La bellezza di essere cristiani: non riduciamo la liturgia a un “dovere”
21 Ottobre 2025
Le celebrazioni liturgiche ed i sacramenti, pur parlando della salvezza operata dal Cristo, finiscono, inesorabilmente, con il non interpellare più l’oggi storico del fedele al quale non viene più chiesto di operare un discernimento volto a cambiare vita. Le celebrazioni liturgiche acquistano quella dimensione del “compiere un dovere” per poter star bene con la coscienza senza scalfire minimamente la vita quotidiana. Come fare perché non sia più così nelle nostre chiese?
«Due altri sacramenti, l’Ordine e il Matrimonio, sono ordinati alla salvezza altrui. Se contribuiscono anche alla salvezza personale, questo avviene attraverso il servizio degli altri. Essi conferiscono una missione particolare nella Chiesa e servono all’edificazione del popolo di Dio» (CCC 1534).
Il Catechismo afferma che i due sacramenti della missione sono ordinati per la salvezza personale ed altrui. Entrambi hanno una specifica missione ed entrambi sono orientati alla santità.
Il tema della santità è centrale nel cristianesimo e dà senso a tutta la vita dell’uomo, il cui destino è la visione di Dio. La relazione con Dio costituisce l’aspetto più profondo e più vero della natura di ogni uomo. La santità è il dono primo e fondamentale che ci costituisce cristiani. Riceviamo questo dono nel Battesimo attraverso il mistero della Grazia che fa di una semplice creatura umana una creatura celeste, un figlio di Dio.
Non a caso, nel rito aggiornato del matrimonio troviamo la memoria del Battesimo. A livello teologico, sta a significare che l’ordine e il matrimonio sono i due sacramenti che danno una forma specifica al sacramento del battesimo. Ogni cristiano, potremmo dire, inizia la vita sacramentale facendo “immediatamente carriera”: diventa figlio di Dio. Non c’è nessun titolo superiore a questo. I due sacramenti, dunque, danno forma a quell’essere figli di Dio. Nel caso del matrimonio, al numero 56 del rito, leggiamo il fine primario del sacramento: accogliere «(…) il dono del Matrimonio, nuova via della loro santificazione». Il Battesimo è una chiamata a prendere consapevolezza ed esplicitare la condizione di figlio di Dio nel proprio stato di vita.
Oggi, questo fatto non è più così chiaro. Le liturgie in cui si celebrano i sacramenti sono percepite come una forma di archeologia da dover compiere. Sempre più raramente sono caratterizzate dalla gioia di viverle. Perché? Forse perché manca la consapevolezza dell’essere chiamati alla santità?
Tutte le liturgie legate ai sacramenti hanno un significato ben preciso: offrire agli uomini la salvezza portata da Cristo incarnandola anche nei gesti liturgici. Questi hanno un significato chiaro e preciso e, inoltre, parlano alla vita di ogni singolo fedele interpellandolo sulla propria scelta cristiana. Tra liturgia e vita esiste una connessione profonda che, tuttavia, non è più percepita. Perché? E’ solo la superficialità dei tempi moderni? Non sembra così.
Lungo il fluire della storia si è assistito ad una separazione sempre più profonda tra la spiritualità-vita quotidiana e la liturgia anche a causa di fatti storici quali, valga da esempio tra i tanti, la cristianizzazione di massa che, inevitabilmente, ha contribuito a creare la frattura tra la salvezza e la vita quotidiana, riducendo (dove più e dove meno) la salvezza a dimensioni prevalentemente individuali e soggettive. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti.
Nella misura in cui la salvezza è intesa come realtà senza alcun aggancio diretto con il tempo presente, le celebrazioni liturgiche, ed in modo particolare i sacramenti, diventano solo “mezzi” necessari per produrre il passe-partout per poter accedere al premio eterno. Le celebrazioni liturgiche ed i sacramenti, pur parlando della salvezza operata dal Cristo, finiscono, inesorabilmente, con il non interpellare più l’oggi storico del fedele al quale non viene più chiesto di operare un discernimento volto a cambiare vita. Le celebrazioni liturgiche acquistano quella dimensione del “compiere un dovere” per poter star bene con la coscienza senza scalfire minimamente la vita quotidiana. La partecipazione alle celebrazioni, dall’essere motivo di gioia perché in esse si può incontrare Dio e cambiar vita, hanno finito con l’essere percepite come un “obbligo” da espletare perché solo in questo modo ci si può “salvare l’anima”, accedendo al premio eterno. La liturgia finisce così con l’incarnare l’essenza dei riti propiziatori romani che risiedeva nella ricerca della pax deorum, ovvero della pace con gli dèi, attraverso rituali e sacrifici. I Romani credevano che il successo delle loro azioni e la prosperità della città dipendessero dal favore divino, che si otteneva mantenendo un equilibrio con le divinità attraverso un’attenta osservanza delle pratiche religiose. Quanti cristiani, soprattutto anziani che fanno i conti con l’approssimarsi della fine dei giorni terreni, credono di fare “pace con Dio” riandando a messa?
