Oggi la legge 194, dal lontano 22 maggio 1978, compie un altro anno. Una legge che ha inciso profondamente nel corpo e nella coscienza del nostro Paese. Che si tratti di libertà o di lutto, di conquista o di ferita, molto è stato detto e molto continua a dirsi. Con toni accesi, con ragioni forti, con emozioni legittime. Ma in questa lunga e complessa discussione che attraversa ideologie, coscienze, storie personali, c’è un’assenza che pesa più di tutte: quella dei figli.
Sì, proprio loro. I bambini che non sono nati. I volti che non abbiamo visto. Le voci che non abbiamo sentito. Le mani che non ci hanno mai stretto. In fondo, sono loro i grandi esclusi dal dibattito. Non hanno un partito, non una bandiera, non uno slogan. Eppure, se parliamo di aborto, parliamo anche, e soprattutto, di loro. Non si tratta di giudicare, né di condannare. Non è nemmeno una questione di schierarsi. È, piuttosto, il tentativo onesto di allargare lo sguardo. Di includere anche chi non può parlare. Di interrogarci, come società, su cosa significhi custodire la vita. Sempre, comunque, anche quando è piccola come un battito appena formato.
Oggi, davanti a questa legge che ha cambiato la storia, possiamo fermarci un attimo? Abbassare la voce. Mettere da parte le semplificazioni e le etichette. E chiederci: cosa perdiamo quando non nasce un bambino? Cosa ci manca? Cosa ci dice quel silenzio che non avrà mai parole? Un pensiero oggi va onestamente rivolto a loro. Non perché ne abbiano bisogno, ma perché noi ne abbiamo bisogno. Per ricordare che ogni vita, anche la più piccola, ha un nome scritto sul palmo della mano del Creatore. Per dire che ogni cuore, anche il più nascosto, ha un valore eterno.
Oggi, davanti a questa data che ha segnato la storia, ci fermiamo. E in silenzio, semplicemente, preghiamo. Per le madri, per i figli, per i padri, per i medici, per chi ha taciuto, per chi ha parlato… È un gesto semplice, piccolo. Ma serve a ricordare che ogni assenza, se accolta con verità, può diventare presenza. Anche solo per lo spazio di un pensiero.
Il Caffè sospeso...
aneddoti, riflessioni e storie di amore gratuito …quasi sempre nascoste.
Il caffè sospeso è un’antica usanza a Napoli. C’è chi dice che risale alla Seconda Guerra Mondiale per aiutare chi non poteva permettersi nemmeno un caffè al bar e c’è chi dice che nasce dalle dispute al bar tra chi dovesse pagare. Al di là delle origini, il caffè sospeso resta un gesto di gratuità. Nella nuova rubrica che apre l’anno 2024, vorrei raccontare storie o suggerire riflessioni sull’amore gratuito e disinteressato. Quello nascosto, feriale, quotidiano che nessuno racconta, che non conquisterà mai le prime pagine dei giornali ma è quell’amore che sorregge il mondo, che è capace di rivoluzionare la società dal di dentro. Buon caffè sospeso a tutti!
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stiamo vivendo un tempo di prova e di preoccupazione riguardo il presente e il futuro. Questo virus è entrato prepotentemente nella nostra quotidianità e ci ha obbligati a rivedere i tempi del lavoro, delle amicizie, delle Celebrazioni. Insomma, ha rivoluzionato tutta la nostra vita e non sappiamo fin dove ci porterà e per quanto tempo. Ci fidiamo delle indicazioni che provengono dal Governo e dagli organi sanitari preposti ma nello stesso tempo manifestiamo con la nostra fede che “il Signore ci guiderà sempre” (cfr Is 58,11).




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Oggi, 8 marzo, festa della Donna. Auguri a tutte le donne del Mondo! Dal 1946 quando hanno avuto la possibilità…
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