CORRISPONDENZA FAMILIARE
“Siate fecondi”. Ogni figlio è un dono e una sfida per gli sposi
17 Febbraio 2025
Si è tenuto l’8 febbraio 2025 presso la Casa del Pellegrino a Pompei il Convegno regionale dell’ufficio Famiglia e Vita della Conferenza Episcopale Campana da un titolo molto significativo “Meno 1 più 6”. I responsabili don Gianni Branco e i coniugi Assunta e Piero Del Bene con lungimiranza hanno proposto ai relatori e ai convenuti un tema molto importante e spesso trascurato a livello pastorale: il tempo della gravidanza e dell’educazione alla fede dal grembo materno fino all’età utile per il catechismo. Molto interessanti gli interventi dei relatori: don Silvio Longobardi, esperto di pastorale familiare; Giovanna Abbagnara, direttore di Punto Famiglia; la prof.ssa Emilia Palladino, esperta di Dottrina sociale della Chiesa e docente alla Gregoriana; Adriano Bordignon, presidente del Forum delle Associazioni Familiari. Di seguito un estratto dell’intervento di don Silvio.
La nascita di un figlio segna e talvolta condiziona in modo decisivo il cammino coniugale e familiare. È un evento che va considerato sia nel tempo della gestazione che in quello successivo al parto. La pastorale ordinaria mostra scarsa attenzione, non ci sono iniziative particolari per accompagnare gli sposi in questo cammino e aiutarli a vivere nella fede un’esperienza così importante e significativa. Devo purtroppo costatare che un evento come questo resta ai margini della vita ecclesiale, non viene illuminato con la Parola di Dio né trova uno spazio adeguato nella liturgia. Insomma, resta confinato nel privato. La Chiesa interviene solo dopo, se e quando i genitori decidono di chiedere il battesimo.
Nel Direttorio di pastorale familiare pubblicato dai Vescovi italiani nel 1993 – un testo che abbiamo troppo frettolosamente messo nel cassetto – troviamo un’interessante osservazione sulla preparazione alla liturgia battesimale:
“La stessa preparazione cominci possibilmente già durante l’attesa del figlio, perché in un momento così singolare e significativo i genitori siano aiutati a vivere la maternità e la paternità come coronamento della loro risposta di amore e ad accogliere nella fede il dono che Dio sta affidando alla loro responsabilità” (n. 105).
È solo un dettaglio, una timida provocazione che poteva attivare una pastorale della vita nascente ma non mi pare che abbia trovato una rispondenza. Salvo le solite e lodevoli eccezioni.

In Amoris laetitia (2016) troviamo un interessante paragrafo sul tempo della gravidanza, presentato come “un periodo difficile, ma anche un tempo meraviglioso” in cui “la madre collabora con Dio perché si produca il miracolo di una nuova vita”. Papa Francesco spiega: “Ogni bambino sta da sempre nel cuore di Dio, e nel momento in cui viene concepito si compie il sogno eterno del Creatore. Pensiamo quanto vale l’embrione dall’istante in cui è concepito! Bisogna guardarlo con lo stesso sguardo d’amore del Padre, che vede oltre ogni apparenza” (AL 168).
La riflessione del Papa offre senza dubbio suggestioni interessanti ma presenta un evidente limite: il tempo della gestazione appare legato esclusivamente alla maternità, come se la donna fosse l’unico soggetto e l’unico interlocutore (AL 168-171). Ben diversa è la prospettiva biblica. Vale la pena tornare alle origini.
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Quando Dio crea l’uomo a sua immagine, lo crea “maschio e femmina” (Gen 1,27). A prima vita appaiono due individui distinti e separati. In realtà, fin dall’inizio nel cuore e nel corpo Dio pone il seme dell’unità. E difatti, subito dopo il Creatore si rivolge all’uomo e alla donna, considerati come una coppia, una piccola comunità unita dall’amore e affida loro il compito di custodire e governare la creazione. “Dio li benedisse e disse loro: Siate fecondi e moltiplicatevi” (Gen 1,28). La fecondità non riguarda solo l’ambito familiare ma abbraccia tutta la creazione: “riempite la terra e soggiogatela, dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente che striscia sulla terra” (ivi).
Dio chiama in causa la coppia e non l’uomo e la donna singolarmente considerati, come oggi accade in una cultura che esalta l’individuo. La coppia infatti non è solo la somma né il semplice accostamento dell’uomo e della donna ma il fecondo intreccio di due personalità che costituiscono una nuova unità.
Senza togliere alla madre il legame unico ed esclusivo con il figlio, che resiste all’usura del tempo e alle tempeste della vita, è necessario ribadire che un figlio è frutto di un incontro tra l’uomo e la donna. È bene perciò sottolineare maggiormente il ruolo della coppia, anche perché accade non raramente che la nascita di un figlio invece di consolidare l’unità degli sposi finisce per assorbire tutte le attenzioni e le energie psico-fisiche e togliere spazio proprio alla dinamica coniugale.
Il concepimento è il segno della comunione coniugale, il sigillo di una storia in cui tutto è stato messo in comune, il figlio è il frutto dell’amore e il pegno della promessa, è l’espressione della coniugalità e l’inizio della genitorialità. La sua presenza insomma contiene il passato ma racchiude anche il futuro. Ogni figlio è un dono e una sfida per gli sposi. Anche quando è atteso con gioia, il concepimento rappresenta una feconda e salutare provocazione per la coppia. Quel figlio, frutto e segno dell’unità, deve irrobustire la comunione e non favorire, come spesso accade, una strisciante e pericolosa separazione.
Sottolineare l’intrinseco legame tra unità e fecondità coniugale significa richiamare la centralità della comunione. È questo l’essenziale punto di partenza, la regola che deve illuminare e orientare la pastorale familiare. Dobbiamo anzitutto preoccuparci di aiutare gli sposi a camminare nell’amore, a vivere una comunione che abbraccia tutta la vita e tutto nella vita. Rinvigorire e consolidare l’amore coniugale è l’indispensabile premessa per fare del matrimonio un albero sempre verde che produce frutti in ogni stagione dell’esistenza.
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