenti. C’è poi una terza cosa, quella più importante: non è possibile fare da soli questo cammino, abbiamo bisogno di un Maestro. Per questo annuncia: “Quando verrà lo Spirito, allora Lui vi guiderà alla verità tutta intera” (16,13). Questa sera invocheremo lo Spirito su di voi, nelle prossime settimane invocate e accogliete la luce dello Spirito. 

Gesù afferma di avere ancora molte cose da dire. Io invece ho poche cose da dire, permettetemi di ricordavi quelle scelte essenziali per fare dell’amore la casa della vostra quotidiana santificazione. Non dico nulla di nuovo, mi limito a ricordare quello che già sapete, quella parola che avete ricevuto e accolto negli ultimi anni dal Maestro e Servo. 

La prima parola sembra superflua, quasi scontata. Il matrimonio è il luogo della relazione, è lo spazio stretto in cui l’io e il tu s’incontrano e s’intrecciano. È questo il punto di partenza: siete due persone, diverse e bisognose dell’uno dell’altro. L’amore unisce poli distanti e opposti ma il legame sentimentale non basta, anzi può divenire un inganno. Siete chiamati a costruire una relazione sempre più piena, fatta di dialogo e di condivisione, di accoglienza e di compassione. Una relazione carica di umanità. 

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Accettare la sfida della relazione significa contrastare apertamente la cultura individualistica che viene chiaramente sponsorizzata dalla cultura del nostro tempo. Intendiamoci, l’individualismo appartiene alla nostra natura e s’insinua nelle pieghe del cuore; e malgrado le buone intenzioni, può risorgere e affermarsi in qualsiasi momento. Quando cominciamo a misurare la vita con quello che sembra essere il benessere individuale e trascuriamo di dare la giusta importanza il bene comune, permettiamo all’io egoistico di dettare legge. Questa dinamica accade frequentemente nella vita di una coppia. 

La relazione contrasta l’individualismo in ogni suo aspetto, vi chiede di uscire da voi stessi per costruire una casa comune in cui la diversità non diventa estraneità e non dà luogo alla conflittualità, anzi viene percepita come una risorsa perché appartiene a quel bene comune che siete chiamati a costruire. Da quel bene ciascuno riceve benefici assai più abbondanti di quello avrebbe raggiunto cercando solo se stesso. La diversità presente nella coppia è certamente una sfida ma è assolutamente necessaria per costruire un bene più grande di quello che ciascuno avrebbe raggiunto con le sue forze. 

Ed ecco la seconda parola. L’io e il tu sono chiamati a costruire un noi. Tante volte sento dire che gli sposi sono l’uno al servizio dell’altro. Un’affermazione non pienamente condivisibile. A me piace dire che entrambi sono al servizio del noi coniugale. In quel noi ciascuno ritrova se stesso, ritrova un io purificato da tutte le insidie dell’individualismo. Un io non più prigioniero di se stesso. Il noi coniugale segna la morte dell’individuo e la resurrezione dell’io. Costruire il noi è la premessa per non vivere l’amore come un bene individuale – purtroppo avviene anche questo –, un amore dove ognuno prende quello che gli serve o gli fa comodo. 

Il noi coniugale è solo la premessa di una storia che si allarga a cerchi concentrici. Il noi coniugale infatti diventa un noi genitoriale: gli sposi si ritrovano in una storia più ampia e i figli crescono all’ombra dell’amore che unisce i genitori. La dinamica del noi, se vissuta coerentemente, non chiude gli sposi nell’orizzonte domestico ma si apre sul noi ecclesiale. Questo passaggio non è automatico ma richiede una fede consapevole. Tanti investono tutte le energie nell’orizzonte domestica e lasciano le briciole al ministero ecclesiale. Se invece la dinamica del noi viene perseguita coerentemente, trova nella comunità ecclesiale il suo naturale prolungamento, come il fiume sfocia nel mare. E poi, troverà il suo sigillo nella comunione dei santi. L’eterna beatitudine non è altro che il compimento di una storia in cui tutto è stato messo a servizio di tutti. Mi raccomando, nel giorno nelle nozze, promettete di camminare insieme verso il Paradiso. 

La terza parola è questa: sposarsi nel Signore. Un’espressione molto ricca teologicamente e certamente più significativa di quella maggiormente in uso: sposarsi in chiesa. È importante però sottolineare che il Signore non deve essere un ospite di passaggio, fate in modo che sia Lui la pietra d’angolo della casa. In riferimento alla comunità ecclesiale, l’apostolo Paolo afferma: “In Lui tutta la costruzione cresce ben ordinata” (Ef 2,21). Questa parola può essere applicata anche per la chiesa domestica. È bello pensare che la celebrazione nuziale avviene all’interno della cornice eucaristica: non prima o dopo ma nella cornice eucaristica. Questo intimo legame tra Eucaristia e matrimonio vi ricorda la scelta eucaristica che avete fatto proprio per preparavi ancora meglio alle nozze. La Messa quotidiana vi permette di accogliere ogni giorno l’amore di Gesù. Ed è questa la garanzia perché il vostro amore sia fedele, totale e fecondo. 

Un’ultima parola: il matrimonio è la tenda dell’amore. Il vocabolo tabernacolo significa rifugio e fa pensare anche alla tenda. La chiesa custodisce il tabernacolo eucaristico, segreta sorgente di quell’amore che Dio riversa su tutti. Se restate ai piedi del tabernacolo ricevete l’amore e fate della vostra casa la tenda dell’amore. Cari amici, avete bisogno di Dio per vivere l’avventura nuziale ma, permettetemi di dire, che anche Dio ha bisogno di voi, ha bisogno che il vostro amore diventi la tenda del Suo amore, il luogo visibile che permette a tanti di riconoscere la presenza di Dio. Siate la tenda dell’amore, diventate il tabernacolo di Dio. 

Il primo tabernacolo di Dio è stato il grembo di Maria. Essere la tenda dell’amore significa, come Maria, fare dell’amore il grembo di Dio. Quelli che avranno la gioia d’incontrarvi, malgrado le imperfezioni umane, potranno ricevere un raggio della luce di Dio. I santi hanno testimoniato e certificato che tutto questo è possibile, affidatevi alla loro intercessione e in particolare a quella dei santi Luigi e Zelia Martin ai quali è dedicata questa chiesa. Amen




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Silvio Longobardi

Silvio Longobardi, presbitero della Diocesi di Nocera Inferiore-Sarno, è l’ispiratore del movimento ecclesiale Fraternità di Emmaus. Esperto di pastorale familiare, da più di trent’anni accompagna coppie di sposi a vivere in pienezza la loro vocazione. Autore di numerose pubblicazioni di spiritualità coniugale, cura per il magazine Punto Famiglia la rubrica “Corrispondenza familiare”.

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