Papa Leone parla di una “malattia tanto diffusa”: la tristezza

Screenshot del video https://www.youtube.com/watch?v=1-bnyn_idGk

“La risurrezione di Gesù Cristo è un evento che non si finisce mai di contemplare e di meditare, e più lo si approfondisce, più si resta pieni di meraviglia, si viene attratti, come da una luce insostenibile e al tempo stesso affascinante”. Parole del Papa.

Intervenuto all’Udienza del mercoledì, nella mattina del 22 ottobre, Papa Leone XIV ha così parlato dell’evento fondante della fede cristiana, la risurrezione di Gesù: “È stata un’esplosione di vita e di gioia, che ha cambiato il senso dell’intera realtà, da negativo a positivo; eppure non è avvenuta in modo eclatante, men che meno violento, ma mite, nascosto, si direbbe umile”. Per il Santo Padre, la risurrezione di Cristo “può guarire una delle malattie del nostro tempo: la tristezza. Invasiva e diffusa, la tristezza accompagna le giornate di tante persone”. 

La definizione che dà è la seguente: “Si tratta di un sentimento di precarietà, a volte di disperazione profonda, che invade lo spazio interiore e che sembra prevalere su ogni slancio di gioia”. Un sentimento che nel Vangelo è vissuto in modo particolare dai due discepoli di Emmaus (Luca 24,13-29) e di cui il Papa ci dice: “Essi, delusi e scoraggiati, se ne vanno da Gerusalemme, lasciandosi alle spalle le speranze riposte in Gesù, che è stato crocifisso e sepolto”.

Per Leone, “Nelle battute iniziali, questo episodio mostra come un paradigma della tristezza umana: la fine del traguardo su cui si sono investite tante energie, la distruzione di ciò che appariva l’essenziale della propria vita”.  Ci troviamo davanti ad una speranza svanita: “la desolazione ha preso possesso del cuore”.

Eppure, “Il paradosso è davvero emblematico: questo triste viaggio di sconfitta e di ritorno all’ordinario si compie lo stesso giorno della vittoria della luce, della Pasqua che si è pienamente consumata”. 

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Il Vangelo ci mostra questi due uomini che “danno le spalle al Golgota”, dove tutto “sembra perduto”. Per questi due uomini “Occorre tornare alla vita di prima, col profilo basso, sperando di non essere riconosciuti”. Ed ecco che si affianca ai due discepoli “un viandante”, sembra “uno dei tanti pellegrini che sono stati a Gerusalemme per la Pasqua”. In realtà “È Gesù risorto, ma loro non lo riconoscono. La tristezza annebbia il loro sguardo”. E cosa fa Gesù? “LI ascolta, lascia che sfoghino la loro delusione. Poi, con grande franchezza, li rimprovera di essere «stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti!» (v. 25)”. Quando il Risorto spiega loro le Scritture, sentono ardere di nuovo il cuore. Tanto da invitare quel forestiero a cena.

“Gesù accetta e siede a tavola con loro. Poi prende il pane, lo spezza e lo offre. In quel momento i due discepoli lo riconoscono… ma Lui subito sparisce dalla loro vista (vv. 30-31). Il gesto del pane spezzato riapre gli occhi del cuore, illumina di nuovo la vista annebbiata dalla disperazione. E allora tutto si chiarisce: il cammino condiviso, la parola tenera e forte, la luce della verità… Subito si riaccende la gioia, l’energia scorre di nuovo nelle membra stanche, la memoria torna a farsi grata. E i due tornano in fretta a Gerusalemme, per raccontare tutto agli altri”.

Questo è il saluto dei cristiani non a caso nel giorno di Pasqua: “Il Signore è veramente Risorto” (cfr v. 34), è qui che “si compie l’approdo certo della nostra storia di esseri umani”. Per il Santo Padre, “Riconoscere la Risurrezione significa cambiare sguardo sul mondo: tornare alla luce per riconoscere la Verità che ci ha salvato e ci salva”.




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