18 Febbraio 2025

Il mistero nascosto nella vita di un figlio

Primo pomeriggio, in una nota trasmissione televisiva condotta da Caterina Balivo, La volta buona, con uno share del 18,7% – ciò significa che 1 milione e 770mila persone vedono il programma – è affrontato il tema della maternità vissuta ad una certa età: Donne incinte dopo i 50 anni: gesto d’amore o atto di egoismo? Il titolo posto in questi termini sembra alludere ad un contraddittorio che difatti non c’è perché sono invitate a parlare quattro donne famose e una “ordinaria” che hanno partorito dopo i 50 anni con procreazione medicalmente assistita e una sola voce fuori dal coro Antonella Boralevi che tentava, annaspando, di dire qualcosa sui rischi legati al desiderio ad ogni costo di avere un figlio a quell’età, o alla maggiore incidenza di bambini con disabilità, continuamente zittita e attaccata in primis dalla stessa conduttrice.

Viviamo in un contesto culturale dove il contradditorio non è permesso. Vietato porsi domande o suscitare domande. È questa la strategia culturale più raffinata dei nostri giorni: la negazione delle domande. Diceva don Giussani che “la cultura di oggi scorda le premesse: esse sono nella coscienza dell’uomo che grida quelle ultime domande che penetrano i rapporti, il lavoro, il modo in cui uno affronta il problema sociale e tutto il resto. Presto o tardi l’uomo non può non sentire queste domande riaccendersi ed esplodere”.

Qual è il compito della Chiesa rispetto a queste domande circa: la dignità di ogni vita dal concepimento, il legame profondo tra una madre e il suo bambino, la trasmissione della fede fin dal primo istante di vita o fin dal concepimento, la concezione del figlio come un dono da accogliere indipendentemente dalla sua “perfezione” fisica secondo i canoni di questo mondo? Il nostro compito è offrire riaccendere la nostalgia del mistero attraverso itinerari adeguati e testimonianze concrete. Storie reali, storie che riaccendono la speranza.

Ho un nipotino di pochi mesi e mi sono riaffacciata sul mondo della nascita e dell’accudimento nei primi anni di vita notando come rispetto all’epoca della mia maternità, l’attenzione dei genitori verso il loro figlio sia raddoppiata. La gravidanza è stata medicalizzata fino all’eccesso e spogliata da ogni riferimento di gratitudine al Dio creatore; si organizzano baby shower (ennesima tradizione che arriva dalla cultura americana) per rivelare il sesso del nascituro con una grande business economico; per fare le cose alla grande spesso si rimanda il battesimo fino al primo anno di vita del bambino depauperando il sacramento dalla sua originaria ratio. C’è un’attenzione che definirei spasmodica verso la salute del bambino, giusta ma c’è altro. C’è un mistero che spesso dimentichiamo, un mistero che ogni uomo porta con sé e in sé, l’impronta di Dio, quella che facciamo fatica a riconoscere annebbiati dal diritto al figlio e dal desiderio del figlio perfetto e felice.

Spesso mi sono ritrovata a fare colloqui per la vita con donne che dopo una diagnosi di disabilità del figlio hanno pensato che l’unica soluzione fosse abortire. Era radicata in loro la coscienza che la sofferenza di un figlio è insopportabile per un genitore. E difatti non posso dare loro torto. Mi definisco una madre ansiosa. Ciò che ci fa più paura o ci fa soffrire di più è proprio la sofferenza per un figlio. Mio figlio non lo sa e non può sapere per esempio quando viveva a Torino la sera e usciva con gli amici quante volte io facevo refresh sulla pagina della cronaca di Torino Today per controllare se c’erano stati gli incidenti e questo fino a quando non lo sapevo a letto al sicuro.

La sofferenza di un figlio è una croce durissima da portare. Eppure proprio quei genitori che hanno vissuto con fede il dramma del dolore, mi hanno insegnato cosa significhi guardare il mistero della vita di ogni creatura. Sono queste storie che dobbiamo diffondere, far conoscere, annunciare che generano poi la cultura della dignità della vita. Storie che sono come delle zattere in un mare agitato ci salvano spesso dalla paura e anche dalla presunzione di avere tutte le risposte in tasca.



Il Caffè sospeso...
aneddoti, riflessioni e storie di amore gratuito …quasi sempre nascoste.

Il caffè sospeso è un’antica usanza a Napoli. C’è chi dice che risale alla Seconda Guerra Mondiale per aiutare chi non poteva permettersi nemmeno un caffè al bar e c’è chi dice che nasce dalle dispute al bar tra chi dovesse pagare. Al di là delle origini, il caffè sospeso resta un gesto di gratuità. Nella nuova rubrica che apre l’anno 2024, vorrei raccontare storie o suggerire riflessioni sull’amore gratuito e disinteressato. Quello nascosto, feriale, quotidiano che nessuno racconta, che non conquisterà mai le prime pagine dei giornali ma è quell’amore che sorregge il mondo, che è capace di rivoluzionare la società dal di dentro. Buon caffè sospeso a tutti!


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Giovanna Abbagnara

Giovanna Abbagnara, è sposata con Gerardo dal 1999 e ha un figlio, Luca. Giornalista e scrittrice, dal 2008 è direttore responsabile di Punto Famiglia, rivista di tematiche familiari. Con Editrice Punto Famiglia ha pubblicato: Il mio Giubileo della Misericordia. (2016), Benvenuti a Casa Martin (2017), Abbiamo visto la Mamma del Cielo (2016), Il mio presepe in famiglia (2017), #Trova la perla preziosa (2018), Vivere la Prima Eucaristia in famiglia (2018), La Prima Comunione di nostro figlio (2018), Voi siete l'adesso di Dio (2019), Ai piedi del suo Amore (2020), Le avventure di Emanuele e del suo amico Gesù (2020), In vacanza con Dio (2022).

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