“Definisci bambino”: quando si disumanizzano le vittime
Sta facendo molto discutere la frase pronunciata a Carta Bianca dal presidente dell’associazione “Amici di Israele”, Eyan Mizrahi quando, interpellato sulla morte di vittime innocenti a Gaza, in particolare i bambini, ha risposto ad Enzo Iacchetti – ospite con lui nella trasmissione e parte attiva del contraddittorio – usando queste parole: “Definisci bambino”. La disumanizzazione delle vittime, per continuare l’orrore, è un meccanismo molto comune.
Dovunque, sui social, in tv, nei siti che si occupano dei diritti legati all’infanzia stanno apparendo immagini, poesie, piccole bare bianche, fotografie di bambini colpiti dalle bombe, madri disperate che piangono sui corpi esamini dei propri figli. La didascalia ricorrente è sempre la stessa: “definisci bambino”.
Si è trattato di una provocazione ardita e, in tanti lo avremo pensato, senza cuore. Eppure, “definisci bambino”, è molto più che una provocazione: è l’emblema dell’alienazione dalla realtà che i carnefici raggiungono per poter proseguire l’orrore.
Questa espressione racchiude un meccanismo comunissimo quando avvengono stragi come quella che si sta consumando a Gaza: solo se l’altro non è più un mio simile posso eliminarlo senza che la mia coscienza mi disturbi.
Solo se quel bambino non è più un bambino (in questo caso è visto come “un mostro”, in quanto “futuro militante di Hamas”) si può sparare e bombardare accantonando il rimorso.
È un inganno molto comune nella storia.
Lo spiegava molto bene la guida di una mostra dedicata allo scrittore e giornalista sovietico Vasilij Semënovič Grossman (1905 –1964) durante l’ultima edizione del Meeting di Rimini (tenutosi dal 22 al 29 agosto 2025).
Grossman ha visto e documentato gli orrori dei lager russi, prendendo le distanze dal comunismo.
Il regime comunista e quello nazista – sosteneva la guida – si accusavano reciprocamente di essere “il male assoluto”, eppure, da prospettive e con matrici diverse, perpetravano, verso una porzione di popolazione detestata, verso i deboli o gli oppositori, le medesime cattiverie. Hanno ucciso entrambi milioni di persone. Tanto i lager sovietici, quanto i campi di concentramento nazisti, erano inoltre luoghi di torture, sevizie, umiliazioni.
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Il motore che permetteva agli esecutori dei regimi di commettere quelle violenze? La disumanizzazione dell’altro.
Per assolvere la propria coscienza, affermava la guida seguendo il pensiero dello scrittore, per continuare a commettere l’orrore, era necessario convincersi che lo si stava attuando verso qualcuno che non era umano.
E, purtroppo, è possibile disumanizzare sia adulti che bambini.
È possibile disumanizzare un intero popolo o un’intera categoria di individui per determinate caratteristiche.
Nel libro “Tutto scorre”, scritto fra il 1955 e il 1963 e pubblicato postumo in Germania occidentale nel 1970, Grossman rifletteva:
“Per ucciderli, si è dovuto spiegare che i kulaki non erano uomini. Sì, come i tedeschi dicevano: i giudei non sono uomini. Allo stesso modo Lenin e Stalin: i kulaki non sono uomini. Ma questa è una menzogna! Uomini! Uomini erano. Ecco ciò che cominciai a capire. Tutti uomini!”.
Anche noi abbiamo il dovere, oggi, di gridare le stesse parole, di diffonderle con ogni mezzo possibile.
Abbiamo il dovere di dire no, di ribellarci, di raccontare la verità, in nome di quei ventimila piccoli uccisi ingiustamente e di tutti gli altri figli d’uomo eliminati dalla cattiveria e dall’incuria dei grandi: “Bambini, bambini erano. Tutti bambini”.
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