CORRISPONDENZA FAMILIARE
Ripartire da Gesù Cristo, anche in politica
1 Settembre 2025
Foto: U.S. Department of State / Freddie Everett, foto pubblica
Non so se esiste una politica che può definirsi cristiana ma so che esistono cattolici impegnati in politica e fanno della politica il loro primo impegno nella società civile. Cattolici che restano tali anche in politica, non nascondono la loro identità e non temono di vivere il loro impegno a partire dalla fede perché sono convinti che quella fede non è un abito da indossare e togliere, a seconda degli ambienti in cui si vive, ma la veste che corrisponde al loro più intimo sentire.
Cattolici che, senza rinnegare la propria identità culturale, sanno dialogare con tutti per contribuire a costruire una società che sia effettivamente la casa di tutti. Cattolici che non si arrendono allo status quo né alle logiche di partito ma fanno valere le loro ragioni e sanno cercare quei compromessi che, intesi nel loro senso più nobile, rappresentano il sale della politica nel regime della democrazia.
Papa Leone in un solo colpo ha fatto giustizia di tanti pregiudizi che con estrema facilità e direi anche con una buona dose di superficialità, sono stati coltivati negli ultimi decenni. Incontrando una Delegazione di rappresentanti politici e personalità civili della diocesi di Créteil (pochi chilometri a sud di Parigi), il Papa ha detto che “il cristianesimo non si può ridurre a una semplice devozione privata” perché
“la salvezza che Gesù ha ottenuto con la sua morte e la sua resurrezione racchiude tutte le dimensioni della vita umana, quali la cultura, l’economia e il lavoro, la famiglia e il matrimonio, il rispetto della dignità umana e della vita, la salute, passando per la comunicazione, l’educazione e la politica” (28 agosto 2025).
Parole che riecheggiano quelle di Paolo VI che, 50 anni fa, ricordava che il compito privilegiato dei laici è “il mondo vasto e complicato della politica, della realtà sociale, dell’economia; così pure della cultura, delle scienze e delle arti, della vita internazionale, degli strumenti della comunicazione sociale” (Evangelii nuntiandi, 70).
Viviamo un’epoca in cui tutti – liberali, socialisti, comunisti… – possono rivendicare con orgoglio la propria appartenenza culturale e possono portare in politica il loro credo. Tutti ad eccezione dei cattolici. A loro non è concesso. E gli stessi cattolici hanno finito per obbedire a questo diktat. Le intenzioni erano buone, non si deve mischiare la fede con la politica. Ma la sapienza popolare ricorda che la via dell’inferno è lastricata di buone intenzioni. Per evitare di mischiare sacro e profano, abbiamo fatto della fede una questione privata che non poteva né doveva condizionare l’esperienza politica.
Entrando in politica i cattolici non devono rinnegare la fede né temere di trarre dalla fede i criteri fondamentali della proposta che portano sui tavoli della politica. Al contrario, devono impregnare di fede la loro azione ed essere ancora
“più saldi per lavorare alla costruzione di un mondo più giusto, più umano, più fraterno, che non può essere altro che un mondo più impregnato del Vangelo”.
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Il Papa sembra dire: “Non abbiate paura di avere il Vangelo nel cuore e tra le mani, siate convinti che, se il Vangelo mette radici nella politica, la vita della società sarà senza dubbio più giusta e fraterna”. La società occidentale ha dimenticato che il concetto di persona e della sua intangibile dignità, trova la sua radice proprio nel cristianesimo. L’accoglienza dell’altro è per noi un principio basilare e imprescindibile. La Bibbia, infatti, insegna che ogni uomo è “immagine di Dio”, calpestare la dignità dell’uomo significa rinnegare Dio, diventa perciò una forma di blasfemia.
La proposta di Papa Prevost è ancora più stringente, egli infatti invita i cattolici a non ridurre il cristianesimo ad un insieme di valori, chiede piuttosto di vivere la fede come un incontro personale, è convinto che
“il responsabile cristiano è meglio preparato ad affrontare le sfide del mondo attuale, naturalmente nella misura in cui vive e testimonia la fede operante in lui, il suo rapporto personale con Cristo che lo illumina e gli dà questa forza. […] non bisogna quindi stupirsi che la promozione di “valori” — per quanto evangelici siano — ma “svuotati” di Cristo che ne è l’autore, siano incapaci di cambiare il mondo”.
Mi pare una critica piuttosto netta a quella cultura cattolica che si è affermata negli ultimi decenni che ha fatto dei valori etici la sua bandiera, come se fossero l’unica mediazione possibile per vivere la politica da cattolici.
Nel sottolineare la necessità di custodire la propria identità, il Papa non nasconde che questa scelta, se vissuta con autenticità e radicalità, comporta la disponibilità a soffrire:
“Sono ben consapevole che l’impegno apertamente cristiano di un responsabile pubblico non è facile, in particolare in certe società occidentali in cui Cristo e la sua Chiesa sono emarginati, spesso ignorati, a volte ridicolizzati. Non ignoro neppure le pressioni, le direttive di partito, le «colonizzazioni ideologiche» — per riprendere una felice espressione di Papa Francesco —, a cui gli uomini politici sono sottoposti. Devono avere coraggio: il coraggio di dire a volte «no, non posso!», quando è in gioco la verità”.
Le difficoltà non sono un buon motivo per indietreggiare o minimizzare la fede. Per restare fedeli, occorre chiedere a Gesù il “coraggio di soffrire in suo nome”.
Da notare che questo discorso non è rivolto a cattolici che vivono il loro impegno politico nel contesto di un regime autocratico che riduce lo spazio della libertà personale. Il Papa parla a cattolici che vivono in un Paese che innalza con orgoglio la bandiera della libertà ma che, sempre più spesso, usa la laicità come una clava per silenziare le opinioni diverse o alternative. Il santo Padre inserisce una critica pungente e amara:
“non è facile in Francia, per un eletto, a causa di una laicità a volte fraintesa, agire e decidere in coerenza con la propria fede nell’esercizio di responsabilità pubbliche”.
Sì, non è facile essere cristiani. Oggi più che mai testimoniare la fede significa andare incontrare opposizioni. E forse è proprio questo il segno che stiamo sulla strada buona, quella che lo stesso Gesù ha percorso. Con la mitezza che lo contraddistingue, Papa Leone non smette di suggerire nuove strade per riscoprire la fede come una “bellezza antica e sempre nuova”, come scriveva secoli fa il suo maestro.
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stiamo vivendo un tempo di prova e di preoccupazione riguardo il presente e il futuro. Questo virus è entrato prepotentemente nella nostra quotidianità e ci ha obbligati a rivedere i tempi del lavoro, delle amicizie, delle Celebrazioni. Insomma, ha rivoluzionato tutta la nostra vita e non sappiamo fin dove ci porterà e per quanto tempo. Ci fidiamo delle indicazioni che provengono dal Governo e dagli organi sanitari preposti ma nello stesso tempo manifestiamo con la nostra fede che “il Signore ci guiderà sempre” (cfr Is 58,11).


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