“Trattenere tutto dentro può consumarci lentamente”: le parole del papa
Screenshot del video https://www.youtube.com/watch?v=PvbZ1QXQpUM
“Ci sono momenti in cui trattenere tutto dentro può consumarci lentamente”: lo ha detto Papa Leone XIV, nella sua udienza di mercoledì 10 settembre, in Piazza San Pietro. Si è soffermato in particolare sul grido di Cristo prima di morire. Nel gridare, per il Papa, è insita “una speranza che non si rassegna”.
“Sulla croce, Gesù non muore in silenzio. Non si spegne lentamente, come una luce che si consuma, ma lascia la vita con un grido: «Gesù, dando un forte grido, spirò» (Mc 15,37)”. Lo ha detto Papa Leone XIV, ai fedeli giunti in san Pietro per prendere parte alla sua udienza del mercoledì, nella mattina del 10 settembre.
Per il Pontefice, “quel grido racchiude tutto: dolore, abbandono, fede, offerta. Non è solo la voce di un corpo che cede, ma il segno ultimo di una vita che si consegna”.
Da notare, poi che “il grido di Gesù è preceduto da una domanda, una delle più laceranti che possano essere pronunciate: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» […] Il Figlio, che ha sempre vissuto in intima comunione con il Padre, sperimenta ora il silenzio, l’assenza, l’abisso”.
Mentre Gesù muore, “il cielo si oscura e il velo del tempio si squarcia (cfr. Mc 15, 33-38). È come se il creato stesso partecipasse a quel dolore, e insieme rivelasse qualcosa di nuovo: Dio non abita più dietro un velo, il suo volto è ora pienamente visibile nel Crocifisso” ed è “in quell’uomo straziato, che si manifesta l’amore più grande. È lì che possiamo riconoscere un Dio che non resta distante, ma attraversa fino in fondo il nostro dolore”.
C’è qualcuno che assiste alla scena e lo capisce: il centurione, un pagano. Vedendo morire Gesù in quel modo esclama: «Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!»(Mc 15,39). Il Vangelo attesta questa come “la prima professione di fede dopo la morte di Gesù” e il Papa lo legge come “il frutto di un grido che non si è disperso nel vento, ma ha toccato un cuore”.
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Continua il Santo Padre dicendo che “a volte, ciò che non riusciamo a dire a parole, lo esprimiamo con la voce. Quando il cuore è pieno, grida. […] Noi siamo abituati a pensare al grido come a qualcosa di scomposto, da reprimere. Il Vangelo conferisce al nostro grido un valore immenso, ricordandoci che può essere invocazione, protesta, desiderio, consegna. Addirittura, può essere la forma estrema della preghiera, quando non ci restano più parole”.
Nel gridare, per il Papa, è insita “una speranza che non si rassegna”. Infatti, “si grida quando si crede che qualcuno possa ancora ascoltare. Si grida non per disperazione, ma per desiderio. Gesù non ha gridato contro il Padre, ma verso di Lui”.
“Gridare diventa allora un gesto spirituale. Non è solo il primo atto della nostra nascita – quando veniamo al mondo piangendo –: è anche un modo per restare vivi. Si grida quando si soffre, ma pure quando si ama, si chiama, si invoca. Gridare è dire che ci siamo, che non vogliamo spegnerci nel silenzio, che abbiamo ancora qualcosa da offrire”.
D’altronde, ne è certo il Pontefice: “nel viaggio della vita, ci sono momenti in cui trattenere tutto dentro può consumarci lentamente. Gesù ci insegna a non avere paura del grido, purché sia sincero, umile, orientato al Padre. Un grido non è mai inutile, se nasce dall’amore. E non è mai ignorato, se è consegnato a Dio”.
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