Cronaca di una Marcia per la Pace a due volti
Quanti eravamo? Ventimila, centomila, duecentomila? Alla fine, che importanza hanno i numeri? Io c’ero, immersa in quella fiumana umana che domenica 12 ottobre ha avvolto Assisi per la storica Marcia della Pace Perugia-Assisi. Un’edizione carica di significati, celebrata a 80 anni dalla Liberazione e dalla prima bomba atomica, e a 800 anni dal Cantico delle Creature di San Francesco. Il sogno, scritto a caratteri cubitali sullo striscione che apriva il corteo, era uno e potente: fraternità.
Il manifesto della marcia parlava chiaro: “In un tempo buio, che uccide la fiducia e la speranza, noi vogliamo suscitare un sogno, antico e moderno: il sogno di una società fraterna“. E per 24 chilometri, quel sogno è sembrato tangibile. Un popolo variopinto, fatto di laici e religiosi, di famiglie con bambini e nonni pieni di un’energia incredibile, di bandiere di ogni colore, unite sotto l’unico vessillo arcobaleno della pace. La differenza di età è stato il primo e più bel segno di questa marcia, perché davvero tutti si sono sentiti coinvolti. Una signora dai capelli ormai imbiancati dall’età, a poche centinaia di metri dal sospirato arrivo, si è fermata e scherzando mi ha detto: “ma come ho pensato di fare ancora questa marcia? C’era ancora Berlinguer quando ho partecipato l’ultima volta!”. Gli anni passano, ma i desideri restano immutati.
Davanti alla Basilica inferiore di San Francesco viaggiavano unite la bandiera di Israele a quella di Palestina, quella dell’Ucraina a quella della Russia. Un trampoliere era ricoperto di tante altre: da quella del Sudan a quella della Repubblica democratica del Congo, dello Yemen e della Siria. Il desiderio di aprire lo sguardo su parti del mondo in cui la devastazione della guerra non fa abbastanza notizia, e che forse proprio per questo miete ancora più vittime. Vittime dell’indifferenza, come ha ricordato Flavio Lotti, Presidente della Fondazione PerugiAssisi per la Cultura della Pace. La pace ha cinque nemici: i killer, i complici, gli indifferenti, i cinici e gli ipocriti.
Lungo il percorso, il clima era di gioia, di accoglienza, di condivisione. “Siamo partiti da Bari alle tre del mattino,” mi ha raccontato un partecipante, “perché sapevamo di tornare a casa più carichi”. Era la festa della speranza, come l’ha definita dal palco l’artista Erika Mou: “Vorrei che la vita fosse questa. Essere qui è una speranza”. Una speranza nutrita dall’idea che “ogni figlio è mio figlio”, una maternità universale che ci lega tutti. Nel grande striscione posto all’ingresso della chiesa di Santa Maria sopra Minerva, alle spalle del “Fuoco della Pace”, rimasto acceso incessantemente dal 10 ottobre, un uomo anche lui con i suoi anni portati sulle spalle, mi ha chiesto di scrivere per lui una frase emblematica: “il silenzio si fa quando i bambini dormono, non quando muoiono”.
Da lì, l’arrivo alla Rocca di Assisi, con il piazzale ancora semi-vuoto, che è stato un momento davvero commovente. Bambini che giocavano con le loro bandierine, generazioni diverse unite da un unico, luminoso desiderio di pace. Un respiro di sollievo dalle oltre 50 guerre che oggi insanguinano il mondo, un ideale che sembrava finalmente unire sensibilità diverse, disarmando i cuori prima ancora che le mani.
Purtroppo, però, quell’atmosfera si è spezzata. Man mano che la piazza si riempiva, il sogno di unità ha lasciato il posto a una realtà ben diversa. La musica e le testimonianze sono state progressivamente sovrastate da una precisa fazione politica e sindacale, che ha di fatto trasformato la Rocca nell’ennesima piazza pro-Palestina d’Italia. L’ideale universale di pace per tutti i popoli si è contratto, focalizzandosi su un’unica, seppur drammatica, causa.
Il momento più emblematico è stato l’intervento di Mons. Domenico Sorrentino, vescovo di Assisi. Quando ha portato il saluto di Papa Leone XIV, esortando a “implorare il dono della riconciliazione e della stabile concordia” e auspicando che “all’odio subentri l’amore, all’offesa il perdono”, dalla folla si sono levati fischi, urla e commenti di fastidio.
Parlare di perdono ha fatto storcere il naso a chi sventolava solo alcune bandiere. Ma come si può anche solo immaginare un futuro diverso senza questo passaggio? Come ci ha ricordato Giovanni Paolo II alla Giornata Mondiale della Pace nel 2002, “non c’è pace senza giustizia e non c’è giustizia senza perdono”. È vero, la giustizia è fondamentale. Ma una giustizia che si nutre di rancore, risentimento e vendetta non costruisce, distrugge.
Mentre la giornalista Paola Caridi si chiedeva retoricamente “Dov’è nascosto Primo Levi a Gaza?”, io mi sono chiesta dove fosse finito lo spirito della marcia. L’invito a disarmare non solo le mani, ma anche le parole, si è scontrato con una realtà amara: la rabbia di pochi ha divorato il desiderio di pace di molti.
E questo solleva una domanda ancora più scomoda. Tra i tanti volti presenti, una parte della politica non c’era. Perché la pace sembra essere diventata solo una questione della sinistra italiana? Perché un’occasione così potente e potenzialmente unificante non riesce a essere davvero trasversale? La pace non dovrebbe appartenere a tutti, al di là degli schieramenti?
Torno a casa con le parole del Custode del Sacro Convento, Fra Marco Moroni: “La pace si raggiunge solo con la non violenza. Disarmiamoci”. E con la consapevolezza che la fatica più grande non è percorrere 24 chilometri, ma disarmare i nostri cuori dall’ideologia, per fare spazio a un sogno di fraternità che sia veramente per tutti. Altrimenti, anche la più bella delle marce rischia di diventare solo un altro campo di battaglia.
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