SOCIAL NEWORK
Se tutti sbagliamo, come ne usciamo? Trappole social in cui cadono gli adulti
Mi sento come quando una persona a te cara commette qualcosa di talmente riprovevole da indurti a provare vergogna anche se non sei tu il colpevole. Mi riferisco al post del docente di una scuola campana che augurava alla figlia del presidente del Governo di fare la stessa fine della ragazza di Afragola.
Quel collega, con un gesto inqualificabile ed incommentabile, tanto che egli stesso l’ha definito “stupido”, ha infangato anche me. È tutto il corpo docente che ne esce con le ossa rotte. È vero che non si può generalizzare, ma è altrettanto vero che definire un insieme di persone “corpo” ha le sue implicazioni. Se un organo di un corpo, infatti, non funziona bene, il resto del corpo ne soffre. Capisco che questo ragionamento faccia fatica ad essere recepito nel tempo dell’edonismo sfrenato indotto dai social, ma, purtroppo o per fortuna, è ancora così che funzionano le cose. Sto male perché un mio collega ha fatto una stupidaggine e l’ha fatta grossa. E il tentativo di riparazione finisce col peggiorare la situazione.
Andiamo con ordine. Seguendo la stessa ricostruzione di questo docente, egli, a tarda sera, ha chiesto a ChatGPT di creare un insulto contro la Meloni. Poi, racconta, lo ha pubblicato senza troppa preoccupazione. Solo la mattina successiva si sarebbe accorto della gravità e ha eliminato il post. La storia è nota. Se ne parla da quando è accaduta. Meno si è fatto per riflettere sul fenomeno social che attanaglia i nostri adulti. Avete letto bene. Gli adulti. Se è grave che un ragazzo, nativo digitale, non colga il confine tra realtà virtuale dei social e quella reale, ancora più grave è che questo inganno capiti agli adulti. Se poi si tratta di un insegnante, siamo alla frutta. Siamo al punto di non ritorno? Non ce l’ho col collega in particolare. Ho ben riflettuto prima di scrivere. Potrebbe essere stato un momento di sbandamento, mi sono detto. Poi è arrivata la smentita: non è la prima volta che il docente sia incappato in un tale infortunio.
Non voglio giudicare. Non è questo il mio compito. Però è giusto provare a salvare il salvabile e cercare di trarre da questa triste vicenda qualche insegnamento, qualche riflessione che possa aiutare noi tutti. La prima riflessione che mi viene nasce da una considerazione fatta dal docente. Cito una sua risposta: “In classe non ho mai fatto politica”. Eccola qui, ancora la stessa storia che ritorna: in classe, sul posto di lavoro, seguo un comportamento irreprensibile, mentre fuori, posso fare ciò che ritengo più giusto. È l’eterno dilemma della doppia morale, della scissione della persona in base al luogo nel quale si trova. Aggravata però dal fatto che il fuori, in questo come in altri casi, non sia il chiuso di una stanza, ma il mondo della visibilità urbi et orbi, la vetrina per eccellenza, la terra dei social. Si era posto lo stesso dilemma anche nel caso della maestra che dichiarava di guadagnare molto di più vendendo prestazioni sessuali con foto su Onlyfans e che anzi dichiarava che i genitori l’apprezzavano.
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Oggi più che mai è lecito chiedersi dove finisce l’aula e dove inizia “il fuori”. Il mondo degli adulti non ha compreso questo passaggio. I ragazzini semplicemente lo ignorano, per loro non c’è separazione… Ma torniamo al nostro docente, modello, a sua insaputa, di un mondo adulto superficiale. Con quale faccia insegnerà, se dovesse tornare in classe, educazione civica? Con quale coraggio lavorerà contro il bullismo? Ha affermato che non si riconosce in questo governo, e così, in un colpo solo ha affossato anche la democrazia. Infine, in un estremo tentativo di salvare il salvabile, a mio avviso fallito, ha dichiarato: “Non accetto che un insegnante debba condividere pedissequamente le idee del governo per essere ritenuto degno del suo ruolo” e così ha dimostrato anche di non aver capito dove sta la gravità del fatto. Nella scuola dell’azzeramento dei programmi e della libertà di insegnamento, dove avrà letto questo suo pensiero? Il problema, però, secondo il modesto parere di uno che osserva il mondo dalla cattedra, non sta solo nel prof. Usciamo da un anno scolastico che si è rivelato pesantissimo a causa dell’uso distorto e manipolativo che i genitori fanno dei social. Sempre più frequentemente noi docenti veniamo interpellati per risolvere problemi o ricomporre fratture createsi nei gruppi (e sottogruppi) di chat di genitori che, invece di smorzare le difficoltà relazionali dei figli, le inaspriscono ed in qualche caso addirittura le innescano. A chi devono aggrapparsi questi ragazzi se il mondo degli adulti che dovrebbe accompagnarli li trasporta sull’orlo di un baratro senza ritorno? Alcuni social sono stati trasformati in pulpiti dai quali lanciare proclami spesso violenti (questo da cui siamo partiti è solo l’ultimo degli esempi), editti emanati da cavalieri da tastiera senza macchia e senza paura, ma talvolta anche senza misura. Dove ci potrà portare questa deriva? E, soprattutto, come uscirne? Perché dobbiamo uscirne. Ha scritto recentemente, Bruno Lorenzo Castrovinci: “Serve un’alleanza educativa stabile tra scuola, famiglie, istituzioni, operatori sociali, mondo della ricerca e piattaforme tecnologiche. Questa alleanza deve fondarsi su valori condivisi e su un impegno concreto per la tutela dei minori, attraverso strumenti normativi aggiornati, pratiche didattiche innovative e strategie di prevenzione efficaci.” Quest’alleanza, più volte invocata da questo blog, che esiste proprio per proporla e perseguirla, deve trovare un punto di partenza dalla considerazione che non c’è più tempo da perdere, che un po’ tutti noi abbiamo perso la misura, che ognuno ha bisogno dell’altro. Che, come diceva ripetutamente papa Francesco: Non ci si salva da soli. E che il primo passo consiste nel riconoscere che anche io ho sbagliato. Senza questo atto di semplice, banale, umile ammenda non si ricomincia la risalita. Chi ci sta?
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