Siamo una famiglia cristiana? Allora la legge del taglione non vale!

di Nicola e Giulia Gabella

Abbiamo bisogno di casa, di luoghi dove essere noi stessi senza temere il giudizio. E dove, quando sbagliamo, possiamo essere perdonati. Sapete perché, a volte, in una coppia non si riesce a recuperare il rapporto? Perché spesso il messaggio che passa mentre litighiamo è: “tu sei pure sbagliato”. Se non ci accogliamo e non ci perdoniamo in famiglia, dove impareremo a farlo? E dove sperimenteremo un amore gratuito?

La scorsa volta, abbiamo parlato della nostra famiglia come un tavolo con quattro gambe. Il primo pilastro che sorregge e vivifica una famiglia cristiana, ci siamo detti, è la preghiera. Abbiamo anche parlato dei litigi, che accadono in tutte le coppie. Oggi andiamo avanti, allora, con il secondo pilastro, che ci siamo accorti, negli anni, essere fondamentale: l’accoglienza

Quando una persona si sente sbagliata, spesso reagisce male, o si chiude in sé stessa, oppure attacca con aggressività. Il primo vero perdono, quindi è quando permettiamo all’altro di essere sé stesso; la famiglia è luogo di perdono perché la famiglia è, o dovrebbe essere, la prima alleata nel farci diventare quello che siamo realmente e non nel porre ostacoli a questo. Se in casa mia io non posso essere quello che sono, allora è un guaio. Noi abbiamo bisogno di casa, di luoghi dove possiamo essere noi stessi senza temere il giudizio. E dove, quando sbagliamo, possiamo essere perdonati.

Gesù ci dice di amare i nostri nemici e nel momento in cui siamo in conflitto tra noi, l’altro è “il nemico”. Come si fa a voler bene chi ci odia? O anche semplicemente chi ci tratta male, chi ci offende con parole o gesti?

Lasciamoci guidare da Gesù. Leggiamo questo passo del Vangelo di Luca (6,27-30):

“Ma a voi che ascoltate, io dico: amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male. A chi ti percuote sulla guancia, offri anche l’altra; a chi ti strappa il mantello, non rifiutare neanche la tunica. Dà a chiunque ti chiede, e a chi prende le cose tue, non chiederle indietro”.

Ci sono momenti in cui l’altro – e vediamola anche all’interno delle nostre coppie – non è affatto simpatico e non riesco a provare sentimenti positivi nei suoi confronti. Gesù ci chiede di agire, di fare un’azione positiva. Bene-dire, fare il bene, pregare per l’atro

Sono azioni, verbi che ci chiedono di metterci in gioco. L’amore non si limita a “lasciar correre”, ma cerca scelte operative. Non si tratta di una predisposizione interiore o di buoni sentimenti ma verbi da tradursi in atteggiamenti concreti.

Gesù ci insegna a contrapporre al male ricevuto il bene. La risposta cristiana non è secondo la legge del taglione, che limita il male e modera la vendetta. La risposta cristiana è quella di introdurre un gesto positivo. Lo sintetizza bene san Paolo: “non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene” (Rm 12,21). Gesù non ci invita alla passività e alla rassegnazione, ma a re-agire positivamente, con il bene. È possibile? Reagire al male con il bene è la vera rivoluzione… pensiamoci un attimo. Se si agisse così a livello planetario si cambierebbe il corso della storia, ma anche noi, nel piccolo delle nostre case, se facciamo nostro questo modo di re-agire, possiamo davvero cambiare il corso della nostra storia personale, di coppia e di famiglia. Con la preghiera è possibile.

La preghiera, quindi, come dicevamo la scorsa volta, è il nostro primo pilastro. 

Di seguito, iniziamo a parlare del secondo pilastro: accoglienza e condivisione.

La condivisione, l’accoglienza ci aiuta a farci prossimi alle persone della nostra famiglia, ma anche alle persone che Dio pone sulla nostra strada. Ci facciamo prossimi prima di tutto del nostro coniuge e poi dei nostri figli. A lui abbiamo fatto la nostra promessa di amore totale e definitivo e a loro dobbiamo dare il meglio di noi (che non significa essere perfetti). Potremmo fare anche le cose più belle al lavoro, in parrocchia, nello sport…. Ma se non rispettiamo nostro marito o nostra moglie, i nostri figli o anche i genitori anziani (e magari un po’ “pesantini”) nulla avrà senso. Avremmo una bella scatola luccicante da mostrare agli altri, ma dentro sarà terribilmente vuota. Staremmo raccontando agli altri, e a noi stessi, delle grandi bugie.

Da alcuni anni a questa parte Giulia ed io abbiamo fatto una scelta precisa che ci impegniamo a portare avanti e a confermare ogni giorno. 

Abbiamo deciso che la nostra vita debba essere condivisa col prossimo, perché non ci è stata data da consumare in silenzio, tra le quattro mura di casa, come se fosse qualcosa di esclusivamente privato.

Giulia ed io abbiamo bisogno che questa nostra vita, così com’è, unica e preziosa, sia condivisa con le persone che Dio pone sulla nostra strada. Non possiamo farne a meno, perché è la condivisione che dà senso al nostro cammino.

Leggi anche: La nostra famiglia: un tavolo con quattro gambe. Il primo pilastro? La preghiera – Punto Famiglia

In questi anni abbiamo sperimentato che l’incontro con le persone spesso passa da una cena o un pranzo consumato insieme. Ecco, quindi, che condividere la tavola è il metodo migliore per entrare in sintonia, per poter sciogliere un po’ i nodi, alleggerire le tensioni. Il gesto dello spezzare il pane insieme ha un enorme significato umano che tutti noi possiamo cogliere immediatamente, ma ha anche un significato simbolico e religioso, la cui importanza si sta invece perdendo.

Sulla tavola di casa Gabella, da ormai qualche anno, c’è sempre un piatto in più. A volte rimane vuoto, e a volte si riempie, anche in modo inaspettato. Si condivide il pane. Si può condividere il tetto, si condivide il tempo e si possono condividere le energie anche quando sembra di non averne più perché il Signore ci dà la forza.

In Amoris Laetitia n.324 leggiamo: 

«Sotto l’impulso dello Spirito, il nucleo familiare si apre, esce da sé per riversare il proprio bene sugli altri, per prendersene cura e cercare la loro felicità. Questa apertura si esprime particolarmente nell’ospitalità, incoraggiata dalla Parola di Dio in modo suggestivo: “Non dimenticate l’ospitalità; alcuni, praticandola, senza saperlo hanno accolto degli angeli”» (Eb 13,2).

Certamente l’aprirsi al nuovo costa anche un po’ di fatica, ma l’invito è quello di non farsi bloccare dalla paura, di fidarsi di Dio e permettergli con il nostro sì di operare e fare cose stupende proprio con la nostra vita di famiglia, anche con i nostri limiti, i nostri dubbi, la nostra poca fede.

Papa Francesco, che conosce come Dio opera nella vita delle persone, in Amoris Laetitia al nr. 308 scrive ancora

Gesù «aspetta che rinunciamo a cercare quei ripari personali o comunitari che ci permettono di mantenerci a distanza dal nodo del dramma umano, affinché accettiamo veramente di entrare in contatto con l’esistenza concreta degli altri e conosciamo la forza della tenerezza. Quando lo facciamo, la vita ci si complica sempre meravigliosamente».



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