LUTTO PRENATALE E PERINATALE
15 ottobre: la luce nel buio del lutto prenatale e perinatale
di Fabrizia Perrachon
Ogni anno, il 15 ottobre, in molti Paesi del mondo si celebra la Giornata internazionale della consapevolezza sul lutto prenatale e perinatale. È una ricorrenza discreta, spesso ignorata dai mezzi di comunicazione, eppure carica di significato e di consolazione per le famiglie che hanno vissuto la dolorosa esperienza della perdita di un figlio prima (lutto prenatale) o subito dopo la nascita (lutto perinatale).
La Giornata per la consapevolezza sul lutto prenatale e perinatale non nasce per alimentare il dolore, ma per riconoscerlo, per uscire dal silenzio che spesso circonda queste perdite e per affermare la dignità di ogni vita, anche se brevissima.
Il gesto che caratterizza la giornata è l’“Onda di luce”, di cui ho parlato anche nel mio libro, Se il Chicco di frumento – storia vera di speranza oltre la morte prenatale, Tau editrice: “consiste nell’accendere una candela alle ore 19:00 e mantenerla per un’ora: ovunque ci si trovi, seguendo i fusi orari, questa scia luminosa brillerà dunque per ventiquattro ore e renderà visibile ciò e soprattutto chi è invisibile, aiuterà non soltanto a capire che i bambini non nati sono e devono essere parte costituente della società ma anche a far sentire meno soli quanti piangono una simile scomparsa”.
La luce diventa linguaggio universale, più eloquente di tante parole, capace di raccogliere insieme il silenzio, le lacrime e la speranza. Il lutto prenatale e perinatale – che chiamo “lutto invisibile” – è tra i più difficili da elaborare, proprio perché spesso lontano dagli occhi, proprio ma soprattutto degli altri. Una gravidanza interrotta, un bambino che muore al momento della nascita o pochi giorni dopo, lascia un vuoto che non sempre trova riconoscimento sociale. Troppo spesso i genitori sentono frasi che feriscono più che consolare: «Sei giovane, ci riproverai», «Meglio adesso che dopo», «Ne avrete un altro, vedrai»; parole che nascono dall’imbarazzo o dall’incapacità di affrontare il mistero della morte ma che finiscono per negare la realtà e la profondità del dolore o per ferire ancora di più.
Ogni vita, anche se durata pochi istanti, porta con sé un valore infinito: quel bambino è figlio, è fratello, è persona e – soprattutto – prima di essere figlio di una mamma e di un papà è figlio di Dio. Esattamente come ciascuno di noi. L’amore dei genitori, così come quello del Padre, non si misura in anni, mesi o settimane ma nell’intensità del legame che nasce nel momento stesso in cui si scopre quella nuova vita. Per questo la perdita lascia un vuoto reale, che merita di essere riconosciuto e rispettato. La Giornata Mondiale del 15 ottobre si pone proprio questo obiettivo: dare voce a chi soffre in silenzio, rompere l’isolamento, affermare che il lutto prenatale e perinatale è un lutto vero e profondo che merita rispetto, empatia, riconoscimento.
Il gesto delle candele accese è tanto semplice quanto potente; la fiamma che arde nella notte diventa immagine di ciò che è stato e continua a essere: la vita di un bambino che non è più visibile ma che resta vivo nella memoria e nella fede, vivo per l’eternità in Cielo. Accendere una candela significa dare forma al ricordo, trasformare il buio della perdita in una luce che resiste. È anche un gesto comunitario, perché nessuna famiglia è sola: nel medesimo istante, in altre case, in altre città, in altri continenti, migliaia di fiammelle ardono nello stesso spirito, nello stesso amore, che altro non è che l’Amore di Dio. L’onda di luce diventa così un simbolo di comunione universale, che abbraccia genitori di culture, lingue e Paesi diverse, uniti dall’essere famiglie tra Cielo e terra.
