APRIRSI ALLA VITA
Cosa significa aprirsi alla vita? Prima di tutto, lasciarsi interrogare
Posto che ciascuna coppia dialoga, si interroga, decide tra sé (e, se è credente, davanti a Dio) a seconda delle proprie possibilità di generare e accogliere la vita, la libertà di chi sceglie l’apertura alla vita – come atteggiamento di fondo e postura esistenziale – è quella di non cristallizzarsi su una data posizione, bensì di rimettersi sempre in discussione, di interrogarsi continuamente: “Siamo ancora impossibilitati a diventare genitori? Potremmo dare una nuova possibilità alla vita?”.
Qualche tempo fa, una persona mi ha detto che i metodi naturali per la regolazione delle nascite possono essere usati come contraccettivo se vi è, nel cuore, chiusura sistematica alla vita. Come rispondere a questa affermazione? Di fatto, se ci pensiamo bene, è così.
È importante, anzitutto, riflettere su un fatto: la mentalità contraccettiva pervade la nostra cultura. I figli sono spesso considerati ostacoli alla realizzazione personale. E, per questo, si rimanda o si esclude la possibilità di aprirsi alla vita. Persino tra i cristiani può entrare la mentalità per cui “decido a priori quanti figli avere, di stabilire un numero (“massimo due”) e, per svariate ragioni, ancora giovani di affermare: “Con i figli abbiamo chiuso per sempre”.
La proposta del metodo naturale non si pone come opzione contraccettiva in più, si colloca su un altro piano: la coppia, conoscendo il ciclo della donna, decide mese per mese, giorno dopo giorno, se aprirsi ad un atto coniugale potenzialmente generativo o astenersi quando non si è in grado di accogliere una nuova vita per le più svariate ragione. La differenza tra un metodo naturale e un metodo contraccettivo è che nel primo caso l’aspetto generativo non è omesso, non si mette tra parentesi, lo si considera, ogni mese. Quando si decide per un metodo contraccettivo, invece, l’aspetto generativo è cancellato (almeno fino a decisione contraria). Questo consolida, appunto, la mentalità contraccettiva, che può comunque insinuarsi anche in chi utilizza un metodo naturale.
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Infatti, anche un metodo naturale può essere usato come metodo contraccettivo, e questo avviene quando la scelta di non aprirsi alla vita è data ormai per assodata, per consolidata, per definitiva; quando si è consolidata l’idea che non devono assolutamente arrivare altri figli, nonostante sia bbia ancora una lunga fertilità davanti.
Ora, posto che ciascuna coppia dialoga, si interroga, decide tra sé e davanti a Dio a seconda delle proprie possibilità di generare e accogliere la vita, la libertà di che sceglie l’apertura alla vita come atteggiamento di fondo e postura esistenziale è quella di non cristallizzarsi su una data posizione, bensì di rimettere sempre in discussione, di rimescolare le carte, di interrogarsi continuamente: “Siamo ancora impossibilitati a diventare nuovamente genitori? Potremmo dare una nuova possibilità alla vita?”.
Non si tratta di subire pressioni, di vivere la genitorialità come imposizione esterna o per senso di colpa. L’apertura alla vita si realizza con responsabilità e con gioia (nel caso in cui ci si trovi davanti a una gravidanza inattesa è molto importante non isolarsi, condividere, lasciare che altri possano aiutare se ci troviamo in un momento di difficoltà).
Il punto è non chiudersi nel cuore, prima ancora che nel fisico.
Lasciare sempre aperta la domanda: “Oggi, come stanno le cose?”. Si tratta anche di cambiare la domanda da: “Perché dovrei avere un altro figlio” a “Cosa ci impedisce di diventare nuovamente genitori?”.
Questo significa essere aperti alla vita. Il che non c’entra col sentirsi forzati a diventare genitori per accontentare amici, parenti, o i gruppi religiosi di cui si fa parte. Aprirsi alla vita significa lasciare la vita ci interroghi e ci trovi pronti a dare ragione delle nostre scelte. Non una volta per tutte, ma di volta in volta, con onestà, in coppia e davanti a Dio.
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