Una domenica mattina di settembre, in un paesino del Cilento svuotato dopo le vacanze estive. Le strade deserte, il bar con pochi anziani, e il mare che, in quell’ora, aveva un colore quieto, già d’autunno. Io e mio marito ci siamo seduti su una panchina a guardarlo. Poco più in là, un pescatore sistemava le reti. Il silenzio si è interrotto per la curiosità di mio marito, due battute con quell’uomo, e all’improvviso il mondo si è aperto davanti a noi: la morte recente della moglie, i figli lontani, emigrati per lavoro, la solitudine che pesa ma non spegne la dignità del suo sguardo. Un uomo che, senza saperlo, ci raccontava l’essenziale: la vita come ferita e dono insieme, da reggere non da soli.
Eppure, nello stesso istante, se prendo in mano il telefono, un altro mondo mi investe. Il dio che trabocca sui social dopo l’uccisione di Kirk in America: un dio ridotto a slogan, cucito a frasi spesso inventate, brandito come arma per accusare Netanyahu, per giustificare Hamas, per condannare Trump. Un dio manipolato, urlato, che nulla ha a che fare con il Dio silenzioso e misterioso che abita i cuori. Intanto l’ONU appare immobile, spettatore di tragedie infinite, e le piazze digitali rimbalzano il loro odio come fosse l’unica lingua rimasta. Ed io sono molto preoccupata.
Due mondi si fronteggiano. Quello delle urla senza volto, dove ciascuno brandisce Dio a proprio uso e consumo. E quello del pescatore, che nel suo dolore non inventa frasi, ma offre la verità nuda della propria vita. Nel primo si grida, si giudica, si accusa. Nel secondo si tace, si ascolta, si condivide. Forse il compito che ci resta è proprio questo: sottrarci al rumore che ci divora e tornare ad abitare la realtà, con i suoi incontri concreti e imprevisti. Tornare a sedere accanto a un altro, a scambiare due parole sul tempo che passa, a contemplare insieme un mare di inizio autunno. Perché la sete che ci brucia dentro non si spegne nei like e negli slogan, ma solo in un volto che si dona. E lì, tra la fragilità dei giorni e il silenzio che ci unisce, affiora l’eternità che ci aspetta.
Il Caffè sospeso...
aneddoti, riflessioni e storie di amore gratuito …quasi sempre nascoste.
Il caffè sospeso è un’antica usanza a Napoli. C’è chi dice che risale alla Seconda Guerra Mondiale per aiutare chi non poteva permettersi nemmeno un caffè al bar e c’è chi dice che nasce dalle dispute al bar tra chi dovesse pagare. Al di là delle origini, il caffè sospeso resta un gesto di gratuità. Nella nuova rubrica che apre l’anno 2024, vorrei raccontare storie o suggerire riflessioni sull’amore gratuito e disinteressato. Quello nascosto, feriale, quotidiano che nessuno racconta, che non conquisterà mai le prime pagine dei giornali ma è quell’amore che sorregge il mondo, che è capace di rivoluzionare la società dal di dentro. Buon caffè sospeso a tutti!
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Cari lettori di Punto Famiglia,
stiamo vivendo un tempo di prova e di preoccupazione riguardo il presente e il futuro. Questo virus è entrato prepotentemente nella nostra quotidianità e ci ha obbligati a rivedere i tempi del lavoro, delle amicizie, delle Celebrazioni. Insomma, ha rivoluzionato tutta la nostra vita e non sappiamo fin dove ci porterà e per quanto tempo. Ci fidiamo delle indicazioni che provengono dal Governo e dagli organi sanitari preposti ma nello stesso tempo manifestiamo con la nostra fede che “il Signore ci guiderà sempre” (cfr Is 58,11).




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Oggi, 8 marzo, festa della Donna. Auguri a tutte le donne del Mondo! Dal 1946 quando hanno avuto la possibilità…
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