Alla luce della fede cristiana, questo gesto acquista un significato ancora più profondo in quanto la candela accesa richiama Cristo, “luce del mondo” (Gv 8,12), venuto a illuminare le tenebre della morte. Ogni piccola fiamma diventa allora un atto di affidamento: il nostro bambino non è perso nel nulla ma è nelle mani di Dio, immerso nella sua luce eterna. La comunità cristiana, partecipando a questa onda di luce, testimonia che la morte non ha l’ultima parola e che la comunione dei santi abbraccia anche coloro che hanno vissuto solo nella pancia della loro mamma o pochi istanti su questa terra, vivendo ora Lassù.
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Per chi ha fede, il lutto prenatale e perinatale non è solo un dramma umano ma un mistero che si colloca dentro la storia della salvezza. Il dolore non viene negato né minimizzato: Gesù stesso ha pianto davanti alla tomba dell’amico Lazzaro (Gv 11,35). Il pianto dei genitori, dunque, è sacro, partecipa al dolore stesso di Dio che soffre con i suoi figli. La fede, però, offre uno sguardo diverso: ci ricorda che la vita è dono, non proprietà. Il bambino non è mai “perso”, perché nessuno che sia stato chiamato all’esistenza è destinato al nulla. Come afferma il Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 1261), i bambini morti senza battesimo sono affidati alla misericordia di Dio, che vuole che tutti gli uomini siano salvi. Questa verità, accolta con fede, non elimina il dolore ma lo riempie di speranza. L’assenza diventa attesa, il lutto si trasforma in affidamento, che è esattamente il centro di un altro documento importantissimo: quello pubblicato nel 2007 e fortemente voluto da Papa Benedetto XVI – “La speranza della salvezza per i bambini morti senza battesimo” – per quale la Commissione Teologica Internazionale si era raccolta, aveva studiato, aveva pregato. In questa prospettiva, il 15 ottobre non è soltanto un “giorno di memoria” ma anche un “giorno di fede”: le famiglie che accendono una candela non lo fanno soltanto per dire “ricordiamo”, ma anche per professare che credono nella vita oltre la morte, che affidano il loro piccolo alla misericordia del Padre, che sperano di ritrovarlo nella comunione eterna.
La Giornata mondiale del lutto prenatale e perinatale non è solo un momento privato dei genitori colpiti dalla perdita, dunque, quanto piuttosto un’occasione preziosissima per la Chiesa e per la società intera; la comunità cristiana è chiamata infatti a farsi prossima a chi soffre, a offrire spazi di ascolto e di preghiera, a dire con gesti concreti che nessuno è solo. Troppo spesso i genitori che vivono un aborto spontaneo o una morte perinatale non trovano sostegno nelle parrocchie o nelle comunità, perché manca la consapevolezza della gravità di questa ferita.
La giornata del 15 ottobre invita allora le nostre comunità a crescere nella sensibilità pastorale: accompagnare i genitori con delicatezza, offrire momenti liturgici di suffragio e di consolazione, integrare il lutto prenatale nella preghiera comune. Ogni candela accesa è anche un appello che la Chiesa non lasci soli i suoi figli nel momento del dolore, ma sappia accogliere, sostenere e consolare. Anche la società civile può trarre frutto da questa giornata: parlare apertamente di lutto prenatale e perinatale significa riconoscere la dignità di ogni vita, sensibilizzare sul valore della cura, offrire strumenti di sostegno psicologico e sociale alle famiglie colpite. La luce delle candele, in questo senso, diventa un faro che illumina le coscienze e invita a un maggiore rispetto per la fragilità della vita.
Può sorgere naturale chiedersi: alla fine, cosa resta di questa giornata? La candela che illumina la notte è un’immagine profondamente evangelica: “La luce splende nelle tenebre, e le tenebre non l’hanno vinta” (Gv 1,5). Ogni bambino che non ha visto la luce la vede ora in Dio; ogni lacrima che scende dai volti dei genitori è raccolta dall’amore del Padre; ogni fiamma accesa il 15 ottobre è un atto di fede nella vittoria della vita sulla morte.
Per il credente, l’“onda di luce” è già icona del cielo: una comunione che non si spegne, una fraternità che supera i confini della morte, una promessa che illumina anche le notti più oscure. Non è solo un ricordo, ma una profezia: quei piccoli non sono scomparsi, sono entrati nell’eterna luce di Dio, e ci attendono.
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