La notizia della morte di Daniele Pieroni in Toscana, avvenuta in attesa che il Governo si pronunci sulla legge regionale sul suicidio assistito, non è per me una semplice cronaca. Non parla di norme o di iter burocratici. Parla, invece, della morte di un uomo. E con essa, inevitabilmente, solleva un interrogativo profondo e doloroso, che mi stringe il cuore: è davvero possibile che nessuno sia riuscito ad amarlo così tanto da convincerlo a non lasciarsi andare?
Questa domanda non è un giudizio su Daniele, né sulla sua sofferenza. È un grido, un lamento che sgorga dalla profonda convinzione che l’amore, quello autentico, sia la forza più grande, capace di vincere ogni disperazione. Vedere una persona scegliere il suicidio assistito non può essere, ai miei occhi, un atto d’amore. È, piuttosto, un epilogo amaro, un fallimento di quella vicinanza umana, di quel sostegno che, forse, avrebbe potuto salvarlo.
Daniele, ci è stato detto, non era solo un malato. Era uno scrittore, un uomo che aveva dimestichezza con le parole, con la bellezza della poesia e della lirica. Era uno che, con l’arte, sapeva esplorare le profondità dell’animo umano. E qui sta il paradosso più doloroso. Come è possibile che tutto questo, questa ricchezza interiore, non sia bastato a salvarlo dalla consapevolezza che forse una via d’uscita c’era, rispetto alla malattia che, dal 2008, lo aveva colpito inesorabilmente con il morbo di Parkinson?
La verità è che la scrittura, per quanto consolante o rivelatrice, non può salvare da sola quando manca ciò che più conta. La scrittura non lo ha salvato perché l’amore, quello vero, fatto di relazioni significative e durature nel tempo, è l’antidoto più potente, la cura più efficace contro ogni disperazione. Non è solo un sentimento, ma un’azione concreta, un impegno costante.
E qui, in questo punto cruciale, entriamo in gioco tutti noi. La comunità, la famiglia, gli amici: siamo chiamati a ricordare alla persona il suo valore inestimabile, a celebrare le sue conquiste, a testimoniare il bene che ha fatto e che, malgrado tutto, ancora può fare, anche nella fragilità più estrema. È la dimostrazione più limpida che la dignità umana non si misura dall’efficienza fisica o dalla salute del corpo. La dignità di un essere umano risiede, in modo semplice e inequivocabile, nel fatto di essere amato.
La storia di Daniele è un richiamo, un monito che ci spinge a chiederci: stiamo amando abbastanza? Siamo capaci di offrire quell’abbraccio così forte e incondizionato da far sentire a chi soffre che non è mai solo, e che la vita, anche nella sua forma più fragile, è un dono prezioso da custodire? Sono domande scomode. Eluse da giornalisti che descrivono la morte di Daniele come un paradiso: l’iniezione letale da lui stesso iniettata che fa effetto in tre minuti dolcemente; due medici, che si affrettano a definire volontari ma solo perché hanno paura di ritorsioni, presto diventerà una professione aiutare a procurarsi la morte; due badanti, che mi fanno capire che Daniele era assistito da persone esterne. Cosa c’è di sereno in questa scena? Piuttosto c’è la drammatica profezia di una società civile che uccide i più fragili come Daniele illudendoli che sia la cosa più giusta per tutti. Un segno di libertà. Come se essere liberi senza essere amati potesse salvare qualcuno. Solo l’amore salva.
Il Caffè sospeso...
aneddoti, riflessioni e storie di amore gratuito …quasi sempre nascoste.
Il caffè sospeso è un’antica usanza a Napoli. C’è chi dice che risale alla Seconda Guerra Mondiale per aiutare chi non poteva permettersi nemmeno un caffè al bar e c’è chi dice che nasce dalle dispute al bar tra chi dovesse pagare. Al di là delle origini, il caffè sospeso resta un gesto di gratuità. Nella nuova rubrica che apre l’anno 2024, vorrei raccontare storie o suggerire riflessioni sull’amore gratuito e disinteressato. Quello nascosto, feriale, quotidiano che nessuno racconta, che non conquisterà mai le prime pagine dei giornali ma è quell’amore che sorregge il mondo, che è capace di rivoluzionare la società dal di dentro. Buon caffè sospeso a tutti!
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stiamo vivendo un tempo di prova e di preoccupazione riguardo il presente e il futuro. Questo virus è entrato prepotentemente nella nostra quotidianità e ci ha obbligati a rivedere i tempi del lavoro, delle amicizie, delle Celebrazioni. Insomma, ha rivoluzionato tutta la nostra vita e non sappiamo fin dove ci porterà e per quanto tempo. Ci fidiamo delle indicazioni che provengono dal Governo e dagli organi sanitari preposti ma nello stesso tempo manifestiamo con la nostra fede che “il Signore ci guiderà sempre” (cfr Is 58,11).




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