CORRISPONDENZA FAMILIARE
L’Humanae Vitae è fondamentalista. Un lettore ci scrive
28 Luglio 2025
Foto derivata da: The original uploader was RaminusFalcon at Italian Wikipedia.Unknown photographer, Public domain, via Wikimedia Commons
È davvero fondamentalismo rimanere fedeli al Vangelo? Di fronte alla scelta personale di una coppia che rifiuta l’insegnamento dell’Humanae Vitae, don Silvio invita a rileggere senza pregiudizi l’enciclica di Paolo VI, nata da preghiera, confronto e coscienza. Non un’imposizione cieca, ma una proposta esigente che interpella la libertà e la fede. Perché il Vangelo, sì, chiede troppo — ma lo fa solo perché ama troppo.
Io e mia moglie siamo credenti praticanti. Abbiamo tre figli. E usiamo gli anticoncezionali artificiali perché Dio dà la vita, ma non decide il numero dei figli. Ci crea liberi e siamo noi a decidere quanti figli avere. Dopo il terzo figlio, l’aspetto procreativo viene escluso e rimane quello unitivo. L’apertura alla vita non può essere cieca.
La Humanae Vitae è fondamentalista.
Cordiali saluti
L’Humanae Vitae è fondamentalista, scrive un nostro lettore. Lui e la moglie hanno scelto di usare i mezzi contraccettivi per escludere altre gravidanze perché, in tutta coscienza, ritengono di aver già risposto alla missione procreativa. In fondo tre figli sono tanti e, stando ai criteri statistici, superano la media nazionale. In Italia solo il 14% dei nuclei familiari ha tre o più figli.
Comprendo le difficoltà che vive una coppia di sposi, accogliere la vita è una scelta che richiede grande responsabilità e comporta non pochi impegni. Quello che non comprendo è accusare tout court Paolo VI di fondamentalismo. Non si tratta di una critica ragionata e circostanziata ma di una denuncia che sconfina nella diffamazione. L’enciclica Humane Vitae vide la luce nell’estate 1968 al termine di una lunga gestazione, frutto di un ampio confronto ecclesiale e di una deliberazione personale, come spiega lo stesso Pontefice nelle battute iniziali del documento:
“avendo attentamente vagliato la documentazione a noi offerta, dopo mature riflessioni ed assidue preghiere, intendiamo ora, in virtù del mandato da Cristo a noi affidato, dare la nostra risposta a queste gravi questioni” (HV 6).
Sono parole da meditare perché lasciano intravedere la fatica e la responsabilità della scelta. Il Papa ascolta le voci di tutti (vescovi, teologi e sposi) e prende atto che esiste una sostanziale diversità in seno alla comunità ecclesiale. E poi decide, in coscienza, cioè dinanzi a Dio, qual è il vero bene da proporre agli sposi che si riconoscono nella Chiesa Cattolica e intendono seguire Cristo. Montini sa bene che quel documento avrà un impatto significativo nella vita ecclesiale, e sa pure che troverà un’aperta e dura opposizione ma non si sottrae alle sue responsabilità e decide di non poter approvare né appoggiare in alcun modo la voce di quelli che chiedevano di riconoscere la liceità dei metodi contraccettivi.
Non è mia intenzione entrare nello specifico di una problematica che comprende tanti e diversi aspetti. Sul nostro magazine non mancano gli approfondimenti. Rimango sulla soglia, affronto le questioni preliminari. Il nostro lettore scrive che “Dio dà la vita, ma non decide il numero dei figli”. Faccio notare che nella liturgia nuziale dopo aver chiesto ai nubendi la disponibilità ad amarsi con tutto il cuore e con tutta l’anima, fino a diventare una sola carne, viene posta la domanda sull’accoglienza dei figli:
“Siete disposti ad accogliere con amore i figli che Dio vorrà donarvi”.
Le parole sono chiare, la disponibilità non riguarda i figli che una coppia pensa / ha progettato di avere ma quelli che Dio vorrà donare. Certo, sono gli sposi a decidere con responsabilità ma stando sempre dinanzi a Dio e sotto lo sguardo di Dio. Senza dimenticare, come leggiamo nel Concilio Vaticano II, che “la vita dell’uomo e il compito di trasmetterla […] riguardano sempre il destino eterno degli uomini” (Gaudium et spes, 51). In altre parole, la scelta procreativa non resta confinata nel privato di una famiglia ma ha un valore ecclesiale, fa parte di quella storia della salvezza che Dio costruisce lungo i secoli.
