PERDONO

In carcere dal “fratello” che gli ha sparato: esempio di perdono in Giovanni Paolo II

Foto derivata da: Tullio Saba, Public domain, da Wikimedia Commons

di Cristiana Mallocci

In questo tempo di Quaresima abbiamo bisogno di meditare sul mistero del perdono. Lo facciamo ricordando un aneddoto straordinario, ovvero quando Papa Giovanni Paolo II incontrò nel carcere di Rebibbia Mehmet Ali Ağca il giovane terrorista che il 13 maggio del 1981 attentò alla sua vita. “Perché lei non è morto? Sono sicuro di aver mirato bene”. Il Papa polacco rispose col suo più totale, sincero ed incondizionato perdono. 

Il suo perdono, Giovanni Paolo II, lo aveva chiaramente ed irrevocabilmente esplicitato già il 17 maggio del 1981, appena cinque giorni dopo l’attentato. In quell’occasione, infatti, recitando direttamente l’Angelus dal Policlinico Gemelli in cui era ricoverato, il Santo Padre si rivolse all’uomo che cercò di ucciderlo, dicendo: “Prego per il fratello che mi ha ferito, al quale ho sinceramente perdonato”.

Proprio così lo chiama: fratello. E questa comune fratellanza — indelebile nonostante tutto ciò che possa avvenire sulla terra, perché iscritta nel Cielo — è fondata sulla granitica, irrevocabile ed empirica certezza che l’uomo costruisca la più nitida ed eloquente immagine di Dio: non importa quali errori abbia commesso o quanto essi sono ingenti, non importa quanto il suo animo sia ferito e ferente, non importa quanto dolore e male abbia subito, procurato o inflitto: è Suo Figlio. 

L’indimenticabile ed eterno pontefice polacco, immagine emblematicamente vivida e reale dell’inesauribile Misericordia di Dio, in quella data così lontana ed al contempo così difficile da dimenticare, visitando pubblicamente il suo efferato carnefice, dall’animo stupefatto ma certamente non contrito, ricorda che il valore dell’uomo non si riduce alla sua capacità di rettitudine o al contrario di dirompente crudeltà. L’essere umano possiede un’identità primigenia ed eterna impressa nel suo cuore, la quale trascende ogni appartenenza etnica, religiosa o sociale, poiché iscritta irrevocabilmente nel cuore. Nessun atto, per quanto degenerativo e degenerante, potrà mai toglierla.

In quel memorabile giorno, come qualcuno ha sapientemente osservato, mediante un incontro ricolmo di comprensione e misericordia nei riguardi di colui che neppure la desiderava o implorava, Karol Wojtyla ha voluto eroicamente ed ardentemente salvare la vita a colui che gliela voleva fatalmente e crudelmente strappare. 

Incarnava coraggiosamente uno sguardo ed una narrazione profetica e benedicente sulla vita di quel giovane, che fin dai primi albori della propria esistenza era stato indefessamente nutrito di cupo e lacerante disprezzo nei riguardi dell’Occidente e della cristianità

Leggi anche: Perché i giovani adoravano San Giovanni Paolo II? (puntofamiglia.net)

Giovanni Paolo II seppe mostrargli paternamente che vi era in lui un’intrinseca e fulgida bellezza e bontà, capace di oltrepassare persino gli atti più efferati che il suo cuore ferito lo aveva portato a compiere, dimostrandogli pragmaticamente che Dio non lo amava nonostante le sue colpe, ma proprio in queste ultime. Non lo amava anche quando sbagliava ma soprattutto quando sbagliava, perché è proprio in quei momenti che aveva più bisogno di Lui e di esperire il suo amore che guarisce, comprende, perdona e salva. Sempre. 

Quel giovane, che ha così tanto sbagliato, non era escluso neppure dall’infinito ed incondizionato Amore Materno di Maria, nei confronti della quale scoprì di nutrire un’inattesa soggezione, provocata dal paralizzante timore che quest’ultima potesse nutrire sentimenti di vendetta nei propri confronti, per avere attentato alla vita di quel pontefice, che lei stessa aveva premurosamente, sollecitamente e miracolosamente salvato, non sapendo che il suo Cuore Immacolato disconosce completamente cosa siano l’odio, la vendetta ed il rancore. “No, Maria è la madre di Dio, lei ama tutti, anzi l’aiuterà a cambiare vita”, fece sapere il pontefice.
Sulle incancellabili e feconde orme di Giovanni Paolo II, desidero ricordare a tutti ed in particolare ai giovani che non importa quali errori abbiano commesso o quanto siano gravi: Dio li ama, Maria li ama con il più ostinato, viscerale e comprensivo amore materno. Solo nel momento in cui gli adulti, a immagine di Giovanni Paolo II (che con straordinario ed inedito coraggio benedisse e fece sentire immensamente amato persino il suo attentatore) incarneranno questo amore, comprendendo che la loro capacità di amare è direttamente proporzionale a quanto si sono sentiti amati, potremo avere nuovamente un popolo di giovani felici, dunque fecondi, che potranno diventare una promessa di beatitudine per il mondo intero. 




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