Competizione, individualismo, impegno: cosa si intende per “merito” nel Ministero dell’Istruzione?

17 Novembre 2022

scuola

(Foto: Chinnapong / Shutterstock.com)

“L’Italia è un Paese morto. Non ci sono punizioni per chi sbaglia. E non ci sono premi per chi merita.” Letta così, in questo momento storico, la precedente frase sarà sicuramente vista con occhio di parte. Per lunghi anni è stata attribuita a Piero Angela senza alcuna smentita. Dunque, gliela attribuiamo. Nel leggerla nessuno fiatava. Qualcuno rifletteva. Quasi tutti riconoscevano un certo grado di verità al contenuto dell’affermazione. Mi è tornata in mente in questi giorni. Da quando il nuovo Primo Ministro italiano ha dato un nuovo nome al Ministero dell’Istruzione, inserendo il riferimento “al Merito”, si sono susseguite molte riflessioni a favore ma anche tante prese di distanza.

Non è stato ancora spiegato esaustivamente cosa intenda il Governo con questo nuovo nome, tuttavia si è sollevato un vespaio. Riferito agli alunni, vorrà forse dire: addio alle promozioni facili? 

I pedagogisti si sono affrettati a ricordare che il “merito” non è un concetto pedagogico. 

Ci si è anche chiesto come si possa misurare il merito a scuola, ritornando così all’annosa questione della valutazione. La Vegetti Finzi ha intravisto un ritorno all’individualismo troppo marcato. Dalla cattedra posso osservare come questo non si sia mai allentato tra i banchi e, anzi, come esso sia cresciuto negli ultimi anni. Resta da capire perché il merito rimandi all’individualismo. 

Di avviso diverso si è mostrato il presidente dell’Associazione Nazionale Presidi, Giannelli, che ha ricordato come ritenga “particolarmente apprezzabile il riferimento al merito, tristemente trascurato nel nostro paese”, dichiarandosi suo deciso sostenitore. 

Nemmeno lui, tuttavia, ha ben chiarito cosa intendesse con tale termine. C’è sufficiente unanimità nel ritenere la svolta del Governo come rivolta agli studenti che dal loro canto si dichiarano, almeno per bocca della portavoce dell’unione degli studenti, Alice Beccari: “desiderosi di un sistema valutativo che superi la visione dell’errore come fatto negativo, considerandolo quale punto di partenza del processo di formazione

Non si riesce a dare torto a questa posizione, ma è ciò che intende il Governo? Ed è poi così sicuro che si debba intendere rivolto solo agli alunni? Se ci fosse qualche intenzione anche per i docenti? È un discorso che non piace alla categoria, la cosa è risaputa e abbondantemente sperimentata anche a seguito di alcune cose contenute nella legge voluta da Renzi, la cosiddetta “buona scuola”. Una veloce consultazione di un vocabolario ci ricorda che “L’etimologia della parola – dal latino merere, ovvero guadagnare, ottenere – richiama infatti espressamente la componente attiva di un soggetto nel conquistarsi un premio, o un biasimo, a seguito di un’azione”. Perché viene visto, allora, in modo così problematico? 

Leggi anche: Puoi essere un eroe a scuola? Sì, se l’eroismo è fare bene il proprio lavoro (puntofamiglia.net)

Forse, definire meritevole una persona implica il confronto con altre persone che evidentemente non risultano altrettanto meritevoli? Non confligge questa lettura con la missione di dare a tutti le medesime opportunità? Vale la pena, qui, ricordare che l’uguaglianza deve essere quella delle opportunità, non può essere ovviamente quella dei risultati

E vanno poi valutate anche le attitudini e motivazioni personali. È stato fatto notare che nel mondo della scuola il termine merito vada quasi ad affiancarsi a quello di competenza che non è solo un’abilità misurabile, ma anche un insieme di comportamenti produttivi, significativi e responsabili. Ma qui finiamo nel risvolto etico della questione. Ciò che osservo dalla cattedra è talvolta paradossale ma assai indicativo. Uno studente, qualche giorno fa, alla domanda su cosa intendesse fare da grande, ha risposto con grande naturalezza: un lavoro in nero e accedere al reddito di cittadinanza. 

