Cara Ada, la vita resta un dono anche nella fragilità
Dopo il via libera al suicidio assistito per due donne affette da SLA nel Napoletano, una riflessione personale e civile: non lasciamo che la malattia e la sofferenza diventino sinonimo di solitudine e di mancanza di dialogo. Questa lettera aperta del nostro direttore speriamo possa arrivare a Ada e alla sua famiglia che certamente in questi anni è stata molto vicina a lei. Un tentativo di dialogare su un terreno che ormai pochi tentano di esplorare quello del confronto pacato e sereno.
Cara Ada,
ho letto la tua storia con il rispetto che si deve a ogni persona che attraversa il dolore. Le tue parole — affidate alla voce di tua sorella — raccontano un percorso di sofferenza che non si può banalizzare né comprendere fino in fondo se non lo si vive. Il peso che senti, e che dici di aver finalmente deposto, è reale. Eppure, permettimi di scriverti da sorella, da giornalista e da credente: quel peso non è il tuo corpo, né la tua vita. È piuttosto il carico di una solitudine che spesso grava su chi soffre, quando la malattia sembra togliere tutto ciò che dava senso ai giorni.
Non voglio giudicare la tua decisione. Voglio solo parlarti di dignità, quella vera — che non coincide con l’autonomia o con la forza fisica, ma con la consapevolezza di essere amati anche nella fragilità. La dignità non si perde quando il corpo non risponde più, né quando il dolore diventa invadente. È lì, intera, in te, anche ora.
Capisco il desiderio di “essere padrona della tua vita e del tuo corpo”. È un grido umano, comprensibile. Ma nessuno di noi è solo padrone: siamo custodi di un dono. La vita, anche ferita, resta un mistero più grande di noi, e proprio per questo chiede di essere accolta e accompagnata, non interrotta.
Vorrei che tu potessi ancora sentire accanto a te chi non ti lascia sola, chi sa restare, chi sa curare senza pretendere di guarire. Vorrei che la sanità, invece di organizzare “procedure di autosomministrazione”, organizzasse reti di conforto, cure palliative accessibili, ascolto, calore umano. Perché non è la morte l’antidoto alla sofferenza, ma la vicinanza.
Cara Ada, spero che questa mia lettera ti arrivi davvero. E spero anche in una tua risposta, magari solo in un pensiero, in un segno, perché oggi mi sembra che viviamo in un universo mediatico che parla tanto ma ascolta poco. Ho l’impressione, a volte, che siamo tutti un po’ marionette di pensieri altrui, intrappolati in schemi che ci fanno reagire invece di dialogare. Manca il confronto onesto, pacato, leale; manca la compassione reciproca, la capacità di mettersi in ascolto l’uno dell’altro. È un grido tra sordi e questo è inaccettabile per una comunità che vuole ancora dirsi civile.
Ti scrivo dunque non solo per te, ma anche per noi tutti, perché impariamo a guardarci negli occhi, a riconoscere nel volto dell’altro non un problema da risolvere, ma una persona da accompagnare. Ti auguro di sentire accanto a te, in questi giorni, non la voce fredda delle procedure, ma quella più calda della speranza. Una speranza che non nega il dolore, ma lo attraversa, credendo che anche lì, misteriosamente, c’è vita.
Con affetto e rispetto,
Giovanna Abbagnara
Direttore di Punto Famiglia
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