Leggi anche: Paola, la rivoluzione (negativa) della contraccezione
Invece di chiamare Paolo VI sul banco degli imputati, conviene andare alla fonte. Non mi pare di trovare nel Vangelo pagine accomodanti, quelle che rendono la vita più facile. Al contrario, ho sempre l’impressione che Dio chiede troppo, come se dimenticasse la costitutiva fragilità dell’essere umano. Mi limito a ricordare tre pagine.
“Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli?” (Mt 18,21). Pietro non si limita a porre questa domanda, offre anche una risposta che, ai suoi occhi, è molto generosa, più di quello che un uomo è disposto a fare: “Fino a sette volte?”. Possiamo immaginare lo stupore dell’apostolo quando Gesù alza l’asticella e la pone ad un livello che, ammettiamolo, supera ogni capacità umana: “Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette” (Mt 18,22).
Ai farisei che chiedono quali sono i motivi che rendono lecito il ripudio (la liceità della separazione non è oggetto di discussione), Gesù risponde con calma serafica: “L’uomo non divida quello che Dio ha congiunto” (Mt 19,6). Gesù invita gli sposi a custodire il patto nuziale come un bene irrinunciabile. Chiede troppo? Tanti battezzati, oggi sempre più numerosi, rispondono di sì e ritengono che il Vangelo non può chiedere tanto. Restare insieme tutta la vita è bello e auspicabile, ma non può diventare una legge. L’amore perfetto è solo un’illusione. Meglio vivere alla giornata: una coppia con la porta spalancata per entrare e uscire quando si vuole, quando siamo stanchi della routine.
Agli apostoli che lottano per la leadership, Gesù offre una regola chiara: “Colui che vorrà diventare grande tra voi, si farà vostro servo” (Mt 20,26). In questa scia, Paolo scrive alla comunità di Efeso: “Siate sottomessi gli uni agli altri” (Ef 5,21). Un ideale assai nobile ma difficile da praticare. Non sono molte le persone disposte a mettersi all’ultimo posto. Niente da fare, anche in questo caso il Vangelo chiede troppo.
Il Vangelo non cammina nei sentieri del buon senso, non conosce le mezze misure, propone un ideale che mette in crisi perché ci costringe a riconoscere i nostri limiti, la nostra inguaribile tendenza a fare solo le cose possibili. Il Vangelo è sempre una provocazione e tale deve restare. Una Chiesa fedele al Vangelo non deve attenuare la forza rivoluzionaria della proposta ma deve accompagnare e dare le risorse necessarie per accogliere un ideale che, per sua natura, è più grande di quello che possiamo fare. Lo diceva con grande chiarezza Papa Francesco:
“Giungiamo ad essere pienamente umani quando siamo più che umani, quando permettiamo a Dio di condurci al di là di noi stessi perché raggiungiamo il nostro essere più vero” (Evangelii gaudium, 8).
È vero, Dio chiede troppo, più di quello che l’uomo può dare. Chiede troppo perché ama troppo e vuole il meglio per noi.
Vi sono quello che pensano che Dio chiede troppo; e si ritirano prima ancora di cominciare. E vi sono quelli che si fidano e s’impegnano a costruire la casa della vita sulla roccia della Parola, cercando in ogni cosa la volontà di Dio. La scelta è sempre personale. Noi siamo certi che vivere il Vangelo è la cosa più giusta, la scommessa più feconda, quella che, pur essendo priva di garanzie umane, e la via più sicura per trovare e donare gioia.
Aiutaci a continuare la nostra missione: contagiare la famiglia della buona notizia
Cari lettori di Punto Famiglia,
stiamo vivendo un tempo di prova e di preoccupazione riguardo il presente e il futuro. Questo virus è entrato prepotentemente nella nostra quotidianità e ci ha obbligati a rivedere i tempi del lavoro, delle amicizie, delle Celebrazioni. Insomma, ha rivoluzionato tutta la nostra vita e non sappiamo fin dove ci porterà e per quanto tempo. Ci fidiamo delle indicazioni che provengono dal Governo e dagli organi sanitari preposti ma nello stesso tempo manifestiamo con la nostra fede che “il Signore ci guiderà sempre” (cfr Is 58,11).


1 risposta su “L’Humanae Vitae è fondamentalista. Un lettore ci scrive”
Grazie don Silvio. Sono molti quelli che risponderebbero come chi ha definito “fondamentalista” l’Umanae Vitae, anche fra sacerdoti….. Bisogna studiarla meglio, parlarne ancora. far capire. Tenere alto il livello non è “disumano”, anzi ci sprona. Staccare l’unione dalla possibile procreazione impoverisce i rapporti. I giovani hanno bisogno dei nostri esempi e delle nostre parole.