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In definitiva, la vita cristiana non è più ritmata dalla liturgia, ma da una dimensione etica intesa erroneamente (perché l’etica è ben altro) più come complesso di norme che come nuova logica dell’esistenza. Se, inizialmente, la liturgia e la vita quotidiana (la storia) erano un tutt’uno, oggi la liturgia e i sacramenti sono ritenuti una cosa ben distinta dalla vita quotidiana. Perché stupirsi allora del calo della frequenza alle nostre liturgie? Tanto più che, se Dio è misericordioso, sarà alla fine più facile ottenere la pax con Lui ed accedere lo stesso al premio promesso.
Ecco che si fa strada la morale con il suo compito di indicare un’etica di vita al cristiano cosicché, anche per questo motivo, il cristianesimo, ma soprattutto l’istituzione Chiesa, comincia ad essere percepita come connotata da una lunga teoria di divieti – le cui motivazioni non sono comprese fino in fondo – e quindi generatrice di sofferenza gratuita posta sulle coscienze dei fedeli che non riescono ad essere ottemperanti a tali norme proprio per mancanza – oggi è più chiaro – di consapevolezza e motivazioni.
In questa situazione, la spiritualità, cioè la vita quotidiana in Cristo, si allontana sempre di più dalla liturgia trovando rifugio (e alimentandole!) nelle devozioni private, nella pietà popolare che, dal tardo medioevo in poi, hanno condizionato, in modo negativo proprio quella liturgia da cui si erano allontanate. Nel periodo storico post-pandemia assistiamo ad un rinvigorirsi di queste pratiche devozionali a tutti i livelli. Tale spiritualità, legata alle devozioni, potrebbe finire col sopraffare i misteri della vita di Cristo proponendo altri modelli di vita lodevoli ma non equiparabili all’unico modello per i cristiani che resta Cristo.
Non deve stupire, quindi, se ancora oggi si assiste alla mancanza di consapevolezza nei gesti liturgici, nei sacramenti e se la Santa Messa è percepita come un “dovere” (chi non ha mai sentito parlare del precetto?) da compiere nei confronti di Dio. Non deve stupire se la liturgia non è vissuta con piacere e gioia. Ben diversa è la situazione dei neofiti convertiti da adulti, che hanno abbracciato la fede e hanno imparato a viverla nella liturgia. Questa considerazione ne induce inevitabilmente un’altra: oggi abbiamo bisogno di essere iniziati ai riti per poter comprenderne il senso stesso, ciò che esso contiene e dice alla vita di ciascuno. Se non per tutti, ciò valga almeno per coloro che “vogliono fare sul serio”.
Romano Guardini, nel suo testo Lettera sull’atto di culto e il compito attuale della formazione liturgica, afferma che, se le intenzioni del Vaticano II verranno poste in atto, sarà necessario un giusto insegnamento ed educazione all’atto stesso che si compie in una liturgia. Se non vi sarà una giusta educazione all’atto rituale la riforma dei riti non gioverà a nulla. Fu facile profeta. Il rito, in qualche modo, dovrebbe diventare lo specchio della fede-viva del cristiano che vi partecipa e viceversa la fede-viva, che si cerca di vivere nella vita di tutti i giorni, dovrebbe trovare espressione nel rito.
Veniamo iniziati a tutto, ovviamente, oggi: alla scuola, allo sport praticato già dai quattro anni di vita etc… Tutte cose buone che non devono far dimenticare la necessità di un’iniziazione che non sia di tipo scolare (sapere-eseguire) ma piuttosto di tipo esperienziale. Ci vogliamo provare a cominciare dal rito aggiornato del matrimonio.
Cosa fare per crescere in santità, per far maturare la consapevolezza di quel seme gettato in noi il giorno in cui abbiamo ricevuto il sacramento del Battesimo?
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stiamo vivendo un tempo di prova e di preoccupazione riguardo il presente e il futuro. Questo virus è entrato prepotentemente nella nostra quotidianità e ci ha obbligati a rivedere i tempi del lavoro, delle amicizie, delle Celebrazioni. Insomma, ha rivoluzionato tutta la nostra vita e non sappiamo fin dove ci porterà e per quanto tempo. Ci fidiamo delle indicazioni che provengono dal Governo e dagli organi sanitari preposti ma nello stesso tempo manifestiamo con la nostra fede che “il Signore ci guiderà sempre” (cfr Is 58,11).



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