Il Vangelo letto in famiglia
XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - ANNO C - 26 ottobre 2025
Abbiamo bisogno di Dio
San Francesco amava ripetere una frase che racchiude una verità incredibile: «Tu sei il creatore e io sono la creatura». Ecco, questo è l’ordine ancestrale di una fede vissuta in maniera sana. Perché Dio è il creatore, origine di ogni cosa, fonte della vita e di ogni bellezza, mentre noi siamo le creature.
Dal Vangelo secondo Luca (Lc 13,1-9)
In quel tempo, si presentarono alcuni a riferire a Gesù il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subìto tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo». Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: “Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Tàglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?”. Ma quello gli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai”».
IL COMMENTO
di don Gianluca Coppola
Il Vangelo della trentesima domenica del Tempo Ordinario ci mette di fronte a una triste verità: possiamo ritenere di essere credenti, possiamo ritenere di essere persone che hanno una fede robusta, e invece può succedere che stiamo addirittura praticando una “fede” che è contraria alla fede in Dio, che è l’opposto di quella sana relazione che dovremmo instaurare con Dio. San Francesco amava ripetere una frase che racchiude una verità incredibile: «Tu sei il creatore e io sono la creatura». Ecco, questo è l’ordine ancestrale di una fede vissuta in maniera sana. Perché Dio è il creatore, origine di ogni cosa, fonte della vita e di ogni bellezza, mentre noi siamo le creature. Le parole di San Francesco sono utili anche per interpretare al meglio la parabola presentata da Gesù in questo passo del Vangelo. In tale racconto, i termini dell’espressione francescana sono invertiti e la creatura cade, da un lato, nella sfiducia in sé stessa, dall’altro, nella tentazione di diventare dio di sé stessa. Ma la sfiducia, se affidata a Dio, può trasformarsi in salvezza, mentre la superbia non può che diventare perdizione.
Gesù, attraverso la parabola, ci porta nell’ordinarietà del tempio, dove incontriamo un fariseo e un pubblicano, due personaggi che vivono in maniera opposta il proprio rapporto con Dio. Gesù introduce la parabola sottolineando già la negatività di uno dei due, perché il suo racconto parlerà di «alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri». La presunzione, purtroppo, è un atteggiamento deleterio in quanto impedisce al nostro cuore di aprirsi alla verità. Essa, infatti, è una strettissima parente del pregiudizio, e tutto ciò che è preconcetto, tutto ciò che un ordine prestabilito, fatta eccezione per quello che ci viene dettato dalla Sacra Scrittura e dal magistero della Chiesa, è sicuramente nemico di Dio. I due uomini della parabola partono entrambi da un pregiudizio. Il primo, ovvero il fariseo, sta ritto in piedi, assume cioè la posizione da preghiera tipica dei farisei; egli sta nella corretta posizione, è, globalmente, una persona giusta. Eppure, il problema risiede proprio nell’eccessiva consapevolezza della sua correttezza, che in questo modo rischia di trasformarsi nell’esatto opposto. Siamo davanti a una sorta di inflazione spirituale: molti, purtroppo, cadono in questo eccesso, e così facendo non riescono a esaminarsi nelle proprie componenti malvagie o sbagliate; talvolta, si tratta di un meccanismo di difesa che adottiamo per non soffrire, ma altre volte succede perché siamo realmente convinti di essere integerrimi e dunque non riusciamo a vedere le parti marce del nostro essere, non riusciamo ad ammetterle di fronte a Dio e tendiamo a sottolineare solo il bene che c’è in noi. Il fariseo, infatti, prega dicendo: «O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo». Questo atteggiamento, che purtroppo anche noi adottiamo troppo spesso nelle nostre preghiere, è il contrario della fede vera, è il contrario di ciò che Gesù stesso ci ha insegnato. Nella Lettera ai Filippesi si dice che Gesù «pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò sé stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini». Il fariseo si comporta in modo diametralmente opposto, sembra quasi fare un elenco delle cose belle che lo contraddistinguono, come se volesse presentare il conto a Dio. È evidente che nella sua preghiera non sta adorando Dio, ma sé stesso, utilizzando Dio. Qui giungiamo, purtroppo, alle dolenti note, perché questa è una prassi che troppo spesso si presenta anche nella nostra vita parrocchiale: le nostre preghiere, talvolta, diventano una sorta di autocelebrazione. «Maldetto l’uomo che confida nell’uomo», maledetto l’uomo che si fa dio di sé stesso. Questa è una cosa molto grave, utilizzare Dio per celebrare sé stessi, e ciò avviene molto più spesso di quanto pensiamo. Talvolta, anche nelle confessioni esordiamo con un “Padre, ma io che peccati faccio”. Sembra quasi che la confessione sia il mezzo per dimostrare al sacerdote che siamo belli, buoni e bravi, e che non avremmo assolutamente bisogno di quel sacramento, lo stiamo facendo solo per fare un favore a Dio.
Giungiamo finalmente al secondo personaggio della parabola, ovvero il pubblicano, che era un pubblico peccatore. Era una persona che aveva sbagliato sul piano religioso, forse sociale, una persona che sapeva di aver sbagliato e sarà proprio questa la sua salvezza. Anch’egli parte da un pregiudizio su sé stesso, dalla consapevolezza della propria negatività. La differenza, però, è che nella sua preghiera non parte da sé stesso, ma da Dio. La sua “negatività” lo porta ad aver bisogno di Dio. È proprio questo il punto: la fede è il bisogno insaziabile di un Dio senza il quale non possiamo fare nulla, di un Dio che apre le nostre vite alla possibilità della vita stessa, di un Dio senza il quale la vita non è vita. Possiamo anche pregare mille ore al giorno, pronunciare tremila parole una dietro l’altra spendendo le ore migliori, ma se non sentiamo il bisogno di Dio, se non lo riconosciamo come nostra salvezza, allora non abbiamo una fede vera, stiamo soltanto portando avanti una pratica religiosa. Il fariseo, infatti, torna a casa e nulla è cambiato per lui, resta fermo nelle sue convinzioni. Anzi, non ha alcun dubbio sulla propria fede, l’idea che la sua non sia una vera fede non gli sfiora nemmeno la mente. Il pubblicano, al contrario, fa un vero incontro con Dio, perché parte dal bisogno di Dio stesso, che viene soddisfatto attraverso la cosa più preziosa che Lui ci possa donare: la misericordia. Il pubblicano comprende che, nonostante sé stesso, Dio lo ama, lo accoglie, lo perdona.
Auguro a tutti di poter fare l’esperienza di questo pubblicano, auguro a tutti di scoprire che abbiamo bisogno di Dio. Lui non è il palco su cui esibirsi o soddisfare sé stessi, Lui è l’amico grande e onnipotente, che ci accoglie, ci ama, ci salva e ci perdona.
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stiamo vivendo un tempo di prova e di preoccupazione riguardo il presente e il futuro. Questo virus è entrato prepotentemente nella nostra quotidianità e ci ha obbligati a rivedere i tempi del lavoro, delle amicizie, delle Celebrazioni. Insomma, ha rivoluzionato tutta la nostra vita e non sappiamo fin dove ci porterà e per quanto tempo. Ci fidiamo delle indicazioni che provengono dal Governo e dagli organi sanitari preposti ma nello stesso tempo manifestiamo con la nostra fede che “il Signore ci guiderà sempre” (cfr Is 58,11).




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