Stava scherzando? No. E nemmeno i compagni che annuivano. Ecco l’individualismo come si vede dalla cattedra: penso ai fatti miei che sono il mio unico scopo. È a questi risvolti che si vuole arrivare inserendo la parola merito? Vedremo nel corso dei mesi. Certa è la paradossale situazione nella quale viviamo che potrei provare a riassumere in poche parole: da me pretendo poco perché poco è l’impegno che sono disposto ad offrire, mentre, ben diversamente, pretendo il meglio dalle persone che vivono intorno a me. 

Un esempio banale aiuterà a capire meglio: quando scopro di avere una malattia seria, non mi basta un medico qualunque, vorrei avere il migliore. Il più meritevole, dunque. E quanti genitori, quando iscrivono un figlio a scuola, cercano per lui la sezione migliore? E quanti dirigenti sono anche disposti ad offrirgliela, per non perdere iscrizioni? Il merito, così inteso, è nei fatti, è nella realtà. Perché allora tante discussioni? Sempre dalla cattedra, all’inizio dell’anno scolastico, ho ascoltato ragazzi delusi dal fatto che dall’anno in corso, non ci sarà più didattica a distanza. Molti di essi, purtroppo, hanno imparato presto, negli ultimi due anni, ad avere un basso livello di pretese da sé stessi e dalla scuola. Si sono sentiti deresponsabilizzati. E hanno gradito. Purtroppo. Ora facciamo tutti i conti con un “buco” difficile da colmare. È evidente ad ogni osservazione e ad ogni livello. E allora? Prendo a prestito una riflessione di Angela Gadducci secondo la quale, anche se la parola merito richiama inevitabilmente il concetto di competizione, esiste anche un’accezione positiva e perseguibile di tale sfida: “la competizione, richiamata dalla nozione di competenza, riveste il significato di disputa personale. Si ha una sana competizione quando ci si misura e si gareggia con sé stessi per superarsi ogni volta. La competizione sana non ha una valenza negativa, ma produce crescita, accoglienza, reciprocità; conduce ad acquisire consapevolezza di sé e a superare eventuali insicurezze e limiti personali indirizzando ciascuno ad avviare un percorso proprio, indipendentemente dalle attese dell’altro e al di là dell’attitudine a considerare sé stessi come parte di un destino comune.” 

È di questo che abbiamo paura? Siamo di fronte ad uno svincolo della storia, probabilmente. Potremmo anche imparare che si può competere senza cadere nella dicotomia tra vincitori e perdenti. Nell’antica Grecia, chi usciva battuto da un dibattito filosofico era contento come il vincitore perché nella sconfitta aveva imparato qualcosa di nuovo e vero. Aveva comunque guadagnato in conoscenza. Come dicono certi atleti: io non perdo mai perché se non vinco, imparo. “Perché, cito ancora la Gadducci, una competizione sana, che conduce a condividere la gioia di un successo o la frustrazione di una sconfitta senza abbattersi dinanzi a un fallimento, è una competizione che rispetta le regole, che genera meritocrazia ed eccellenza permettendo di valorizzare il capitale umano, unico motore della crescita sociale”. Il Merito inserito nell’intestazione del ministero ambisce a questo risultato? Non lo sappiamo. È tuttavia auspicabile che l’intera società ci faccia un pensierino. È più di un invito. Un appello. Tutti gli attori intorno ad una cattedra – docenti, genitori e alunni – avvertano l’urgenza di ripartire, di ricostruire, di misurarsi per un nuovo ordine sociale meno individualista e più rivolto alla promozione di quell’orizzonte di ogni azione che va sotto il nome di bene comune.




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Piero Del Bene

Sposo, padre, insegnante di matematica e scienze nella scuola secondaria di primo grado. Catechista e formatore. Dopo la laurea in Matematica ha conseguito il Master in scienze del Matrimonio e della Famiglia presso l’Istituto Giovanni Paolo II della Pontificia Università Lateranense. Con la moglie Assunta si occupano di Pastorale Familiare.




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