MULIERIS DIGNITATEM

Chi colma il cuore dell’uomo e della donna, che si donano nell’imperfezione? Solo Dio!

coppia

di Cristiana Mallocci

In una coppia si soffre quando si dimentica che “c’è un paradosso nell’esperienza dell’amore: due bisogni infiniti di essere amati si incontrano con due fragili e limitate capacità di amare”. Avere un’identità adulta significa accogliere questa verità: che l’altro non potrà mai colmare tutte le nostre aspettative. Per i coniugi cristiani: ricordate che è Dio il primo sposo del vostro cuore. 

Quando lessi la prima volta la Mulieris Dignitatem devo sinceramente ammettere che non capii praticamente nulla: avevo quattordici anni e delle idee piuttosto approssimative e confuse su come dovessero essere uomini e donne, sul matrimonio, complice anche una malintesa e disarmonica “parità tra i sessi”. 

Mi sembravano parole certamente ricche di ineffabile meraviglia, ma mestamente destinate a rimanere su carta. Ora, invece, gradualmente, con il tempo, le benedicenti e fulgide parole del Santo Padre si stanno inesorabilmente tramutando in carne, si sono incarnate nella mia biografia, hanno conferito eroicamente ed audacemente un’autentica denominazione a ciò che vivevo ed in parte pativo. 

Credo proprio che in amore si soffra quando si dimentica che “C’è un paradosso nell’esperienza dell’amore: due bisogni infiniti di essere amati si incontrano con due fragili e limitate capacità di amare”. (R.M. Rilke) 

“Solo nell’orizzonte di un amore più grande è possibile non consumarsi nella pretesa reciproca e non rassegnarsi, ma camminare insieme verso un Destino di cui l’altro è segno”. (C. S. Lewis)

Uomo e donna sono dunque due povertà che si incontrano e si donano. Quella che Lewis chiama “pretesa reciproca” è destinata a rimanere tragicamente delusa a causa del nostro peccato e a causa delle differenze che intercorrono tra l’uomo e la donna. Avere un’identità adulta significa proprio accogliere questa verità: cioè, che l’altro non potrà mai colmare tutte le aspettative, anche involontarie, o le pretese che noi umanamente riversiamo sulla persona che ci è a fianco. 

Avere un orizzonte più grande significa invece comprendere che le piccole mancanze e delusioni reciproche le possiamo esperire non come vertiginosi crepacci, nei quali cercare di non cadere, né tanto meno come ardenti rivendicazioni, bensì come “giogo soave”, un peso leggero che serve alla propria conversione, che è poi il fine del nostro itinerario terreno. Ogni attesa ferita – perché l’amore non è assolutamente quell’unione simbiotica spontanea, gratuita e semplice che assume impropriamente tale nome, almeno nella cultura occidentale dal romanticismo in poi – ogni attesa disillusa, dicevo, dunque non è che lo sfaldamento della vita sul nostro ego, su quella parte di noi che è ferita dal peccato originale e che quindi non ci permette di entrare in un rapporto autentico e personale con Dio. 

Ogni uomo e ogni donna – come peraltro sapientemente ci rammenta l’inestimabile ricchezza della teologia del corpo – sono chiamati a essere sposi anzitutto del Signore, sia che siano consacrati, e allora è direttamente lui lo sposo, sia che siano invece sposati, e quindi l’altro diventa la via privilegiata per amare e ricevere amore da Dio, che rimane sempre però il nostro sposo. Ciò che guarisce efficacemente i rapporti è ricordare che se il fine oggettivo del matrimonio è quello di generare figli, quello soggettivo è generare e custodire sé stessi.

Leggi anche: I sentimenti non bastano per fare dell’amore un cammino (puntofamiglia.net)

Quindi, poiché esattamente come per le persone consacrate, è il rapporto con Dio che ci definisce, lo sposo è la via per realizzare questa unione con Dio. Amando lo sposo o la sposa, si ama Dio, e questo ci permette innanzitutto di uscire dalla logica utilitaristica che sembra prevalere in tante coppie. 

E poi, ad un livello molto più profondo, l’uomo maschio e femmina è a immagine di Dio, quindi, necessariamente il rapporto con l’altro ci dice qualcosa di decisivo e fondante su noi stessi. L’altro dunque, così diverso, che sovente ci fa adirare, ci delude, ci ferisce, non è “sbagliato”, ma è semplicemente il “segnaposto del totalmente Altro”, come spiega esaurientemente il cardinal Scola, e ci costringe a porci un sincero quesito di senso, ci conduce alla conversione. Ci porta a una forma di amore che parte dalla rinuncia a tutto – o a molto – di quanto si era atteso o proiettato sull’altro. Si abbraccia quasi la morte dell’amore come lo si era immaginato e si accetta umilmente di perdere. Si ama non più con lo slancio dirompente dell’emozione, ma con l’amore concreto e paziente di un monaco che scolpisce una minuscola scultura sotto la volta di una cattedrale, qualcosa di piccolo e prezioso che non vedrà quasi nessuno, solo coloro che avranno, appunto, la pazienza e la delicatezza di alzare lo sguardo. 

La santità in un matrimonio? Preparare un pasto o accogliere le critiche, accettare metamorfosi, silenzi quando si vorrebbe parlare e vocaboli quando si vorrebbe riposare, allegria quando si vorrebbe piangere e la calma quando si vorrebbe proporre. 

Nella fedeltà al matrimonio partecipiamo dunque anche noi come parte della Chiesa ad un’opera che ci trascende, il regno dei cieli, anche se a noi è stata affidata solo quella piccola scultura là in alto, che nessuno probabilmente si soffermerà a contemplare. Quando manca questa dimensione si vive un amore solo emotivo e si soffre. Sono soprattutto le donne a soffrire. 

Soffrono perché hanno perso il contatto con la loro identità intima e profonda.  Gli ultimi decenni hanno comportato per la donna un significativo e bruciante cambiamento. Mi limito solo a dire che, se la donna ritrova il suo posto, tutto si rimette in ordine. La donna soffre perché in lei c’è quella incolmabile nostalgia del primo sguardo che si è dolcemente posato su di lei. L’“eccomi” dell’uomo che risponde all’“eccomi” di Dio è essenzialmente muliebre. 

Più interiorizzata – scrive Pavel Evdokimov ne “La donna e la salvezza del mondo” – più vicina alla radice, la donna si sente a proprio agio nei limiti del proprio essere e con la sua rassicurante e luminosa presenza riempie il mondo dall’interno. 

La donna possiede una complicità con il tempo, perché sa che il tempo è gestazione, è attesa per qualcosa, per qualcuno. È gentilmente predisposta al dono di sé, e infatti si realizza quando può donarsi, che sia a dei figli di carne o no. Ha nostalgia dello sguardo che si è posato su di lei nel primigenio istante della creazione. Infatti, desidera intimamente che qualcuno le dica e le ricordi il suo essere bella e preziosa.

l’uomo desidera ardentemente sentirsi capace di portare a termine progetti, di risolvere problemi, di proiettarsi fuori di sé. Per mezzo della donna, l’umanità è invitata a trovare ed espletare la sua privilegiata vocazione sponsale con il Signore. È sempre una vocazione in cui la Sposa risponde con il suo amore a quello dello Sposo, dice la Mulieris Dignitatem, lo sposo con la S maiuscola, il Signore. 




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