L’8 marzo 2025 ero anche io tra le 5000 persone che si sono messe in pellegrinaggio verso Roma per testimoniare la bellezza della vita nascente. Il popolo della Vita ha attraversato la Porta Santa, ha celebrato Messa con il cardinale Pietro Parolin, ha accolto il Messaggio del Santo Padre dedicato ai 50 anni della fondazione del primo Centro di Aiuto alla Vita. Vorrei raccogliere qui la cronaca interiore.
L’aria del mattino aveva un respiro sacro. L’8 marzo, giorno di donne, di madri, di custodi della vita, mi trovavo davanti alla Porta Santa, il cuore colmo di pensieri e di preghiere. Attorno a me, il Popolo del Movimento per la Vita italiano si muoveva con la stessa trepidazione, i passi lenti ma certi, come se ciascuno sentisse il peso e la bellezza di quel momento.
Varcare la soglia. Un passo e l’anima si fa preghiera, si lascia alle spalle il rumore del mondo e si veste di luce. Stringevo dentro di me le presenze più care. Mio marito, compagno di ogni scelta, riflesso dell’amore ricevuto e donato. Mio figlio, promessa viva del domani, fragile eppure forte come ogni vita nascente. E accanto a me, un sacerdote, segno di una chiamata diversa ma intrecciata alla mia, perché l’amore si manifesta in molte forme, eppure è sempre lo stesso fuoco che arde. I fratelli con cui condivido l’amore per la vita.
Ma quel giorno non ho portavo nel cuore solo loro. Portavo con me tutte le donne. Quelle che hanno detto sì alla vita con le braccia spalancate e quelle che, per paura, dolore o solitudine, non hanno trovato la forza di farlo. Portavo la gioia di 280.000 bambini nati grazie ai colloqui per la vita, piccoli miracoli che hanno trovato posto nel mondo grazie a un sì. Ma sentivo anche l’ombra di chi non c’è, il peso di tutte le vite spezzate prima ancora di sbocciare, il dolore silenzioso di tante madri che non hanno potuto o saputo accogliere.
Perché essere madre non è solo un fatto biologico. È un’attitudine dell’anima, una vocazione incisa nel cuore di ogni donna, che la chiama a generare nel corpo o nello spirito, che la rende custode di una nuova vita o di una speranza da nutrire. È questo il mistero della femminilità: un grembo sempre aperto, capace di accogliere, di proteggere, di offrire amore senza misura.
Varcare quella soglia non è stato solo un gesto fisico. È stato un passaggio interiore, un affidamento silenzioso. Al di là di quella porta non c’era solo un nuovo spazio sacro, ma un invito. Mentre avanzavo, ho sentito una leggerezza nuova. Mi è sembrato di deporre ogni paura, ogni incertezza. In quel silenzio profondo, ho capito che la vita ha sempre l’ultima parola. Non c’è buio che possa spegnere la luce, non c’è chiusura che non possa trasformarsi in un nuovo inizio.
Noi, volontari della Vita, ci siamo fatti grembo di speranza, testimoni di un sì che si rinnova, come il seme che si schiude alla terra, come la carezza che sfiora una culla, come la voce che dice: “Tu sei vita, tu sei dono”. E lì, nel silenzio sacro, ci siamo sentiti piccoli e immensi, parte di un cammino che profuma di eterno. Non c’è confine quando la grazia abbraccia, non c’è paura quando l’amore guida.
Abbiamo lasciato il peso, abbiamo raccolto il Cielo. Oltre la Porta Santa, la Vita aveva vinto ancora.
Il Caffè sospeso...
aneddoti, riflessioni e storie di amore gratuito …quasi sempre nascoste.
Il caffè sospeso è un’antica usanza a Napoli. C’è chi dice che risale alla Seconda Guerra Mondiale per aiutare chi non poteva permettersi nemmeno un caffè al bar e c’è chi dice che nasce dalle dispute al bar tra chi dovesse pagare. Al di là delle origini, il caffè sospeso resta un gesto di gratuità. Nella nuova rubrica che apre l’anno 2024, vorrei raccontare storie o suggerire riflessioni sull’amore gratuito e disinteressato. Quello nascosto, feriale, quotidiano che nessuno racconta, che non conquisterà mai le prime pagine dei giornali ma è quell’amore che sorregge il mondo, che è capace di rivoluzionare la società dal di dentro. Buon caffè sospeso a tutti!
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