I figli di chi sono?
Essere genitori oggi è più difficile di ieri. Non per mancanza di amore, ma per mancanza di aiuto. Si cresce da soli, si lavora troppo, si guadagna poco, si è stanchi. Mancano i servizi, manca la rete, manca la comunità. La genitorialità si riduce a un gesto privato in un deserto pubblico. Lo Stato invoca la natalità ma non la accompagna, la società si commuove davanti alle culle vuote ma poi si volta dall’altra parte.
Come uscire da questa impasse? Innanzitutto, dobbiamo dire che questa realtà ci riguarda tutti, siamo tutti convocati per giocare la partita decisiva, quella che a vari livelli – istituzioni, comunità ecclesiale, mondo del Terzo Settore – deve porsi come obiettivo la necessità di aumentare la natalità, pena il decadimento della società civile. Ma potrebbe essere interessante porsi una domanda che avvia una riflessione importante: i figli di chi sono? Se rispondiamo con sincerità, possiamo affermare che i figli non sono innanzitutto «di chi li genera» solo nel senso biologico, né solo «di chi li cresce», ma sono — in un senso più ampio — eredità di tutta la comunità, affidati alla responsabilità dei genitori, sì, ma sostenuti dalla rete sociale, dallo Stato, dalla famiglia allargata. Sono «di» genitori che diano loro affetti, valori, presenza, ma anche «della» società che li accoglie, li accompagna, li fa crescere.
Ogni bambino è un bene comune, un’eredità che attraversa la famiglia e la società, una vita che chiede di essere accolta e custodita da una rete solidale. E non solo i figli nella carne. Favorire l’affido, la solidarietà familiare, la disponibilità ad aprire le porte di casa e di cuore, sono gesti di vita e oggi più che mai rivoluzionari. Un popolo che non si prende cura dei propri figli – anche di quelli che non ha generato – smette di essere popolo. E allora, se abbiamo il coraggio di rispondere davvero alla domanda “i figli di chi sono?”, dobbiamo ammettere che sono affidati a tutti e per questo le famiglie devono essere aiutate a generare figli perché nel momento in cui si aprono alla vita, esse svolgono anche un ruolo sociale che lo Stato è chiamato a sostenere, incoraggiare, favorire.
Se accettiamo questa visione – che i figli sono affidati, che il compito genitoriale è una missione che va oltre la mera volontà individuale –, allora si impone una riflessione etica: se avere un figlio implica una piena assunzione di responsabilità, e se la società lo considera un bene che trascende il singolo, si potrebbe affermare che scegliere l’aborto – quando questo appare come un esercizio della propria «facoltà genitoriale» volteggiando tra sì / no – rischia di essere una negazione del bene del figlio.
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Ho trovato conferma in una riflessione che il professore Gian Carlo Blangiardo, già presidente dell’ISTAT, ha fatto in un articolo su Avvenire commentando i dati sulla natalità. Dopo aver dimostrato che in tempi storici diversi – anche con la presenza di guerre in corso – e con minori aiuti economici il tasso era nettamente superiore a quello di oggi, ha osservato che dopo la legge 194 del 1978 si è avuto una triste inversione di tendenza: «In sostanza si può ritenere che l’eliminazione – o quanto meno la significativa riduzione – della componente di nascite non programmate sia stato uno dei principali fattori alla base del fenomeno della denatalità.» Parole che sinceramente attendevo perché mi sembrava una grande colpa di omissione parlare di denatalità senza parlare di aborto. Perché? Perché bisogna avere il coraggio di dire con lucidità che la denatalità non è solo effetto della crisi economica o del lavoro precario, ma anche della scelta culturale di controllare, limitare, selezionare la vita.
In altre parole: se riconosciamo che il bambino appartiene non solo ai genitori ma anche alla comunità, allora la decisione di accogliere quella vita o di interromperla diventa non solo un diritto individuale, ma un atto che ha conseguenze per tutto il contesto familiare e sociale. La cultura individualistica favorisce la “selezione” dei figli, la società al contrario che vede il bene comune dovrebbe agire in senso contrario e invece non fa nulla per aiutare quei genitori che vorrebbero accogliere la vita, come se quei figli (già concepiti e dunque viventi) non fossero suoi. La società si preoccupa di far crescere i figli ma non di aiutarli a nascere. Interroghiamoci sulla responsabilità che sta dietro la generazione. Sarebbe un primo passo importante nella tutela della vita sempre, fin dal concepimento e forse una conversione sostanziale anche rispetto al trend delle nascite.
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Non sono d'accordo con i vescovi della Campania.
Non sono sullo stesso piano chi deve nascere e chi è già nato. ....“La vita è tutta intera“: la stessa…
Fermo restando che l'aborto è un diritto della donna, nessun genitore con un po' di cervello vorrebbe trovarsi una figlia…