CORRISPONDENZA FAMILIARE

Educare alla fede. La testimonianza dei genitori

15 Settembre 2025

genitori

La scuola riapre i battenti, tanta fatica per i genitori ma anche icona di quelle speranze che portano nel cuore per i loro figli. L’esperienza scolastica è senza dubbio un fattore necessario per la crescita, specie se viene percepita e vissuta non solo come percorso di studio e di conoscenza ma anche come elemento di socializzazione. E tuttavia, rischia di assorbire tutte le attenzioni e preoccupazioni, trascurando o mettendo da parte l’educazione alla fede che, almeno agli occhi di un genitore credente, dovrebbe essere la luce che precede e rischiara ogni altro ambito della vita. Un tema che appare sempre più ostico e sempre più urgente da affrontare con umiltà e fiducia. 

Nel libro autobiografico in cui racconta la sua esperienza episcopale Giovanni Paolo II ricorda la particolare cura con cui ha accompagnato e seguito il cammino degli sposi, questo impegno nasce dalla convinzione che la famiglia ha un ruolo molto importante nella trasmissione della fede. Scrive infatti: 

“il desiderio della santità si sviluppa con particolare forza quando trova intorno a sé il clima favorevole di una buona famiglia. Quanto è importante l’ambiente famigliare! I santi generano e formano santi” (Alzatevi, andiamo, 81). 

Anche se la santità è frutto di un misterioso intreccio tra l’opera della grazia e la libertà interiore di ogni persona, la testimonianza dei genitori si rivela quasi sempre un aiuto prezioso e determinante perché lascia nel cuore dei figli una traccia indelebile. Molti santi hanno trovato nella testimonianza dei genitori – anche in quella più semplice e umile – il loro primo ed essenziale nutrimento spirituale! Questa verità è confermata da innumerevoli esperienze. 

Pensiamo al ruolo di mamma Margherita nella crescita di san Giovanni Bosco; alla limpida e generosa testimonianza che santa Gianna Beretta Molla ha ricevuto da suoi genitori; alla fede coraggiosa che la mamma di Madre Teresa ha trasmesso alla figlia. E non possiamo ovviamente dimenticare che il cammino di santità di Teresa di Lisieux è nato ed è cresciuto in famiglia, all’ombra dei genitori Luigi e Zelia, anch’essi santi. Solo alcune esperienze di quella santità familiare, spesso nascosta, che ha seminato nel cuore dei figli la bellezza e la forza della fede. 

Quando parliamo di fede pensiamo subito a quei gesti che in modo esplicito parlano di Dio, ad esempio alla preghiera. È una visione piuttosto riduttiva. In realtà la fede è una luce che abbraccia l’intera esistenza e dà senso ad ogni cosa, anche a quella più banale. È questa la logica dell’Incarnazione. Dobbiamo perciò pensare l’educazione come il graduale fiorire di un’esistenza che in tutti i suoi ambiti riflette la luce di Dio. L’educazione alla fede non è un capitolo della complessa trama educativa ma il cuore e al tempo stesso la meta del progetto pedagogico.

Quando un genitore sente il proprio bambino pronunciare per la prima volta la parola mamma o papà si commuove, quella parola lo ripaga di ogni fatica. Ma una gioia ancora più grande deve far esaltare i genitori credenti, quando il loro figlio inizia a pregare il Padre nostro o l’Ave Maria. Quando diciamo mamma o papà facciamo parlare gli affetti del cuore. Quando invece ci rivolgiamo a Dio, chiamandolo Padre, è la fede a parlare. E quando i figli imparano a riconoscere che anche la paternità e la maternità sono solo il riflesso dell’amore di Dio (Ef 3,19), allora, e solo allora, i genitori possono ripetere le parole che il Vangelo attribuisce a Giovanni Battista: “Ora questa mia gioia è piena” (Gv 3,29). Per un genitore cristiano la gioia più grande consiste nel vedere che un figlio riconosce Dio come Padre, cioè come il principio e il fine della sua vita. 

Educare alla fede significa consegnare ai figli la coscienza di essere figli di Dio e, per quanto possibile, renderli capaci di vivere secondo il cuore di Dio. Ogni genitore sa bene che la scelta ultima è affidata al figlio, e nessuno può sostituirsi a lui, ma sa che quella scelta dipende anche da lui, dalla coerenza della sua testimonianza, dal suo modo di rendere ragione della sua fede. 

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Vi scrivo dal Burkina Faso, un Paese in cui l’esperienza religiosa gioca un ruolo non marginale nella vita sociale. In questi giorni ho raccolto un’esperienza significativa. Una giovane portava nel cuore il desiderio di consacrare al Signore tutta la sua vita ma, essendo la prima di una famiglia numerosa, aveva la responsabilità di lavorare per contribuire a far crescere gli altri figli. Una responsabilità accresciuta dal fatto che aveva conseguito il diploma superiore. Quando arriva il momento di scegliere con piena consapevolezza, parla al papà, gli consegna il suo desiderio e lascia a lui ogni decisione. Il papà gli ha risposto: “Figlia mia, sono io che ti ho dato la vita ma io non sono padrone della tua vita”. Ecco la fede umile di un credente che rinuncia alle rigide regole sociali per donare alla figlia la libertà di seguire il Signore. 

Ogni genitore davvero credente, cioè un genitore che ha sperimentato la gioia che nasce dall’incontro con Gesù Cristo, vorrebbe vedere i figli assumere le sue stesse convinzioni perché sa per esperienza che una casa costruita sulla roccia resiste alle tempeste della vita ed è come un albero che porta frutto in ogni stagione. Ma egli sa che la trasmissione della fede passa sempre attraverso la porta della libertà. La testimonianza dei genitori, anche quella più eroica, non esonera i figli dalla fatica di credere né li esime dalla lotta per rimanere fedeli al Vangelo. 

L’avventura della fede è per tutti un duro combattimento (2Tm 4,7-8; Ef 6,11-17). La decisione ultima della santità appartiene al nucleo più intimo della coscienza e si nutre di quell’incessante dialogo tra l’uomo e Dio che accompagna tutta la vita. Ogni creatura umana deve dire il suo sì, in tutta libertà. È questo legame la radice e la garanzia della santità. Ed è per questo motivo che i figli possono rifiutare la fede ma possono anche accoglierla e camminare verso mete ben più grandi di quelle che gli stessi genitori hanno saputo vivere e indicare. Resta ai genitori la gioia di aver tracciato la strada. 




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Silvio Longobardi

Silvio Longobardi, presbitero della Diocesi di Nocera Inferiore-Sarno, è l’ispiratore del movimento ecclesiale Fraternità di Emmaus. Esperto di pastorale familiare, da più di trent’anni accompagna coppie di sposi a vivere in pienezza la loro vocazione. Autore di numerose pubblicazioni di spiritualità coniugale, cura per il magazine Punto Famiglia la rubrica “Corrispondenza familiare”.

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