A proposito di smartphone, scuola e giovani. Commentando una circolare ministeriale
11 Settembre 2025
Il ministro Valditara ha annunciato in una circolare ricca di motivazioni, spiegazioni ed eccezioni di voler vietare l’uso dello smartphone anche nelle scuole di secondo grado. Il divieto appare “improcrastinabile”, si legge, alla luce dei sempre più numerosi studi che ratificano gli “effetti negativi (…) sulla salute e il benessere degli adolescenti e sulle loro prestazioni scolastiche”.
In Bangladesh dal 2011, in Tajikistan dal 2013, in Francia dal 2018. Mentre in Italia, nel periodo della didattica a distanza in tempo di emergenza sanitaria, scoprivamo lo smartphone come grande alleato della scuola, in giro per il mondo c’era già chi si preoccupava di limitarne o vietarne l’uso. Per quali motivi? Per migliorare la disciplina e la sicurezza degli alunni, la loro attenzione ed il loro ordine o per contrastare il cyberbullismo. Negli anni sono seguiti provvedimenti simili anche in Arabia, Spagna, Russia, Cina, Australia, Nuova Zelanda. In Finlandia, nazione tradizionalmente considerata all’avanguardia in materia di attività scolastica, ed in Italia, si inizierà da settembre 2025 per le superiori, mentre per le scuole del primo ciclo il divieto è in vigore già dall’anno appena trascorso.
Da noi il ministro Valditara, dopo aver ripetutamente richiamato studi che supportassero la sua decisione, aveva già annunciato qualche mese fa l’intenzione di vietare l’uso di smartphone anche alla scuola secondaria di secondo grado. Lo ha fatto con una circolare, dello scorso giugno, ricca di motivazioni, spiegazioni ed eccezioni.
Il divieto appare “improcrastinabile”, si legge nella circolare, alla luce dei sempre più numerosi studi che ratificano gli “effetti negativi (…) sulla salute e il benessere degli adolescenti e sulle loro prestazioni scolastiche”. Il ministro li elenca e li riporta nella circolare. Si tratta di studi condotti dall’OCSE, dall’OMS, dall’Istituto Superiore della Sanità, che rimarca il fatto che “l’uso problematico dello smartphone colpisce oltre il 25% degli adolescenti, con effetti negativi su sonno, concentrazione e relazioni”. La stessa circolare guarda agli organismi sovranazionali quando ricorda come sia stato richiesto alla Comunità Europea di intervenire con una direttiva, cosa che dovrebbe avvenire a breve, ma guarda anche alle singole scuole che avranno l’onere di cambiare regolamenti e patto di corresponsabilità, nonché di prevedere le sanzioni per coloro che non rispetteranno i regolamenti.
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Il problema sembra più grave di quanto si possa immaginare. Uno studio del 2024 su adolescenti con diagnosi di “dipendenza da internet” (quindi non solo cellulare) ha evidenziato alterazioni neurochimiche e funzionali come maggiore attività cerebrale a riposo, ma connettività ridotta nelle aree preposte a memoria, controllo decisionale ed esecutivo. Questo comporta effetti correlati a tendenze compulsive e comportamenti a rischio, compromissione dello sviluppo neurologico, coordinazione fisica e abilità cognitive. In definitiva, da questo come da altri studi, si evince che l’uso problematico di smartphone tende ad attivare circuiti cerebrali simili a quelli delle dipendenze da sostanze, con alterazioni strutturali, disfunzione della ricompensa e deficit nel controllo cognitivo. Alcuni studi, infine, mostrano sintomi fisici da astinenza e recupero possibile tramite interventi comportamentali.
Nelle nazioni dove il divieto è scattato da alcuni anni, si sono osservate ricadute positive in molti casi, ma non sempre. In Gran Bretagna, per esempio, si è visto che i divieti contribuiscono a migliorare i risultati, specialmente tra studenti svantaggiati. Altri studi evidenziano una questione sulla quale il Ministro non può intervenire e che è il motivo per cui scriviamo di questo argomento in questa sede: non sempre i divieti scolastici ottengono i miglioramenti desiderati. Le cose vanno meglio laddove anche gli altri ambienti frequentati dagli adolescenti si pongono sulla stessa lunghezza d’onda. La casa, per esempio. L’effetto combinato di tali studi ci porta a concludere che serve un approccio integrato che coinvolga famiglia, scuola, tecnologia e sviluppo di competenze digitali. In altri termini occorre il lavoro concorrente di tutti i protagonisti che girano intorno alla cattedra. Vietare anche con motivazioni valide l’uso del telefono cellulare nelle 6 ore scolastiche non è sufficiente ad ottenere la liberazione di questi ragazzi.
Come si potrebbe agire, allora?
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Occorre un modello integrato i cui punti chiave possono essere una Responsabilità condivisa (la scuola non può agire da sola, né può farlo la famiglia senza strumenti), un empowerment e non solo un controllo (educare i ragazzi a gestire, non solo subire o evitare), un uso positivo della tecnologia (non solo riduzione, ma ri-orientamento creativo e critico) e, infine, un’adattabilità all’età (usare, cioè, strategie diverse per bambini, adolescenti o adulti). Ben venga, dunque, la circolare ministeriale, purché si trovi il modo di convincere anche le famiglie ed i giovani (ma spesso anche i genitori hanno bisogno di aiuto!) ad un uso ridotto e più oculato. Il telefono cellulare (come viene chiamato nella circolare) non è il nemico. Lo diventa senza controllo. E, ovviamente, siamo noi adulti a dover controllare a casa come a scuola. Ma questo ci riporta all’ormai annoso problema della solitudine dei nostri giovani di fronte alla vita. Se vogliamo il bene di questi ragazzi dovremmo imparare ad esercitare su di essi un fascino che sia maggiore e più potente di quello delle app acchiappalike. Si tratta di una sfida ìmpari perché le forze (economiche ed egotiche cioè tipiche di una persona che ha un’eccessiva considerazione del proprio io, spesso accompagnata da un atteggiamento narcisistico e un’attenzione esagerata alle proprie qualità ed esperienze) del mondo spingono nella direzione opposta. Del resto, “educare” è un atto protratto nel tempo e come tale richiede una volontà decisionale ed un’adesione convinta. Roba per vite vere. La scrittrice Costanza Miriano, a margine di un commento sulla grande manifestazione del Giubileo dei giovani, così ha chiosato: “Siamo noi adulti il problema educativo. È la scuola che fa sconti il problema, è la società che abbassa le attese, sono gli educatori e i genitori che non fanno proposte attraenti e sfidanti. Sempre a proteggerli, a giustificarli, a stare loro col fiato sul collo”. Faccio mie queste parole che vogliono diventare un appello dalla cattedra. Inizia un nuovo anno, riproviamoci tutti: genitori, insegnanti e alunni.
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