Soffrire o s’offrire? Il senso cristiano di una condizione altrimenti ripugnante

26 Agosto 2025

Manfredo Ferrari, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

La rabbiosa affermazione che accompagna i casi di decisione ad uccidersi è sempre simile: “Questa non è vita!”. Invece anche quella può essere vita per un cristiano. La forma più alta, quella della nostra redenzione. Per chi crede in Gesù, infatti, tutto ciò che capita, di bello o meno bello, concorre al bene. Santa Madre Teresa di Calcutta scriveva: “La sofferenza in sé stessa non è nulla, ma la sofferenza condivisa con la Passione di Cristo è un dono meraviglioso”.

Provvidenzialmente, mi sono trovata a leggere un libro che raccoglie alcuni scritti di santa Madre Teresa di Calcutta che trovai al costo di 1 euro su una bancarella di libri usati (uno scarto che osservai come se mi stesse aspettando) nei giorni in cui giungeva la notizia della morte auto-indotta della giornalista Laura Santi, che tanto ha fatto discutere. Mi sono imbattuta, tra le pagine del libro, in una lettera che la santa di Calcutta scrisse ad una giovane figlia spirituale appartenente al suo ordine religioso. Nel testo non viene riportata la lettera della giovanissima suora, ma dalla risposta di Madre Teresa si evince la preoccupazione che attanagliava la giovane figlia: era probabilmente affetta da tubercolosi. La santa di Calcutta, dopo i convenevoli iniziali, dice: «Perché preoccuparsi se sia tubercolosi o no? Tu sei Sua e questo è il Suo dono a te, Sua sposa». Contrariamente a quanto i più ritengono oggi, la malattia e la sofferenza sono suggeriti come dono di Dio per il proprio e l’altrui bene. Tutto ciò che capita, di bello o meno bello, concorre al bene. La Madre insiste con parole prive di qualunque dolcezza: «Non ti ho insegnato a dire per la professione “voglio diventare la sposa di Gesù crocifisso”? Non Gesù glorioso o nel presepe, ma sulla croce, solo, nudo, sanguinante, sofferente, morente sulla Croce». 

Un inno alla sofferenza? La santa insiste, invitando questa sua figlia a sorridere anche alla durezza della vita e se Cristo le indica una via da seguire, diversa dai suoi desideri, quella della croce e della morte prematura, vuol dire che quella è la vera via da percorrere perché Cristo ha scelto di continuare a vivere la sua immolazione per le anime attraverso di lei. La Madre sembra suggerire che le sofferenze di Cristo per la salvezza di tutti possano continuare nelle sofferenze della giovane figlia spirituale. In altre parole, indica un senso, nella fede, di quelle sofferenze. La ammonisce, poi, con grande amore con questa frase: «Che guardino e vedano soltanto Gesù». La invita a non avere paura e che lei pregherà per la sua guarigione, ma la invita a conservare un cuore sorridente per Cristo e che i pensieri di angoscia e di inquietudine vengono solo dal maligno e, come tali, vanno ignorati. 

Fin qui la lettera. Dura, cruda. Impossibile da proporre o vivere? Credo che sia sicuramente impossibile da recepire senza essere impastati di fede cristiana, quella autentica! Quella capace di dare un senso a tutto, anche alle più assurde ed incomprensibili vicissitudini che possono capitare. Come vedeva la sofferenza Madre Teresa? Si evince la sua visione da diversi scritti. Voglio riportare un episodio che portò la santa ad una profonda amicizia spirituale con Jacqueline de Decker. Un’infermiera e assistente sociale belga che voleva unirsi alle Missionarie della Carità, ma era impossibilitata a farlo a causa della propria salute cagionevole. Madre Teresa trovò la seguente soluzione: Jacqueline avrebbe partecipato all’apostolato offrendo a Dio le sue preghiere e sofferenze per la santa e per la fecondità dell’opera; lei, invece, avrebbe offerto le sue preghiere e opere buone per Jacqueline e la sua santificazione

