“Il filo della carità”: dieci anni di amore all’Oasi don Enrico Smaldone sui passi del servo di Dio
Sabato 13 luglio, nella suggestiva cornice della Cittadella della Carità “don Enrico Smaldone” di Angri, si è tenuto un incontro intenso e coinvolgente organizzato dalla Fraternità di Emmaus in collaborazione con Progetto Famiglia, per celebrare i dieci anni dall’inaugurazione dell’Oasi dedicata al Servo di Dio don Enrico Smaldone, del quale proprio in quel giorno cade l’anniversario della sua ordinazione sacerdotale.
Una serata di ascolto più che di parole, com’è stato detto in apertura: poche chiacchiere, tanta vita vera. Perché, quando si racconta l’amore nella sua forma più concreta – quella della carità – le parole si fanno leggere, e lasciano spazio ai volti, agli sguardi, alle scelte.

Il filo che ha unito la celebrazione eucaristica alla serata è stato il messaggio profondo e delicato del Vescovo Giuseppe Giudice, che ha ricordato come la vocazione, sia essa al sacerdozio o al matrimonio, nasca dallo stesso amore che si dona, reso forte dalla speranza e illuminato da quella “intelligente ironia” che fa gustare ogni passo.
Il primo “quadro” di questo incontro ha avuto il colore deciso della vocazione sacerdotale di don Enrico Smaldone (1914-1967), presbitero della Diocesi di Nocera Inf.-Sarno. Proprio il 13 luglio del 1941 veniva ordinato sacerdote: un seme piantato nel cuore del mondo, nel pieno della guerra, da cui sarebbe germogliata un’opera di amore radicale, generativo, testardo.

Non è stato semplice, né immediato. Le sue parole, lette durante la serata, raccontano le resistenze iniziali, la lunga meditazione che lo ha portato a riconoscere quella chiamata come parte di sé, come la vita stessa della sua anima. Fino a quando, davanti a un bambino affamato e solo, ha compreso che non si poteva più attendere: bisognava costruire un luogo per ridare speranza, dignità, futuro. Nasce così l’idea della “Città dei Ragazzi”, che prende forma pochi mesi dopo con la posa della prima pietra, il 10 luglio 1949.
Ospite speciale, Enzo Del Sorbo, uno dei “ragazzi” accolti da don Enrico, che con la sua testimonianza ha reso viva quella paternità sacerdotale capace di segnare un’esistenza. Le sue parole hanno fatto eco a quelle scritte da don Enrico nel 1950: “Non trovo un minuto di pace… ma non bisogna fermarsi neanche un attimo finché non avremo raggiunto la meta. È vero che arriveremo esausti, ma che importa quando il nostro ideale è raggiunto?”.

La serata è proseguita con il secondo quadro: quello dell’Oasi don Enrico Smaldone, che da dieci anni prosegue quella stessa missione di carità a favore dei minori, ma con un volto nuovo – quello delle famiglie. Qui la vocazione è matrimoniale, vissuta nella concretezza dell’accoglienza quotidiana.
A raccontarlo, Francesco e Annarita Petrosino, genitori affidatari e custodi dell’Oasi insieme ai loro tre figli naturali. Il loro è un amore che si fa casa, braccia, riparo, ma anche preghiera e discernimento. Un carisma che non si sceglie a tavolino, ma che si riconosce nel tempo, come dono dello Spirito. La loro testimonianza ha lasciato spazio alla proiezione di un video, curato da Sara Petrosino, che ha ripercorso dieci anni di volti, sorrisi, abbracci.

Poi è stata la volta di Sofia e Nicola, che hanno accolto la piccola Maria (nome di fantasia), passando proprio dall’Oasi. Un racconto delicato, di amore che cambia forma ma non sostanza. Una testimonianza profonda e commovente. A seguire, Paola e Raffaele, genitori di due gemelli e volontari da due anni. Il loro è stato uno sguardo “laterale” e profondo sulla vita dell’Oasi, sul servizio silenzioso che fa la differenza. E infine la signora Filomena che per mesi ha attraversato la soglia dell’Oasi con fedeltà e amore per la sua nipotina accolta a soli 15 giorni di vita. Un legame che è andato oltre l’accoglienza e che continua ancora.
Il brano “L’essenziale” di Marco Mengoni eseguito con la chitarra dal maestro Giuseppe Giardina ha introdotto l’ultimo momento della serata, ricordando a tutti che ciò che conta davvero è l’amore, la relazione, la capacità di stare. A concludere l’incontro, l’intervento di don Silvio Longobardi, che ha offerto una riflessione sul valore della testimonianza e sulla bellezza della continuità nella fede.
Un ringraziamento speciale è stato rivolto a don Francesco Rivieccio, postulatore della causa di beatificazione di don Enrico, e ad Antonietta Abete, vicepostulatore. La loro presenza ha dato profondità e senso al cammino ecclesiale in corso.
La serata si è chiusa con il canto “Tutto è possibile”, perché davvero tutto lo è… quando la carità si fa vita. Un piccolo dono, un libro su don Enrico curato da don Silvio Longobardi, è stato consegnato ai testimoni, a suggellare una serata in cui più che parlare, si è ascoltato. E dove il filo della carità, sottile ma indistruttibile, ha continuato a tessere legami.
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