La castità “censura” l’amore? No, lo libera da ogni ambiguità

La castità la vedi, la riconosci. Non è sinonimo di timidezza, ma di autenticità. I gesti hanno più valore, quando l’istinto si lega alla volontà, quando l’altro non serve ai tuoi scopi, ma è in comunione con te. La castità la riconosci, è nella sobrietà di chi non deve ostentare, nella quiete di chi non possiede, nella complicità di chi si cerca nella verità. È nella limpidezza di chi non scambia la lussuria con l’amore. La castità non è il nemico, non è scandalo. È pienezza. 

Di recente, ho letto un post in cui si dipingeva la castità come qualcosa di assurdo e fuori dal tempo. 

Parlare di castità oggi, a distanza ormai di decenni dalla Rivoluzione Sessuale del ’68, con le sue altisonanti promesse di libertà, equivale a fare un tuffo nel passato, un passato – “puritano” ed ipocrita, fatto di perbenismo, sensi di colpa e divieti – che nessuno vuole più. 

Essere per la castità significa essere alieni. Alieni bigotti, per la precisione.

Eppure, leggendo quel post, pensavo al percorso che mi ha permesso di accogliere la castità nella mia vita e mi sono detta che questa virtù è molto di più, o, meglio, molto altro rispetto a ciò che la maggioranza delle persone identifica con una specie di menomazione.

Il sesso, nella mentalità sessantottina che respiriamo ancora oggi, deve essere svincolato da regole. Un’unica norma può essere riassunta nel famoso “vietato vietare” e, se proprio dobbiamo parlare delle limitazioni, l’unica riconosciuta come valida è quella del consenso. Il rapporto deve essere consensuale. 

All’interno di questa cornice, si può fare tutto, con chiunque. Non esiste un bene e un male, nella sfera dell’intimità.  

Si può essere egoisti insieme, a patto che ce lo diciamo. 

Ci si può usare a vicenda, a patto che nessuno dei due creda diversamente.

In altre parole, la vita sessuale è svincolata dal concetto di “giusto” e “sbagliato”, “sano” e “perverso”. Il sesso è una ginnastica come un’altra.

L’ho respirata anche io, questa mentalità. Era pervasiva, soprattutto negli ambienti secolarizzati che frequentavo in adolescenza, tra cui il liceo. Ricordo ancora due ragazzi della scuola che discutevano tra loro se fosse accettabile andare a letto con la propria cugina, in mancanza di altre disponibilità.

Ricordo i discorsi delle ragazze, quando si dicevano l’una con l’altra che, a forza di rifiutare prestazioni sessuali, nessuno sarebbe stato con loro. 

E che pace, quando sono riuscita a liberarmi da tutto questo! Ricordo la mia faccia stupita, quando ho conosciuto per la prima volta una coppia di fidanzati casta. Nei loro volti puliti, nella loro serenità naturale e non ostentata, ho visto la possibilità di una vita diversa. Nel loro rispettarsi davvero, ho visto una speranza anche per me. 

Leggi anche: Cari sposi, sapete essere anche amici?

Pian piano, ho fatto un cammino. E ho capito che castità non significa la mera continenza o astinenza: la prima, infatti, è una disposizione del cuore, che ci porta a vedere gli altri, tutti gli altri, come persone degne di amore e mai come semplici strumenti per soddisfare un egoismo. L’astinenza è conseguenza della castità in determinate situazioni (laddove l’atto sessuale non sarebbe un gesto di amore), ma non sempre castità e astinenza vanno a braccetto. Ad esempio, degli sposi che hanno rapporti intimi sono, al contempo, chiamati ad essere casti. Ovvero? Ovvero chiamati a fare l’amore donandosi con rispetto e sincerità, senza strumentalizzazioni

Che liberazione, conoscere coppie che avevano assunto tutto questo, che lo testimoniavano, più con lo sguardo, con i gesti, che con le parole. 

Perché la castità la vedi, la riconosci. 

Non è sinonimo di timidezza, ma di autenticità.

I gesti hanno più valore, più sapore, quando sai dare loro significato, quando l’istinto si lega alla volontà, quando l’altro non serve ai tuoi scopi, ma è in comunione con te.

La castità la riconosci, è negli occhi, è nella dolcezza che due persone si dimostrano. 

È nella sobrietà di chi non deve ostentare, nella quiete di chi non possiede, nella complicità di chi si cerca nella verità.

È nella limpidezza di chi non scambia la lussuria con l’amore.

La castità non è il nemico, non è scandalo. È pienezza. 

Forse la temiamo perché non la conosciamo. 

Io la temevo, lo ammetto. 

D’altronde, si sa: quello che non conosciamo ci fa paura.

Eppure, quanto è più bella la vita quando la sperimenti, quando la accogli. L’amore diventa autentico, senza maschere… altro che schiavo di una “censura”!




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Cecilia Galatolo

Cecilia Galatolo, nata ad Ancona il 17 aprile 1992, è sposata e madre di due bambini. Collabora con l'editore Mimep Docete. È autrice di vari libri, tra cui "Sei nato originale non vivere da fotocopia" (dedicato al Beato Carlo Acutis). In particolare, si occupa di raccontare attraverso dei romanzi le storie dei santi. L'ultimo è "Amando scoprirai la tua strada", in cui emerge la storia della futura beata Sandra Sabattini. Ricercatrice per il gruppo di ricerca internazionale Family and Media, collabora anche con il settimanale della Diocesi di Jesi, col portale Korazym e Radio Giovani Arcobaleno. Attualmente cura per Punto Famiglia una rubrica sulla sessualità innestata nella vocazione cristiana del matrimonio.

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