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La soluzione è offrirsi reciprocamente per la santificazione dell’altra. Se offrire o, in forma contratta, s’offrire così come l’etimologia della lingua italiana suggerisce, tradendo un passato molto più cristiano del presente. La santa scrive ai suoi collaboratori ammalati e sofferenti: «L’amore richiede sacrificio. Ma se amiamo fino a soffrire, Dio ci concederà la Sua pace e gioia (…). La sofferenza in sé stessa non è nulla, ma la sofferenza condivisa con la Passione di Cristo è un dono meraviglioso». Scrivendo a Jacqueline ebbe a dire: «Il fine della nostra congregazione è saziare la sete di Gesù sulla Croce di amore delle anime, lavorando per la salvezza e santificazione dei poveri nei bassifondi. Chi potrebbe farlo meglio di te e degli altri che soffrono come te? Il tuo dolore e le tue preghiere saranno il calice in cui i membri operativi verseranno l’amore delle anime che raccogliamo. (…) puoi fare molto più tu dal tuo letto di dolore di quanto faccia io andando in giro. La tua vita è come una fiamma che arde e si consuma per le anime. (…) Quando tutto per te si fa duro, rifugiati soltanto nel Sacro Cuore e lì il mio cuore insieme a te troverà tutta la forza e l’amore. Tu vuoi soffrire nel puro amore, di’, piuttosto, nell’amore che Egli sceglie per te. Tu devi essere “ostia immacolata”».  Non lo suggerì solo a Jacqueline. La Madre era convinta di questo significato profondo della sofferenza tanto che, in molti casi, trovava riscontri positivi. Racconta: «Un ragazzo che pativa atroci dolori alla fine ha detto che gli dispiaceva morire perché aveva appena imparato a soffrire per amore di Dio». In un’altra occasione scrivendo all’Arcivescovo Périer, suo confidente spirituale, ebbe a dire: «Credo che molti dei nostri ammalati e sofferenti sarebbero santificati molto più in fretta se soffrissero per saziare la sete di Gesù». Roba incredibile ai giorni nostri. Se questi scritti fossero usciti prima della sua morte, le sarebbe stato assegnato lo stesso il Premio Nobel per la pace? È lecito nutrire qualche dubbio.

Fin qui Madre Teresa e si potrebbe dire che, in fondo lei, e solo lei, la vedesse così. È così? Evidentemente, no. San Giovanni Paolo II, iniziò la sua lettera apostolica, Salvifici doloris, con questa citazione di San Paolo: «Completo nella mia carne – dice l’apostolo Paolo spiegando il valore salvifico della sofferenza – quello che manca ai patimenti di Cristo, in favore del suo corpo che è la Chiesa». A rileggerla oggi, sembra scritta secoli fa per come è cambiata la sensibilità anche dei cattolici credenti e praticanti. Questa considerazione è, in fondo il motivo principale per cui ho scritto questo articolo: è rivolto ai cattolici. Le persone del mondo, comprensibilmente, rifuggono il dolore e la sofferenza, li vedono in un’ottica deturpante. La rabbiosa affermazione che accompagna i casi di decisione ad uccidersi è sempre simile: questa non è vita! Invece anche quella può essere vita per un credente. La forma più alta, quella della nostra redenzione, avvenuta attraverso una sofferenza indicibile. Si tratta di un tema che affonda le sue basi nelle radici della fede di ciascuno. I graziati dal dono della fede riescono a vedere nella sofferenza una particolare predilezione da parte dell’Altissimo. Si pensi alle stigmate (sofferenza incarnata!) di san Francesco d’Assisi o san Pio da Pietrelcina. La sofferenza trasfigurata dagli occhi della fede è luogo teologico della presenza del divino. Le suore della Carità ricordano quanto diceva la Madre: «Quando cammino attraverso i bassifondi o entro nei “buchi” oscuri, lì Nostro Signore è sempre davvero presente».

Non è un passo facile. Nemmeno scontato. A tal punto che La santa di Calcutta, parlando di lei e della sua condizione dopo la morte, ebbe a scrivere: «Se mai diventerò una santa, sarò di sicuro una santa dell’oscurità. Sarò continuamente assente dal Paradiso per accendere la luce a coloro che, sulla terra, vivono nell’oscurità».




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Assunta Scialdone

Assunta Scialdone, sposa e madre, docente presso l’ISSR santi Apostoli Pietro e Paolo - area casertana - in Capua e di I.R.C nella scuola secondaria di Primo Grado. Dottore in Sacra Teologia in vita cristiana indirizzo spiritualità. Ha conseguito il Master in Scienze del Matrimonio e della Famiglia presso l’Istituto Giovanni Paolo II della Pontificia Università Lateranense. Da anni impegnata nella pastorale familiare diocesana, serve lo Sposo servendo gli sposi.

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