CORRISPONDENZA FAMILIARE
Una violenza che inquieta e inquina. Da dove iniziare?
3 Giugno 2025
Ad Afragola si è consumata l’ennesima tragedia: una giovanissima ragazza, 14 anni, uccisa per mano di un ragazzo, di pochi anni più grande di lei, che diceva di amarla. Una violenza improvvisa e brutale che lascia tutti sconcertati e alimenta una nuova e più grande inquietudine in tanti genitori, giustamente preoccupati per quello che può accadere ai loro figli e sinceramente incapaci di prevedere e prevenire eventi drammatici di questa natura. Al di là della facile condanna e della rabbia, si insinua e sempre più prende dimora l’oscura sensazione di non poter fermare questa violenza che, come un’onda anomala, si abbatte sulla società. È tempo di riflettere, con calma e senza pregiudizi, dando voce a tutti e chiamando tutti a raccolta.
Una premessa mi sembra necessaria. Quando accadono questi fatti i mezzi di informazione, con la scusa di raccontare la realtà, sembrano avvoltoi in cerca della preda. Amplificano le notizie in modo smisurato, riferiscono dettagli che non hanno alcun valore se non quello di accendere le emozioni. Interrogano vicini e parenti, a volte, come in quest’ultimo caso, anche i genitori dei ragazzi coinvolti. A me sembra un’insopportabile invadenza mediatica che non rispetta nemmeno il dolore e costringe le persone a manifestare pubblicamente sentimenti che, per loro natura, dovrebbe essere custodire con pudore in un silenzio rispettoso e sacro. È un’altra forma di violenza. E non sapremo mai se, per quella eterogenesi dei fini che gli storici ben conoscono, anch’essa finisce per favorire un clima sociale segnato da una crescente aggressività.
Cui prodest? A che serve sapere come è stata uccisa Martina? A chi serve conoscere i dettagli di quella violenza brutale? Serve solo a generare rabbia in alcuni e forse emulazione in altri. Serve , dispiace dirlo, solo ad alimentare quell’odio che, a parole, vogliamo spegnere con la denuncia più risoluta.
Scrivo a distanza di pochi giorni dai fatti di Afragola, la notizia è già scomparsa dalle prime pagine. Non ci sono più dichiarazioni roboanti da parte di politici e/o altri rappresentanti delle istituzioni. Almeno fino a quando non ci sarà il processo. E allora il circo mediatico riprenderà a girare come una trottola. Gli avvocati saranno in prima fila, avranno il loro momento di notorietà. Le associazioni femministe si costituiranno parte civile, la politica prepara un pacchetto di proposte… un copione già visto e già stantio.
Invece di leggere ogni vicenda nella sua concretezza e irripetibilità, molti preferiscono usare schemi fissi e luoghi comuni. Da un po’ di tempo qualcuno ha scoperto la parola patriarcato e la usa come un rifugio, alla stregua degli antichi naviganti che, nel corso di una tempesta, cercavano un porto. Gli schemi non raccontano la realtà ma la deformano perché la piegano ai propri interessi di bottega. Attribuire tutto al patriarcato serve a scaricare la colpa sugli altri, sulle generazioni che ci hanno preceduto e, ovviamente, sulla cultura cattolica che, al dire di questi nouveaux sociologues, ha favorito una società fondata sull’autoritarismo maschile. Accusare gli altri serve a scusare sé stessi, cioè a giustificare quella cultura che fa dell’individualismo la norma indiscussa e indiscutibile di ogni azione.
Leggi anche: Martina, vittima di un vuoto che non si può più ignorare
È necessario prendere atto che la violenza è diventata una scomoda compagna di viaggio, un ospite indesiderato eppure sempre presente. Non c’è solo quella che, seguendo lo schema ideologico in voga, viene chiamata violenza di genere. In realtà, la violenza appare nei più diversi contesti della vita sociale: dalla famiglia alla scuola, dal mondo del lavoro a quello dello sport. È una violenza che riguarda tutte le fasce di età e tutti i segmenti sociali della popolazione. Nessuno escluso. Amplificare un aspetto per motivi ideologici non aiuta a capire le sorgenti nascoste di un fenomeno che purtroppo da sempre accompagna la storia dell’umanità.
Dinanzi alla violenza nessuno ha ricette o soluzioni. Siamo tutti smarriti. Non basta invocare una battaglia educativa e culturale. Se fosse sufficiente l’opera educativa, considerando le campagne scolastiche degli ultimi cinquant’anni, avremmo già vinto la battaglia contro il fumo e la droga. E invece sappiamo che continuano ad essere presenti, anche e soprattutto nelle giovani generazioni, e a produrre danni incalcolabili.
