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Educazione

Sotto il sole, scrollando. Social, estate e il silenzio degli adulti

  • Autore articolo Di Paola Ciniglio
  • Data dell'articolo 5 Agosto 2025
  • Nessun commento su Sotto il sole, scrollando. Social, estate e il silenzio degli adulti

 di Paola Ciniglio

Con l’arrivo dell’estate aumenta il tempo libero, ma anche il tempo trascorso davanti a uno schermo. Tra scroll, video brevi e piattaforme on demand, bambini e ragazzi sono esposti a un flusso continuo di stimoli digitali che spesso sostituisce – o addirittura annulla – il dialogo familiare, la noia creativa, l’incontro con la realtà.

Eppure, a guardar bene, i giovani non sono muti. Secondo il recente rapporto realizzato da Demopolis per l’impresa sociale Con i Bambini (novembre 2024), i ragazzi parlano eccome, ma selezionano cosa condividere, con chi, e dove. Si tratta di un cambiamento culturale profondo: i luoghi della parola si sono spostati, il linguaggio si è trasformato, i codici di comunicazione si sono adattati ai canali digitali. I social, così, diventano non solo intrattenimento, ma spesso l’unico spazio dove i più giovani si sentono ascoltati e compresi.

Se il mondo adulto non presidia i luoghi dove nascono queste conversazioni – o, peggio ancora, li ridicolizza – il rischio è duplice: da un lato si rafforza il silenzio in famiglia, dall’altro si affida al web il compito di formare le nuove generazioni. In questo scenario, i social non sono più semplici strumenti, ma veri e propri ambienti educativi alternativi, dove si apprendono stili di vita, visioni del mondo e modelli relazionali.

I problemi emergono con particolare evidenza nel caso dei bambini più piccoli. Da tempo circolano in rete video inquietanti: bambini in lacrime che si calmano all’improvviso appena parte il jingle del loro influencer preferito; bambini che, nel sonno, continuano a mimare il gesto dello scroll, come se avessero ancora lo schermo tra le mani.

Ci si interroga troppo poco su una domanda cruciale: cosa succede quando un bambino si calma, sorride o si tranquillizza non grazie a una voce, uno sguardo o una carezza, ma per effetto di un algoritmo?

Due sono le conseguenze più gravi e meno visibili: la dipendenza emotiva e la relazione parasociale.

Leggi anche: Tecnologia: educare i figli facendo squadra tra genitori? I “patti digitali” e come stipularli

La prima riguarda il meccanismo di gratificazione immediata che la tecnologia offre: un click, uno stimolo, una risposta. Se questa modalità si impone fin dai primi anni di vita, viene meno la possibilità di sperimentare la noia, l’attesa, la frustrazione: elementi faticosi, ma necessari per sviluppare la creatività, la pazienza, la capacità di adattamento. La vita reale, infatti, non è fatta solo di stimoli gratificanti: è lenta, richiede impegno, genera domande. Ma se ogni spazio vuoto viene riempito da un contenuto digitale, si rischia di formare menti incapaci di abitare il “qui e ora”.

La seconda conseguenza è più sottile: la relazione parasociale. Si tratta di legami unilaterali che il bambino sviluppa nei confronti di figure pubbliche – come youtuber, influencer o personaggi dei cartoni – che diventano familiari, rassicuranti, prevedibili. Ma il legame è fittizio: chi sta dall’altra parte dello schermo non conosce, non risponde, non restituisce una relazione reale. Così, senza accorgersene, si insegna ai più piccoli che è più facile ricevere attenzione da uno schermo che da un adulto in carne e ossa.

Attenzione: il problema non è lo schermo, ma ciò che sostituisce! Non si tratta di criminalizzare i contenuti digitali in sé. Alcuni programmi per bambini sono costruiti con competenza, hanno linguaggi accessibili e intenti educativi chiari. Il punto è un altro: che ruolo occupano questi contenuti nella vita del bambino? Sono un semplice strumento, oppure colmano un vuoto? Sostituiscono una presenza? Riempiono il silenzio di una relazione mancata?

Quello che conta non è solo quanto tempo un bambino passa davanti allo schermo, ma cosa cerca in quello schermo. Se l’intrattenimento digitale diventa la risposta più semplice e immediata a ogni disagio, fatica o silenzio, allora stiamo preparando generazioni fragili, incapaci di affrontare la realtà nella sua verità più autentica.

D’altro lato non possiamo trascurare un’altra faccia del problema: quella degli adulti. In molte occasioni sono proprio i genitori a rifugiarsi nei propri schermi, mentre i figli cercano sguardi e dialogo. Non bastano le regole, servono esempi. L’educazione non passa solo dai divieti, ma dalla testimonianza. E testimoniare, oggi, significa essere presenti, fare spazio all’altro, restituire il valore del tempo condiviso, anche nella noia, anche nel silenzio. Come dare l’esempio? Le occasioni sono tante e a primo impatto banali, ma in realtà custodiscono lo spazio sacro del dialogo: non portare il cellulare con sé in ogni momento, non utilizzarlo a tavola, imparare a lasciare “in pausa” lo schermo per accogliere la presenza dell’altro. È proprio in questi gesti semplici che i bambini imparano cosa conta davvero.

La fede ci ricorda che la realtà è il primo luogo in cui Dio si manifesta. Educhiamo i nostri figli a non evadere, ma a cercare senso nelle cose semplici: una passeggiata, un dialogo, un tempo vuoto da riempire con creatività. La tecnologia può aiutare, ma non può sostituire. La relazione, l’amore, la presenza – quelle sì che formano il cuore di un bambino.




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  • Tag cellulare, comunicazione, DEMOPOLIS, dialogo, digitale, Dipendenza, DIPENDENZA EMOTIVA, ESEMPIO, estate, figli, genitori, incontro, Influencer, NOIA, RELAZIONE PARASOCIALE, SCHERMO, SCROLLING, Social, YOUTUBER

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