MIRACOLI EUCARISTICI
Carlo Acutis e il Grillo “stonato”
“Come è possibile che un giovane beato possa comunicare una teologia eucaristica così vecchia, così pesante, ossessiva, concentrata sull’inessenziale e tanto trascurata invece sulle cose decisive?”. È il pensiero di Andrea Grillo, docente di Teologia dei sacramenti, sul prossimo santo Carlo Acutis. La vera domanda è: perché una lettura così parziale della spiritualità del giovane Acutis?
«Come è possibile che un giovane beato possa comunicare una teologia eucaristica così vecchia, così pesante, ossessiva, concentrata sull’inessenziale e tanto trascurata invece sulle cose decisive? Come è possibile che tutto il cammino che la Chiesa ha fatto negli ultimi 70 anni, sul piano della comprensione del valore ecclesiale della eucaristia e della sua celebrazione, sia stato comunicato, in modo così distorto al giovane ardente comunicatore, tanto da suggerirgli una comprensione tanto lacunosa, tanto difettosa, tanto unilaterale? Chi lo ha assecondato in questo interesse per i “miracoli”, trascurando il vero miracolo?». A scriverlo è Andrea Grillo, docente di Teologia dei sacramenti e Filosofia al Pontificio Ateneo Sant’Anselmo di Roma e all’Istituto di Liturgia Pastorale Santa Giustina di Padova. A suo parere: «Il vero cuore della eucaristia, la unità tra corpo sacramentale e corpo ecclesiale, è cancellata e dimenticata».
Viene da chiedersi: perché tanta approssimazione? Perché tanto livore? Perché una lettura così faziosamente parziale della spiritualità di Carlo Acutis? Meglio non indagare le ragioni, ma soffermarsi sul merito della questione sollevata da Grillo. Il teologo sembra voler cedere lo spazio al polemista, alla ricerca spasmodica di like e di followers, anche a dispetto del rispetto al Magistero ufficiale a cui pure un docente di facoltà teologiche dovrebbe rispondere.
Come ricorda, per inciso, la Donum veritatis «Il dissenso pubblico dall’insegnamento del Magistero non può essere considerato un’espressione legittima della libertà teologica»” (Donum Veritatis, 32).
Il suo ragionamento più che da un “et et”, sembra ispirato ad un “aut aut”. Sembra voler imbrigliare Dio, nel suo Mistero più grande, in una razionalizzazione teologica che rimane ancorata alle aule accademiche e ai testi di teologia sistematica (magari i suoi…). Dovrebbe chiarire perché la presenza viva e vera di Cristo nell’Eucaristia, oltre che rivelare la dimensione comunionale del sacrificio di Cristo, non possa, nel corso della storia, anche rivelarsi con segni visibili in grado di parlare attraverso esperienze sensibili.
La Scrittura ci racconta di come sia profondamente sbagliato voler a tutti i costi ingabbiare Dio in quell’ambito della nostra comprensione razionale che ciascuno di noi, parzialmente, crede di padroneggiare.
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Basterebbe citare Geremia 32, 27 «Ecco, io sono il Signore Dio di ogni essere vivente; qualcosa è forse impossibile per me?» o il Primo Libro delle Cronache «tu domini tutto; nella tua mano c’è forza e potenza; dalla tua mano ogni grandezza e potere» (1 Cr 29,12), o anche più semplicemente il Salmista che ci ricorda continuamente che «la sua grandezza non si può misurare» (Salmo 145,3).
Dio è fatto così, gli piace rivelarsi quando e come meglio crede…Del resto, spiega l’Angelo a Maria che «nulla è impossibile a Dio» (Lc 1, 37).
Ferma restando la pienezza spirituale dell’Eucaristia, perché negare che Dio abbia voluto rendere intellegibile questa esperienza anche attraverso segni tangibili, visibili, esperibili? In fondo è a questo che guardava il giovane Carlo, non per rafforzare la sua personale esperienza di fede ma più semplicemente per parlare il linguaggio del mondo.
Parlare dei Miracoli Eucaristici non è una “distrazione”, ma un annuncio. Carlo voleva invitare a credere in Gesù e ha accettato la sfida di quanti sono orfani della fede: ha scelto la strada della testimonianza storica, dell’evidenza scientifica, dei parametri di verifica razionalistici. È questo che rende la bella intuizione di Carlo una testimonianza viva, che continua nel tempo, e di fronte alla quale anche i più scettici, giovani e meno giovani, credenti e non credenti, non possono non lasciarsi interrogare.
Come ho scritto nella mia biografia spirituale di Carlo Acutis: «Carlo ha pensato ai farisei, agli scribi, ai non credenti del nostro tempo. Come convincerli che Gesù è realmente presente nella materia eucaristica: il pane e il vino che si fanno corpo e sangue di Gesù, che diventano Gesù pur restando visibilmente pane e vino ma nella sostanza diventano altro. Come farlo capire a chi non ha il dono della fede? Come farebbe Gesù? Carlo non riusciva ad accettare passivamente l’idea che gli stadi fossero sempre pieni per i concerti o per le partite e invece non ci fosse la stessa fila per affollare le Chiese dove era presente Gesù. La voglia di condividere questa grande bellezza, questa grande opportunità, di comprendere la gioia che ciascuno di noi rischia di perdere con indifferenza, così abituati come siamo a dare tutto per scontato.
Ai farisei che chiesero un segno a Gesù Lui riservò, come racconta l’evangelista Matteo, «solo il segno di Giona» (Mt 16,4), cioè la Sua risurrezione il terzo giorno. A Tommaso che non credeva alla Sua risurrezione ha fatto mettere il dito nel Suo costato (Gv 20,24-29). Ma dopo? Quale mezzo avrà scelto Gesù per mostrarsi a chi si ostina a non credere in Lui? Carlo ha intuito che Gesù ha lasciato sé stesso come dono alla Chiesa, che ritorna ogni volta nel memoriale della Pasqua eucaristica e allora era lì che bisognava cercare» [V. Rizzo, Carlo Acutis. L’Apostolo dei Millennials, Punto Famiglia, Angri (SA) 2020, 71-72].
Lo scopo della mostra non è “propagandistico” ma è un invito a fare esperienza di incontro con Cristo, a fare esperienza di comunione ecclesiale, a fare esperienza del Mistero più grande che si lascia “toccare” e che tocca nell’intimo il cuore. Carlo Acutis, prossimo santo, ci insegna proprio questo.
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