Vita nascente
Mamma bis racconta: “Quando accogliere un figlio (o due!) è questione di fede”
di Giada Moneti
Una cassiera, in uno sperduto minimarket di periferia, mi ha dato la precedenza notando il pancione ed io, lo ammetto, mi sono commossa. Questo perché conosco sulla mia pelle, adesso per la seconda volta, quanto intollerante e indifferente possa essere il mondo verso la vita nascente. “Già fatto?!”, “Un altro? Io sono per l’inverno demografico… siamo troppi nel mondo”, “Non è un po’ presto?”, “Ma lo avete voluto?”.
Se in una prima gravidanza ti senti molto “elfa dei boschi” (leggiadra, attorniata da mille accortezze, mille premure…) questo tipo di domande possono ferire, magari lasciarti basita, in una seconda attesa impari a soppesare, a rispondere quando occorre e senza troppi timori.
Noti quando nessuno ti lascia passare avanti nella fila chilometrica delle Poste, quando troppi over80 occupano i parcheggi rosa nei supermercati, quando ti viene detto: “Sì, in teoria c’è la priorità… in teoria”.
Impari presto a capire che quella priorità te la devi andare a prendere (a costo di sembrare sfacciata e rompiscatole!) e che, al contempo, non dovrebbe essere affatto così. Un giorno appenderò uno spiegone sulla cupola del Duomo: la precedenza alle gravide si dà non perché siano invalide (altrimenti sarebbe obbligatorio) ma perché possono avere nausea, sciatica, pubalgia, mal di schiena, acciacchi vari, stanchezza infinita, bisogno del bagno ogni dieci minuti o magari un altro figlioletto che strilla in auto o nel passeggino. Non dovrebbe essere difficile capire perché abbiano il sacrosanto diritto di guadagnare cinque minuti di tempo! Insomma: vedi meglio, vedi prima, il lato ombroso del mondo, quello per cui i bambini devono stare zitti e buoni, le donne incinte non dare troppo fastidio. Più che elfa ti fanno sentire la “matta del villaggio” che ha avuto l’ardire di ripetere l’errore. Ecco, sul fastidio diffuso nei confronti della vita (nascente o nata da poco che sia), una parentesi: se alla Messa, su cinquanta persone c’è solo una bambina sotto i dieci anni, questa non è la normalità. O se la maggioranza è over50 e intervalla gli Ave Maria con gli “Sssshht!” rivolti al neonato, questa non è la normalità.
Capiamoci, avere pochi bambini intorno può far diventare più chiusi, intolleranti, insofferenti: i bimbi portano quel dolce scompiglio, quel caos, quell’imprevedibile che al nostro cuoricino pietroso e adulto piacciono poco, se non ci è abituato. La maggioranza, dicevo, dovrebbe essere un popolo di bambini – e la drammatica crisi della natalità in corso, di cui pochissimi per la verità si occupano sul serio, ne è la riprova. E qui mi torna in mente Patrizia (nome di fantasia), amica di sempre, atea, e la sua onesta domanda mentre parliamo di mamme e pance e infanzia: “A me piacerebbe avere tanti figli, ma se faccio fatica ad arrivare a fine mese adesso, con un solo bimbo… come farei con due? Riuscirò a mandarli in università, a dargli ciò che desiderano?”. E come darti torto, Patrizia cara? Come tranquillizzarti per ogni singolo giorno che verrà? Non posso farlo riguardo al domani, figuriamoci per i prossimi anni e per quattro o più persone, con le loro aspirazioni e desideri. Senza mettere di mezzo Gesù Cristo mi riesce assai difficile dare una risposta a questa domanda – se non premettendo il fatto che “del doman non v’è certezza”, anche per la nostra stessa vita.
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Non credo proprio che chi ha tanti figli sia, in un qualche modo, migliore degli altri: più bello, più in gamba, più bravo nel gestire le crisi di nervi e gli imprevisti. Né che abbia, garantito, un posto stabile e fisso (anzi, quasi tutte le famiglie che conosco vivono una situazione lavorativa precaria!). Mi spaventa il pensiero di chi vuole mettere in ordine la sua vita secondo le presunte certezze mondane: “quando avrò casa di proprietà”, “quando avrò il mutuo”, “quando avrò un lavoro stabile”, “quando…”, “quando…”, “quando…”.
