Storie
Nino Guareschi: era autore di Peppone e don Camillo. Alberto, il figlio, parla del padre
Di Paolo Belluccio
Segue un’intervista ad Alberto Guareschi, figlio di Giovannino Guareschi, noto scrittore del secolo scorso, che raccontava le vicende dei famosi amici-rivali don Camillo e Peppone. Alberto Guareschi, in “Caro Nino ti scrivo”, edito da Rizzoli, ci racconta, però, dettagli più personali della vita di suo padre, specialmente dei mesi vissuti in carcere a causa di un dissenso politico.
“Caro Nino ti scrivo”: com’è nato l’idea di questo libro?
I lettori di mio padre da anni insistevano perché io e mia sorella Carlotta raccontassimo in un libro com’era in famiglia. Quando mia sorella è mancata, mi sono reso conto che, essendo io l’unico depositario dei ricordi familiari, questi sarebbero scomparsi assieme a me nel mio passaggio ad Altra Amministrazione. Così, qualche anno fa ho provato a imbastire una scaletta della nostra vita in famiglia basandomi oltre che sulla memoria, sui documenti del ricchissimo archivio che mi ha lasciato mio padre che nel corso degli anni ho letto e reso facilmente reperibili. Mi mancava solo la lettura della corrispondenza ricevuta in carcere e questa è stata resa possibile grazie al Covid: nel periodo di clausura imposta sono riuscito a leggere le 27.000 lettere, bigliettini e cartoline ricevute e a ricostruire il periodo passato in carcere. Il materiale raccolto, unito ai miei ricordi di quel periodo, mi ha spinto a mettere assieme questo libro, rimandando quello sulla vita con mio padre a data da stabilirsi.
Quanto è stato impegnativo mettere insieme i vari documenti e le lettere?
L’impegno è stato grande, dato il malloppo di documenti e di ricordi, ma il lavoro è stato reso facile grazie al travolgente plebiscito di affetto dei suoi lettori e amici, che mi ha spronato procedendo nella lettura della corrispondenza ricevuta in carcere.
Cosa portò, nell’animo di Giovannino Guareschi, questa esperienza?
Non ha mai parlato a me e a mia sorella del suo stato d’animo, né durante né dopo la sua scarcerazione, probabilmente perché c’era poco di edificante e di buono da raccontare a dei ragazzi. Penso che l’esperienza sia stata dura, non solo fisicamente, perché in lui è rimasta un’amarezza di fondo che gli ha reso dura la vita, rendendogli pesante in quegli anni anche il suo lavoro.
Leggi anche: Chi sbaglia… impara. Carceri, tra pena e speranza – Punto Famiglia
Un ricordo caro su suo padre…
È legato a tre o quattro giorni che la mia famiglia ha passato assieme quando ero militare di leva a Vipiteno. Mio padre, reduce dal primo infarto, era sereno e molto soddisfatto perché io avevo scelto il corpo degli Alpini ed era fiero della mia penna nera. Il clou di quel periodo incantato è stato quando una sera l’ho accompagnato fino alle scuderie della caserma e mio padre è rimasto per qualche minuto ad ammirare impressionato quegli animali che sembravano ancora più grandi nella penombra e continuavano a battere gli zoccoli sulla lettiera scuotendo le catene che li legavano alla parete.
Se c’è una cosa che mi ha colpito di questo libro è il disegno della Madonnina fatto da sua sorella. Qual era il rapporto con la fede di suo padre?
Quel disegno mi ha sempre colpito per la sua grande intensità emotiva. È spontaneo, genuino, vero come lo era la fede in Dio e nella Divina Provvidenza di mio padre.
Leggendo questo libro mi viene voglia (sono un appassionato della poesia e pace dei paesini) di vivere nel vostro paese. Sono passati degli anni, cos’è rimasto di quel clima di paese?
Dipende sempre dagli occhi di chi guarda il mondo che lo circonda e riesce quindi a inserire, nella realtà attuale, quella virtuale che staziona nel suo cuore. Ma sono convinto che anche chi non ha un bagaglio di ricordi del luogo che visita ma ha una buona sensibilità, possa percepirne la vera essenza nonostante i cambiamenti. Il nostro Mondo piccolo è a disposizione degli appassionati…
Voi avete un club dedicato a vostro padre…
Nel 1987 è nato, su iniziativa mia e di mia sorella e di un gruppo di amici di Giovannino, il “Club dei Ventitré”. Si chiama così perché mio padre, scrivendo, si rivolgeva ai suoi “ventitré lettori”; vuol essere un punto di riferimento per tutti i suoi appassionati. La sede è a Roncole Verdi (Parma) nell’ex ristorante Guareschi creato da mio padre nel 1964. Il ristorante nel 1993, dopo la sua chiusura, si è trasformato in Casa Museo Guareschi e da allora ospita oltre al Club dei Ventitré una mostra permanente su mio padre, il suo importante archivio e la sua biblioteca.
È vero che suo padre non era sempre d’accordo con le idee sui film di Don Camillo?
Praticamente ha continuato a lottare contro produttori, registi e sceneggiatori ufficiali durante la lavorazione di tutti i film procurandosi arrabbiature e amarezze.
Rimane il mistero dell’ultimo film…
Recentemente è uscito un libro che può essere molto utile agli appassionati di quel film incompiuto, l’ultimo che vedeva protagonisti Fernandel e Cervi, perché risponde a tutte (o quasi…) le domande che loro si pongono. Il libro è di Alberto Anile e s’intitola L’ultimo Don Camillo – Immagini e ricordi di un film perduto (Minimum fax; Centro Sperimentale di Cinematografia).
Progetti futuri?
Sì, a Dio piacendo: Vita col padre…
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Cari lettori di Punto Famiglia,
stiamo vivendo un tempo di prova e di preoccupazione riguardo il presente e il futuro. Questo virus è entrato prepotentemente nella nostra quotidianità e ci ha obbligati a rivedere i tempi del lavoro, delle amicizie, delle Celebrazioni. Insomma, ha rivoluzionato tutta la nostra vita e non sappiamo fin dove ci porterà e per quanto tempo. Ci fidiamo delle indicazioni che provengono dal Governo e dagli organi sanitari preposti ma nello stesso tempo manifestiamo con la nostra fede che “il Signore ci guiderà sempre” (cfr Is 58,11).












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