Quando la legge non vede un figlio
Immagine derivata da: Unforgivenoodles, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons
«Non vi sono prove che consentano di retrodatare il proposito» omicida di Alessandro Impagnatiello rispetto al giorno stesso in cui colpì con 37 fendenti Giulia Tramontano. Così scrivono i giudici della Corte d’Assise d’Appello nelle 59 pagine di motivazioni, confermando l’ergastolo ma escludendo la premeditazione e “dimenticando” il bambino nel grembo di Giulia.
Secondo la sentenza, i mesi in cui l’uomo aveva tentato di avvelenare la compagna con il topicida non dimostrerebbero un disegno omicida contro di lei, ma piuttosto lo scopo di «causare un aborto spontaneo» per eliminare quello che lui definiva “il problema”: il bambino che Giulia aspettava, un figlio voluto e desiderato, ma che ai suoi occhi rappresentava un ostacolo alla carriera e alla vita personale.
Questa precisazione non è marginale: mette in luce il nodo culturale e giuridico che da decenni grava sulla nostra società. La legge 194, che disciplina l’aborto in Italia, ha di fatto sottratto al concepito ogni riconoscimento pieno di umanità. Ed ecco le conseguenze: perfino in una vicenda tragica e disumana come questa, un figlio atteso e amato non è considerato giuridicamente persona. Per i giudici, il progetto di sopprimere quella vita non rientra nella categoria dell’omicidio, ma in una sorta di zona grigia che nega il valore intrinseco dell’essere umano nascente.
Si dirà: Impagnatiello ha comunque ricevuto la massima pena, l’ergastolo. Ma la differenza tra l’uccisione di una persona e quella di due non è dettaglio da poco. È una differenza sostanziale, che chiamiamo civiltà giuridica. In America, per esempio, un uomo fu condannato perché, causando un incidente stradale, aveva provocato la morte del figlio che una donna portava in grembo. Lì la giustizia non esitò a riconoscere che due vite erano state spezzate.
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In Italia, invece, la Corte arriva persino a spiegare che Impagnatiello non ha ucciso Giulia “perché voleva lasciarlo”, né per il figlio che non desiderava, né per timore di future cause di mantenimento. No, l’ha uccisa perché lei lo aveva “sbugiardato” davanti al mondo che contava per lui, infliggendogli un’umiliazione ritenuta intollerabile. Una dinamica di narcisismo ferito, di violenza maschile, che si somma al rifiuto di riconoscere la vita nascente come vita.
Alla fine, restano due vittime, anche se la giustizia italiana ne registra una sola. Giulia, donna di 29 anni, e il suo bambino, mai nato perché non considerato “persona”. Ed è proprio qui che il nostro Paese mostra il suo vuoto più profondo: un ordinamento incapace di dire fino in fondo la verità, ossia che ogni vita concepita è vita umana. Non riconoscerlo non è solo un limite etico o religioso: è un deficit di giustizia, una ferita alla civiltà.
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Non sono d'accordo con i vescovi della Campania.
Non sono sullo stesso piano chi deve nascere e chi è già nato. ....“La vita è tutta intera“: la stessa…
Fermo restando che l'aborto è un diritto della donna, nessun genitore con un po' di cervello vorrebbe trovarsi una figlia…