Serve un cambio di mentalità, dicono tutti. Servono pene più severe, dicono altri. La realtà è che la violenza nasce nel cuore dell’uomo che, mai come oggi, è una sorgente inquinata. Nessuno poteva immaginare che un giorno Alessio avrebbe ucciso Martina. Agli occhi di tutti erano molto affiatati, per quanto sia possibile esserlo in un’età in cui parlare di fidanzamento è del tutto fuori luogo. Il male sgorga da sorgenti nascoste, vuoti interiori riempiti di rabbia, bisogni individuali che assumono il valore di un bene al quale non si vuole in alcun modo rinunciare… quando il cuore diventa un mare tempestoso in cui i bisogni diventano leggi incoercibili, il male prende forma e, purtroppo, spesso si traduce in gesti e parole che, anche quando non hanno esiti drammatici, lasciano sempre ferite.
Leggi anche: La violenza che non ha nome
Dinanzi ad una realtà così magmatica e misteriosa, il cristianesimo non offre soluzioni a buon mercato ma ricorda due cose. In primo luogo che il male è un deficit strutturale della persona, nella natura umana c’è una ferita da curare. Con saggio realismo il profeta Geremia confessa l’impotenza dell’uomo: “Niente è più infido del cuore e difficilmente guarisce! Chi lo può conoscere?” (Ger 17,9). Se non bonifichiamo il cuore, dovremo sempre fare i conti con la violenza. Il cristianesimo si ostina a dire che solo Dio può compiere efficacemente quest’opera. In secondo luogo, la fede cattolica ricorda che la naturale fragilità dell’essere umano è amplificata dal maligno che s’insinua nei meandri della coscienza e orienta al male i punti deboli della persona.
Si parte dalla fede, ogni impegno per noi inizia da Dio e dall’opera che egli compie in noi. Accanto a questo elemento così essenziale e decisivo per noi credenti, c’è un altro punto altrettanto importante, anche se ovviamente subordinato. Ed è il ruolo della famiglia. Nessuno ne parla, politici e opinion makers chiamano in causa solo la scuola come se fosse l’unico ambito educativo, vengono interpellati gli esperti e coloro che svolgono ruoli istituzionali ma non i genitori. La famiglia è totalmente esclusa. Per principio. Come se non avesse un compito e non fosse parte viva di quel complesso processo che forma la personalità di un giovane. Bypassare la comunità domestica e il compito genitoriale rientra in quella cultura che tende a minimizzare il ruolo sociale della famiglia.
Non possiamo attribuire ai genitori la responsabilità delle scelte compiute dai figli ma non possiamo neppure ridimensionare l’importanza del compito educativo. Non voglio scaricare le colpe dei figli sui padri ma credo che sia utile ricordare ai genitori che il loro ruolo resta insostituibile e decisivo. È un tema che richiede un più ampio approfondimento. Sarà utile ritornare su questo argomento.
Ora resta il dramma di una vita spezzata e di un giovane che dovrà per tutta la vita fare i conti con il crimine che ha commesso. Resta lo sguardo attonito e impaurito di tanti genitori che guardano con maggiore apprensione i figli che crescono. Resta la fede che ci aiuta a non cadere nella trappola del male e ci chiede di assumere le proprie responsabilità per costruire un ambiente dignitoso per tutti.
Aiutaci a continuare la nostra missione: contagiare la famiglia della buona notizia
Cari lettori di Punto Famiglia,
stiamo vivendo un tempo di prova e di preoccupazione riguardo il presente e il futuro. Questo virus è entrato prepotentemente nella nostra quotidianità e ci ha obbligati a rivedere i tempi del lavoro, delle amicizie, delle Celebrazioni. Insomma, ha rivoluzionato tutta la nostra vita e non sappiamo fin dove ci porterà e per quanto tempo. Ci fidiamo delle indicazioni che provengono dal Governo e dagli organi sanitari preposti ma nello stesso tempo manifestiamo con la nostra fede che “il Signore ci guiderà sempre” (cfr Is 58,11).


ULTIMI COMMENTI
A noi piace definire la donna "custode del suo corpo", non padrona del su corpo; tempio della vita, non padrona…
Ognuno ha il diritto di decidere della sua vita come gli pare e non deve dare spiegazioni a nessuno. Questo…
Don Alberto, che rimane sempre "don" come lo sposato col sacramento rimane sempre sposato, parlava troppo, troppo. Penso che si…