L’ARTE DI EDUCARE
“Mamma, quei bambini non giocano con nessuno”. Poi il miracolo dell’accoglienza
Oggi lasciamo spazio alla testimonianza di Sabrina, mamma di una bambina di sette anni. Vuole condividere la sua esperienza dopo il primo anno di scuola primaria di sua figlia, alla quale sta insegnando l’attenzione per chi ha più difficoltà a inserirsi in un gruppo di pari. Come vedrete da questi episodi, l’empatia nei bambini va coltivata e può dare frutti eccezionali.
All’inizio della prima elementare, la classe di mia figlia era assortita in modo molto eterogeneo. Una buona metà era composta da stranieri, di paesi diversi tra di loro. Alcuni erano insieme già dalla scuola dell’infanzia, altri, invece, venivano da asili diversi. Qualcuno non conosceva proprio nessuno.
Ricordo che mia figlia, i primi giorni, tornando a casa, mi diceva: “Manuel sente la mancanza dei suoi vecchi compagni, l’unico amico dell’asilo che frequenta la nostra scuola è nell’altra sezione e lui pensa sempre all’asilo, non vuole giocare con nessuno”.
“Tu hai provato a giocare con lui?”
“No, tanto sta sempre seduto da solo…”
Le ho suggerito di parlarci, e lei mi ha risposto: “Ma lui non parla. L’unica cosa che dice è che gli mancano i suoi vecchi amici”.
“Anche se non parla, tu stagli vicino. Capisci come si sente? Non vi conosce, vede che voi avete già degli amici, magari è timido. Tu, ogni tanto, siediti vicino a lui”.
Da quel giorno, ha cominciato a tornare a casa dicendomi: “Mamma, oggi, a merenda, sono stata vicino a Manuel…”
“Cosa vi siete detti?”
La risposta all’inizio era sempre la stessa: “Niente, ma sono stata vicino a lui lo stesso, come hai detto tu”.
Pian piano, questo bambino è diventato uno dei suoi migliori amici.
A metà anno, è arrivato un bambino straniero, che non sapeva neppure una parola di italiano.
Forse innervosito dal cambiamento, frustrato perché non riusciva ad interagire efficacemente, utilizzava molto le mani, strattonava, rompeva oggetti.
“Mamma, lui si comporta male…”
“Penso che sia un momento difficile, immagina come può essere difficile parlare senza che nessuno ti capisca e non capire quello che dicono gli altri. Si trova in un posto nuovo, ha lasciato tutto, è sicuramente un po’ nervoso. Tu prova a giocarci…”
“Ma… come faccio a parlare con lui? – mi ha chiesto – Non mi capisce!”
“Sono sicura che c’è una lingua che capiscono tutti i bambini…”
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“Quale?”
“Il sorriso… Tu fagli tanti sorrisi, si sentirà accolto anche se non vi capite…”
“Ce lo ha detto anche la maestra. I maschi hanno risposto che a loro non importa se lui non li capisce e non hanno voglia di sorridergli…”
“Questo non è bello. Tu provaci”.
Da quel giorno, mia figlia ha iniziato a sfoderare sorrisi con quel bambino. Dopo un po’ è tornata a casa felice perché, mentre lui prima alzava le mani, ora la abbracciava.
“Mamma, L. con me è diverso, mi abbraccia… non mi alza mai le mani, perché?”
“Perché tu con lui parli la lingua dei sorrisi”.
Stiamo parlando di bambini di sei o sette anni: ovviamente, tutto va contestualizzato, ci sono momenti di complicità e altri in cui fanno fatica ad andare d’accordo o semplicemente si ignorano, perché non sono in grado di capire pienamente cosa vive l’altro.
Tuttavia, questi due compagni in situazioni critiche sono stati per mia figlia un’occasione per iniziare a capire i sentimenti degli altri, per provare a mettersi nei panni di qualcuno che soffre.
Ovvio, l’empatia del bambino – tendenzialmente egocentrico per natura – si sviluppa nel tempo, ma, come ogni cosa, evolve se allenata.
Come una persona che fa sport sin dall’infanzia ha più probabilità di diventare sportiva nella vita, così un bambino che viene allenato all’empatia sin da bambino ha più probabilità di acquisire questa competenza sociale e di diventare un punto di riferimento soprattutto per le persone che hanno maggior bisogno di sostegno.
Non ho raccontato queste storie per mettere in luce le mie qualità di madre, anche perchè sono molte di più le cose che devo imparare di quelle che posso insegnare. Ho voluto raccontarle per dimostrare che l’amore è l’arma più vincente, anche tra i banchi di scuola. L’amore è un linguaggio universale, tutti lo capiscono, anche chi parla un’altra lingua. Facciamo il possibile perché i nostri figli non restino analfabeti in questo, anzi, imparino fin dai banchi di scuola che donare è bello.
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