CORRISPONDENZA FAMILIARE

Diamo agli sposi il pane di cui hanno bisogno

19 Febbraio 2024

sposi

“Abbiamo perso l’entusiasmo iniziale e non sappiamo come ritrovarlo”, mi ha detto una coppia di sposi con amarezza. Hanno ragione. Non sono stati accompagnati, non sono stati aiutati a vivere la coniugalità, cioè a coltivare l’unità della coppia come un bene essenziale, premessa indispensabile di tutta la vita familiare. L’amore si è come perso in mezzo agli affanni della vita e alle molteplici responsabilità. 

Giulia e Raffaele hanno alle spalle dieci anni di matrimonio, due figli, attivamente impegnati nella comunità parrocchiale. Sono stati i promotori di un Gruppo famiglia e lo hanno guidato per diversi anni. Ma nessuno guidava loro. E così, mentre accompagnavano gli altri, rischiavano di perdersi. Ed oggi sperimentano una distanza, quella micro-conflittualità che scaturisce dalle incomprensioni e da un insufficiente dialogo. Lungo il cammino non hanno trovato sacerdoti capaci di insegnare loro come rivestire di coniugalità la vita quotidiana. Il sacramento è la sorgente nascosta dell’unità, “non sono più due, ma una sola carne”, leggiamo nel Vangelo (Matteo 19,6). Questo è vero ma… rischiamo di dimenticare che la coniugalità è come una veste che occorre ricamare giorno per giorno con impegno, fatica e rinunce. Questo cammino non si improvvisa, ha bisogno di maestri e testimoni, persone che sanno accompagnare con la parola e l’esempio. Ha bisogno sposi e sacerdoti che siano convinti apostoli della famiglia.

Gli sposi sanno per esperienza quanto sia faticoso vivere la relazione, stare davanti all’altro e accettare che l’altro sia altro. Attraverso opportuni percorsi formativi la Chiesa ha la missione di aiutarli a dare uno spazio adeguato a quel noi che rappresenta la sorgente e il cuore dell’esperienza coniugale. All’inizio dell’avventura è questo noi che affascina e dona il coraggio di accettare la sfida, ciascuno vede l’altro come una risorsa indispensabile, un bene irrinunciabile. E poi… nel tran-tran della vita quotidiana proprio questo noi viene trascurato, come se fosse ormai scontato, come una casa già costruita. Gli impegni e le responsabilità prendono il sopravvento e la comunione coniugale resta priva del pane quotidiano. Questa situazione è favorita da una cultura che esalta l’amore ma lo presenta come un bene al servizio dell’individuo, qualcosa che risponde e soddisfa un bisogno personale. Il noi coniugale resta così schiacciato dalle esigenze dell’io. 

Lasciati a sé stessi, e salvo le solite e isolate eccezioni, gli sposi non sono capaci di fare dell’amore la premessa di una comunione che abbraccia tutta la vita e tutto nella vita. Una comunione cercata e perseguita con determinazione, come un bene essenziale che precede e ingloba il bene che ciascuno può e deve cercare. Gli sposi hanno bisogno di comprendere la verità dell’amore e imparare a vivere l’amore come dono di sé, un dono rivestito di quella gratuità che permette a ciascuno di mettersi a servizio dell’altro. L’amore più grande, ha detto Gesù, è quello di “dare la sua vita per i propri amici” (Giovanni, 15,13). È questa la cornice ideale in cui gli sposi sono chiamati a scrivere la biografia coniugale. Nel contesto di una cultura che privilegia i diritti del singolo, bisogna ribadire che il bene di ciascuno è legato al bene comune. Partire dall’io significa rimanere in un’ottica perdente e, poco alla volta, soffocare le buone intenzioni che hanno motivato e accompagnato la scelta del matrimonio. Misurare la vita a partire dal noi coniugale è la condizione per una verifica che non cade nella trappola delle rispettive rivendicazioni. 

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Se la santità è l’espressione piena della vocazione che ciascuno ha ricevuto, la Chiesa ha l’obbligo di accompagnare gli sposi per aiutarli a vivere nel solco di una coniugalità che fa risplendere l’amore nella sua pienezza. Questo ministero è assolutamente necessario e dovrebbe essere posto tra le priorità… a me non pare che sia così. Lo dico senza polemica ma con una certa amarezza. Negli anni passati molto è stato fatto per accompagnare i giovani al matrimonio ma non ci sono ancora percorsi adeguati per accompagnare gli sposi negli anni del matrimonio e nelle normali e inevitabili difficoltà che devono affrontare. Molte energie che oggi vengono spese nella catechesi prematrimoniale non trovano un adeguato prolungamento nella proposta coniugale. Eppure sappiamo bene che le più sincere intenzioni lungo gli anni possono perdere la loro forza originaria.

Cosa bisogna fare per aiutare gli sposi a vivere l’amore come un’avventura che abbraccia tutta la vita? È necessario rispondere a questa domanda nel modo più concreto possibile, partendo dalla realtà coniugale e dando indicazioni precise e realisticamente praticabili. Gli sposi sono certamente i primi attori ma è l’intera comunità ecclesiale, e ciascuno per la sua parte, che deve occuparsi della famiglia. Si tratta di un bene essenziale per l’umana società e ancora più per la comunità ecclesiale; ma, come tutti i beni umani, è legato alla libertà ed è perciò soggetto alla deperibilità. 

Un giovane sacerdote, incontrato di recente, mi spiegava che il suo ministero è quello di accompagnare i giovani di una zona pastorale, una comune progettualità che non esonera ma integra l’impegno di ogni parrocchia. Nella sua diocesi ogni zona ha un sacerdote impegnato in via preferenziale per i giovani. Una modalità interessante e capace di offrire iniziative e percorsi più efficaci ai giovani di un territorio. A quanto mi raccontava quel prete, non mancano i frutti, anche dal punto di vista vocazionale. Applicare all’ambito della famiglia una modalità di questo tipo potrebbe offrire a tanti sposi la possibilità di ricevere il pane di cui hanno bisogno. 

Nelle prime battute dell’esortazione Amoris laetitia (2016) Papa Francesco ha scritto: “Spero che ognuno, attraverso la lettura [di questo documento, ndr] si senta chiamato a prendersi cura con amore della vita delle famiglie” (AL 7). Un auspicio che non perde il suo valore, anzi diventa sempre più urgente. 




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Silvio Longobardi

Silvio Longobardi, presbitero della Diocesi di Nocera Inferiore-Sarno, è l’ispiratore del movimento ecclesiale Fraternità di Emmaus. Esperto di pastorale familiare, da più di trent’anni accompagna coppie di sposi a vivere in pienezza la loro vocazione. Autore di numerose pubblicazioni di spiritualità coniugale, cura per il magazine Punto Famiglia la rubrica “Corrispondenza familiare”.

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