STORIE FAMILIARI

In chi speriamo? Da famiglia, vi raccontiamo il Giubileo delle persone con disabilità

di Nicola e Giulia Gabella

Stiamo vivendo l’anno giubilare 2025 che Papa Francesco ha sapientemente voluto dedicare alla speranza; il tema centrale del Giubileo è infatti: “Pellegrini di Speranza”. Come si fa a parlare di speranza? Come possiamo sperare? E soprattutto, in che cosa e in chi speriamo? Abbiamo una figlia con disabilità e, in questi mesi, abbiamo voluto approfondire alcune domande. Pensiamo di aver capito che la speranza ha la sua origine dall’ascolto, trova forza nella condivisione e non può essere individuale.

La Bolla di indizione del Giubileo inizia con queste parole: «Spes non confundit», «la speranza non delude» (Rm 5,5). Nel segno della speranza, l’apostolo Paolo infonde coraggio alla comunità cristiana di Roma. La speranza è anche il messaggio centrale del Giubileo, che secondo antica tradizione, il Papa indice ogni venticinque anni. 

Tutti sperano. Nel cuore di ogni persona è racchiusa la speranza come desiderio e attesa del bene, pur non sapendo che cosa il domani porterà con sé. L’imprevedibilità del futuro, tuttavia, fa sorgere sentimenti a volte contrapposti: dalla fiducia al timore, dalla serenità allo sconforto, dalla certezza al dubbio. Incontriamo spesso persone sfiduciate, che guardano all’avvenire con scetticismo e pessimismo, come se nulla potesse offrire loro felicità. Possa il Giubileo essere per tutti occasione di rianimare la speranza.

Con mia moglie Giulia e nostra figlia Sara abbiamo voluto rispondere a questo invito del papa e a fine aprile scorso ci siamo recati a Roma per partecipare al Giubileo delle persone con disabilità. Per chi non ci conosce, devo precisare, infatti, che Sara, fin dalla nascita, vive in prima persona l’esperienza della disabilità con grande coraggio e determinazione, ma a volte anche con grande fatica e dolore.

Quei giorni passati a Roma sono stati giorni particolari: papa Francesco ci aveva da poco lasciati per tornare a Dio Padre (il 21 aprile) e papa Leone XIV ancora doveva essere eletto (la fumata bianca sarebbe stata il giorno 8 maggio). Questa situazione creava dentro di noi dei sentimenti difficili da descrivere, sicuramente di incertezza e anche un po’ di abbandono. Eravamo a Roma, pellegrini nell’anno del Giubileo della Speranza, ma senza il papa. Davvero non lo avremmo mai immaginato così il nostro pellegrinaggio e per essere un Giubileo che aveva come tema centrale, appunto, la speranza, diciamo che non eravamo partiti bene.

Abbiamo comunque vissuto giornate belle e intense, insieme anche ad amici della “Piccola Marcia francescana”. Per chi non lo sapesse, la “Piccola Marcia francescana” nasce nel 2018, su iniziativa di Flavia, una ragazza di Padova con disabilità motoria che insieme a fra Paolo Bergamaschi (al tempo in servizio ad Alba) pensarono di organizzare una marcia che potesse essere adatta a lei e ad altre persone con disabilità, ma che avesse al contempo tutte le caratteristiche della Marcia Francescana che da decenni viene organizzata per i giovani e che prevede l’arrivo in Porziuncola il 2 agosto di ogni anno, in occasione del Perdono di Assisi.

Tutti noi ci siamo sentiti dire durante le giornate e gli eventi dedicati, in particolare da Monsignor Fisichella, che le persone con disabilità sono il cuore della Chiesa, annunciatori di Gesù e testimoni di speranza. Come dicono oggi i giovani… “Tanta roba!”.

Ascoltare questo ci ha fatto piacere, ma anche pensare. È davvero così? Le persone con disabilità sono davvero il cuore della Chiesa? Sono davvero il cuore delle nostre parrocchie? Chi vive una disabilità è davvero al centro della pastorale? I ragazzi e le ragazze con disabilità vengono realmente coinvolti nelle attività, non solo come partecipanti, ma anche come parte attiva della comunità? Chi vive nel proprio corpo la disabilità è davvero riconosciuto come annunciatore del Vangelo e testimone di speranza?