Da tutto questo, cara Patrizia, non si esce facilmente – perché certe cose (come il pasto pronto in tavola, il tetto sulla testa) sanno essere molto convincenti quando si insinuano, non solo nella mente ma proprio nel cuore (figuriamoci un cuore di donna!). Ecco perché, amica mia, non so giustificarti la mia seconda gravidanza se non tirando in mezzo quel Gesù di cui sentiamo tanto parlare, che scandisce i nostri anni (dopo Cristo) e le nostre giornate (anche quelle degli atei, con Pasqua/Natale e via dicendo). Quel che posso dire a te, a chiunque si stia facendo questa domanda (magari non per un secondo ma anche per un primo figlio!), è che non troverà nessuna condizione soddisfacente per poter dire: “Ecco, ora sì, ora siamo pronti ad accudire un figlio per i prossimi trent’anni!”. Il tuo sposo non sarà mai abbastanza, la tua casa mai troppo grande, il tuo lavoro mai troppo ben pagato, i tuoi imprevisti mai troppo pochi, la tua rete di supporto mai troppo ampia…
Se si entra nel loop è finita: possiamo recitare l’Eterno Riposo alla nostra fecondità. Noi abbiamo seguito un desiderio che si faceva sempre più insistente e pressante scombinando tutto il resto: avevamo tanti, tantissimi pensieri, dubbi, domande, inquietudini importanti. Non avevamo pace. E sta qua il nocciolo: rimettendo in ordine le cose, facendo giustizia (e quindi mettendo Dio al primo posto) nel discernimento, ecco la svolta, ecco la pace. Accogliere un’altra vita, fare un figlio, è dichiarare guerra al mondo (parole di don Fabio Rosini): bene, abbiamo imbracciato le armi (della luce, sia chiaro!) e abbiamo pregato che al resto ci pensasse il Signore. È la mia preghiera standard (che non so se sia buona o meno, ma Lui sa): se vuoi che io faccia una certa cosa (la tua Volontà, in ultimo), aiutami tu con tutto il resto. Posso assicurarvi che ha pensato a tutto: al lavoro, ad una casa (anche se quattro traslochi in tre anni, beh, Signore…), a donarci pace e chiarezza. Abbiamo ancora qualche pensiero, ma è stato talmente sfolgorante il suo intervento che la nostra unica parola adesso è “Grazie”.
Grazie perché, prima di tutto, vedo la Sua firma nella mia vita, nelle grazie e negli eventi – insomma, a volte è così chiaro che non puoi proprio negare ci sia di mezzo Dio! Per carità, assieme ai tanti doni ci sono state (e continuano ad esserci) anche tante batoste. Di quelle nei denti, grosse e per nulla piacevoli: non è una strada spianata e larga, la Sua, resta una porta stretta. E questi nove mesi, per noi, sono stati le montagne russe più pazze di sempre. Misteriosamente, però, il Signore ti tiene agganciato a sé e ti conferma, proprio nelle prove, che è tutta opera Sua: che ti devi fidare, ha il controllo, sei semplicemente salito sul suo treno ad Alta Velocità! A tutte le “Patrizia” (o i “Patrizio”) là fuori: il mondo è intollerante e insofferente nei confronti della vita.
Palesemente, dagli aborti al diffuso fastidio, i bambini sono ancora gli ultimi della società. Per noi cristiani non può essere così. Con coraggio, aprirci alla Vita è accogliere Gesù, lo dice Lui stesso – chiunque accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me. Non si accoglie per capriccio, per piacere, perché la menopausa magari è alle porte o per rincorrere gli altri: Gesù invita ad un desiderio autentico, che ha sempre Dio al primo posto. E se una coppia accoglie Gesù, vuoi che il Padre non provveda al resto?! Patrizi cari, ogni gravidanza è un dono infinito, uno stato di grazia. Ogni coppia in attesa è meraviglia, luce, testimonianza viva. Non riusciremo mai ad esaurire le parole per raccontare questo miracolo. Perciò avanti, coraggio, ribaltate le paure del vostro cuore, non abbiano l’ultima parola. Lasciatevi sorprendere da Dio!
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stiamo vivendo un tempo di prova e di preoccupazione riguardo il presente e il futuro. Questo virus è entrato prepotentemente nella nostra quotidianità e ci ha obbligati a rivedere i tempi del lavoro, delle amicizie, delle Celebrazioni. Insomma, ha rivoluzionato tutta la nostra vita e non sappiamo fin dove ci porterà e per quanto tempo. Ci fidiamo delle indicazioni che provengono dal Governo e dagli organi sanitari preposti ma nello stesso tempo manifestiamo con la nostra fede che “il Signore ci guiderà sempre” (cfr Is 58,11).













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