VIOLENZA SULLE DONNE
L’indipendenza economica non serve, se non c’è guarigione affettiva: la storia di Lea
Lea è una donna in carriera di quarant’anni, con ottimo stipendio: laureata in ingegneria biomedica, oggi è dirigente e ha molti dipendenti sotto di lei. Purtroppo, però, sin da ragazzina è stata vittima di manipolazione psicologica da parte degli uomini. Perché? Perché non si ama. E non si ama perché non è stata amata. L’indipendenza economica non basta, se non c’è guarigione affettiva.
Negli ultimi giorni si è parlato molto del fenomeno dei femminicidi, una terribile piaga sociale che ci interroga tutti e che richiede seri interventi su più fronti. Se non devono mancare l’impegno politico e quello della scuola, così come gli interventi degli specialisti dove necessario e la promozione del rispetto della persona umana sul piano culturale (a partire dal rispetto del suo corpo!), prima di tutto, come molti hanno sottolineato, occorre un serio lavoro di educazione all’amore in famiglia.
Ascoltando la narrazione che spesso viene fatta dai media riguardo al tema, si può avere la sensazione che non sempre siano proposte riflessioni che tengano conto della complessità della vita e aiutino a capire e sradicare la radice del problema.
C’è un argomento, ad esempio, spesso affrontato in modo riduttivo: l’indipendenza economica della donna rispetto all’uomo, vista da taluni come la premessa sine qua non poter essere libere all’interno di una relazione.
Certamente ci sono casi in cui la donna non riesce ad uscire da una relazione malata perché si trova nell’indigenza, perché non ha un reddito e non saprebbe come vivere. Sicuramente ci sono situazioni in cui la donna è “schiava” e legata all’uomo perché il denaro diventa un’arma di ricatto. In quei casi, ovviamente, per aiutarla bisogna intervenire affinché sia in grado di sopravvivere senza il reddito del carnefice. In sostanza, la povertà materiale può essere una delle cause della violenza di genere ed è bene prenderne atto.
Tuttavia, non sempre la mancanza di un reddito proprio è motivo di schiavitù per una donna, come non sempre l’indipendenza economica è la soluzione a tutti i suoi mali relazionali, soprattutto se è vittime di manipolazione psicologica.
Ultimatamente, molte attrici, showgirls, influencer hanno invitato le donne all’emancipazione (in sostanza, a mantenersi da sole), ma nella mia mente, intanto, scorrevano storie vere, di persone che conosco, che mi facevano pensare: “Non è questo il vero – o, meglio, l’unico – punto della questione!”.
Penso a Dalila, che sta faticosamente portando a termine la laurea in medicina, a 22 anni e con un figlio di 2. La gravidanza non era “prevista”, ma il compagno, otto anni più grande e un posto fisso in banca, si è assunto la responsabilità della famiglia, decidendo di mantenere tutti e tre per permettere alla ragazza di seguire il suo sogno e di finire gli studi.
Penso ad Alessia, 27 anni, che ha deciso di sposarsi al sesto anno di università. Ora ha un bimbo e sta per scrivere la tesi. Il marito è insegnante, fanno tanti sacrifici, ma hanno una relazione armoniosa come poche altre.
Penso a Gioia, casalinga, madre di tre figli e una laurea in biologia spesa, in aggiunta ad un corso specifico, per insegnare alle donne i metodi naturali per distanziare le gravidanze. Hanno una casa grande, che mettono a disposizione di incontri di preghiera e di formazione sull’amore famigliare. È lei, la moglie, la mente organizzatrice di questi eventi. Non ha nessuna entrata, ma lavora almeno tanto quanto il marito, che ha un ottimo stipendio e può permettersi di mantenere tutta la famiglia. Gioia non è inferiore a lui solo perché svolge mansioni non retribuite, non è inferiore a lui perché si dedica ai figli e all’evangelizzazione. Conoscendoli, mi sento di dire che non è sottomessa, non ha meno libertà di parola nelle questioni economiche e non è tenuta in pugno dal marito, che la ammira, la stima e una volta mi ha detto: “Lei si stanca più di me durante il giorno, davvero sa spendersi per tutti, sa cosa significa donarsi totalmente”.
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E poi penso a Lea, donna in carriera, laureata in ingegneria biomedica, dirigente con molti dipendenti sotto di lei e uno stipendio da capogiro, che però è stata vittima di manipolazione psicologica prima dell’ex marito, che l’ha sposata solo per vivere di rendita, dato il suo buono stipendio. E ora, accompagnata ad un altro uomo, non viene sfruttata economicamente, ma continua ad essere soggiogata a livello psicologico. Lei teme addirittura di dirgli cosa pensa durante un litigio perché ha “paura delle sue reazioni aggressive e violente”.
Lea ha quarant’anni e viene da chiedersi: perché subisce questo, da uomini diversi (pur avendo denaro per cavarsela benissimo da sé!) da oltre vent’anni? Perché purtroppo Lea non si ama.
E non si ama perché non è stata amata.
Figlia di due persone con una vita difficile (madre morta di overdose, padre deceduto per Aids) è cresciuta con una nonna che l’ha trascurata emotivamente. Oggi Lea è assolutamente indipendente dal punto di vista economico, ma è molto, molto di più dipendente dal punto di vista affettivo a degli uomini sbagliati, rispetto a Dalila, Alessia, Gioia, che hanno scelto – senza accontentarsi delle briciole – una relazione bella, sana, dove rispetto e comunione fossero alla base del progetto di vita matrimoniale.
Quindi, intendo dire che Lea non dovrebbe essere una dirigente? No, certo che no, se la sua vocazione è aiutare altri nella società con la sua preparazione e professionalità. Il punto, però, è che non è la sua posizione economica a salvarla da una relazione tossica, che la sta spegnendo ogni giorno di più. Ciò che occorrerebbe, infatti, a lei e a chi approfitta della sua fragilità, è la guarigione affettiva.
Al contempo, chi ha stabilito che Dalila, Alessia, Gioia, sono in una posizione di inferiorità rispetto agli uomini con cui vivono perché – attualmente – non hanno reddito? Chi lo ha detto che le loro relazioni sono infelici o manchevoli di qualcosa, perché a guadagnare è solo uno e non entrambi?
Esistono, tra l’altro, anche famiglie dove avviene il contrario. Tania è una donna, madre di due figli adolescenti e ha una piccola impresa. Il marito, che ha un problema di mobilità alla mano, ha deciso di licenziarsi dal suo lavoro di muratore, diventato sempre più difficile per la sua salute, ma anche per permettere alla donna di gestire con più agilità l’impresa, dedicandosi lui a tanti compiti inerenti alla gestione famigliare. È lui che accompagna i figli a scuola, alle partite, a comperare vestiti nuovi.
E non per questo si sente menomato, perché offre alla famiglia il suo contributo, pur senza avere un guadagno.
Cosa intendo dire, a conclusione? Che l’indipendenza economica delle donne non è la soluzione a tutti i mali, semplicemente perché il punto è un altro. Il punto è essere guariti affettivamente, è volersi sinceramente bene, aver imparato a collaborare e riuscire a vivere una relazione nella reciprocità.Il punto è sapere scegliere di comune accordo, ascoltarsi, conoscersi, valorizzare l’impegno e gli sforzi dell’altro, seguire le proprie inclinazioni e fare ciascuno la sua parte per il bene comune della famiglia. Come si chiama questo in due parole? Comunione sponsale. Questa grande sconosciuta. Eppure, lei sì che è la vera soluzione ad ogni forma di violenza – fisica, verbale, psicologica – tra le mura domestiche…
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