Siamo tornati a casa con tante domande, alcune ancora senza risposta e, sono sincero, con poca speranza nel cuore.

Nei giorni successivi abbiamo provato a condividere ciò che avevamo ascoltato con amici (di parrocchia e non solo) e anche con sacerdoti; ci siamo resi però conto che c’è davvero tanta fatica ad affrontare queste tematiche, anche negli ambienti ecclesiali dove, in teoria, l’attenzione ai più fragili dovrebbe essere il “pane quotidiano”.

Da quelle giornate sono passate ormai diverse settimane e abbiamo vissuto giorni tristi. Ci guardiamo intorno e vediamo dolore. Dolore di famiglie a noi molto care che hanno perso un figlio, una figlia, un nipote; dolore nel mondo per tanta indifferenza, dolore perché forte è la sensazione che l’uomo non impara mai dai suoi sbagli, dagli errori e orrori della storia, e ancora oggi pensa che sia possibile risolvere i problemi di convivenza con la guerra e con la violenza, invece che con il dialogo, senza considerare che questa violenza non farà altro che generare nuovo odio, nuova violenza, nuovo dolore… sempre di più.

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Proviamo anche sconforto perché vediamo la nostra Chiesa di occidente “spenta” davanti a tante questioni importanti che non sarebbero negoziabili, come il valore della vita in ogni sua forma dal concepimento al suo termine naturale, il tema dell’identità di genere – che così forte oggi viene messo in discussione generando confusione tra i giovani – e, soprattutto, dolore davanti alla sofferenza dei nostri fratelli del Medio Oriente, dell’Asia e dell’Africa, di Gaza.

E poi c’è un dolore tutto nostro, personale, legato alle nostre vicende di famiglia, le visite, gli esami, gli interventi chirurgici e i controlli, le terapie, le rinunce e le fatiche di ogni giorno che ci “accompagnano” sempre, da quasi 30 anni, e sembrano averci promesso “fedeltà eterna”.

E allora, come si fa a parlare di speranza? Come possiamo sperare? E soprattutto, in che cosa e in chi speriamo?

Abbiamo voluto approfondire in questi mesi tutte queste domande, e quello che pensiamo di aver capito attraverso l’ascolto di alcune persone e attraverso la lettura di documenti è che la speranza ha la sua origine dall’ascolto, trova forza nella condivisione, non può essere individuale, cioè non si può ridurre alla speranza di uno solo e non è mai fine a sé stessa: è necessariamente feconda.

Dove nasce quindi la speranza dentro di noi? Certamente ha origine dall’ascolto. Due delle quattro costituzioni conciliari, la Dei Verbum e la Gaudium et Spes, lo esprimono chiaramente.

Dei Verbum inizia proprio con queste parole: “In religioso ascolto della parola di Dio e proclamandola con ferma fiducia, il santo Concilio fa sue queste parole di san Giovanni: «Annunziamo a voi la vita eterna, che era presso il Padre e si manifestò a noi: vi annunziamo ciò che abbiamo veduto e udito, affinché anche voi siate in comunione con noi, e la nostra comunione sia col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo»” (1 Gv 1,2-3).

La Chiesa, prima di scrivere qualsiasi documento e, soprattutto, prima di fare qualsiasi azione deve indispensabilmente mettersi in ascolto della Parola di Dio. Solo così sarà in grado di comprendere cosa c’è davvero nel cuore dell’Uomo e saprà cogliere il cambiamento dei tempi, facendo scelte giuste che tengano conto di questi cambiamenti, ma al contempo sapendo rimanere fedele al Vangelo di Cristo.

Questo è il primo passo che ogni uomo e donna di buona volontà deve fare, e anche per noi è stata la stessa cosa; ad un certo punto del nostro cammino di famiglia abbiamo avuto l’intuizione, e poi la certezza, che ciò che ci poteva salvare era solamente l’ascolto della Parola di Dio, perché è guida nel cammino, balsamo e medicina per le ferite dello spirito e dell’anima. 




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