CORRISPONDENZA FAMILIARE

Fede e carità nella Valle di Pompei. La testimonianza di Bartolo Longo

3 Novembre 2025

Bartolo Longo appartiene alla ristretta categoria di quei cristiani che hanno vissuto nella luce della fede tutti i giorni, facendo della vita un nuovo annuncio di quel Vangelo che da duemila anni accompagna il cammino dell’umanità. La recente canonizzazione ad opera di Papa Leone (19 ottobre) rappresenta il sigillo ecclesiale di una vicenda esemplare ed invita a rileggere i passaggi più importanti della sua biografia. 

Una vita lunga e operosa (1841-1926), quella di san Bartolo, costellata di molteplici impegni negli ambiti apparentemente più diversi: il culto e la carità, la stampa e l’impegno civile. La sua è una personalità poliedrica: fondatore di un santuario e di una Congregazione religiosa, giornalista e scrittore. Un uomo che ha saputo sapientemente intrecciare la fede e la cultura. A ragione Benedetto XVI lo ha presentato come il “fondatore della nuova Pompei”, testimoniando con i fatti che la fede, se autenticamente vissuta, è capace di rigenerare la storia degli uomini e di fare di una Valle povera e degradata un luogo di civiltà. 

Bartolo è stato un umile discepolo del Vangelo. È questa la premessa indispensabile per comprendere la straordinaria fecondità apostolica. Abbiamo l’abitudine di guardare i santi quando sono arrivati in cima alla montagna, dimenticando il cammino che hanno fatto, la fatica e le lotte che hanno dovuto affrontare per riconoscere, accogliere e restare fedeli alla chiamata di Dio. Quella di Bartolo Longo è una storia tutta in salita, a partire dagli anni della giovinezza, segnati da un abbandono della fede ricevuta in famiglia. Nel clima anticlericale dell’università napoletana, Bartolo aveva ceduto alle sirene del positivismo e dello spiritismo. Cercava una risposta ai dubbi e alle domande di un cuore inquieto, come quello di tutti i giovani. Non fu un breve passaggio ma un’esperienza che durò diversi anni e avrebbe potuto allontanarlo per sempre dalla fede cattolica se il buon Dio non avesse aperto un varco. 

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La Provvidenza di Dio intervenne, grazie ad un amico che lo riportò alla fede e all’opera delicata e forte di due religiosi: padre Radente, domenicano, e padre Ribera, redentorista. La Provvidenza è sempre attiva ma non sempre trova in noi un’adeguata e pronta accoglienza. Bartolo, invece, in quel frangente tempestoso della sua vita, si lasciò guidare con assoluta docilità, fidandosi delle persone che Dio gli aveva fatto incontrare. 

La santità non è mai un’avventura isolata ma cresce in una casa comune. La santità s’impara andando alla scuola dei santi e Bartolo Longo ha avuto la grazia straordinaria di incontrare sul suo cammino testimoni di primo piano, anch’essi già canonizzati, mi riferisco in particolare a santa Caterina Volpicelli (1839-1894) e san Ludovico da Casoria (1814-1885). Testimoni di una fede appassionata che ha nutrito la fede ancora debole del giovane neofita che, dopo la conversione, aveva bisogno di ricevere il latte della fede. La frequentazione dei santi non solo ha irrobustito la sua adesione al Vangelo ma gli ha dato anche una specifica impronta che poi ritroveremo nella vita del Santuario. La testimonianza di san Ludovico, il frate della carità, lo ha certamente sollecitato ad accompagnare la vita orante della nascente realtà pompeiana con l’impegno a favore dei piccoli e dei poveri. 

Pompei oggi è conosciuta come la Città di Maria, la Madonna del Rosario, ma anche come il luogo in cui fede e carità si sono saldamente intrecciate, come ha sottolineato Benedetto XVI: 

“Spinto dall’amore, il beato Bartolo Longo fu in grado di progettare una città nuova, che poi sorse attorno al Santuario mariano, quasi come irradiazione della sua luce di fede e di speranza. Una cittadella di Maria e della carità, non però isolata dal mondo, non, come si suol dire, una cattedrale nel deserto, ma inserita nel territorio di questa Valle per riscattarlo e promuoverlo” (19 ottobre 2008). 

Quando giunge per la prima volta nella Valle di Pompei, nelle vesti di amministratore delle proprietà della contessa de Fusco, Bartolo Longo vede in quali condizioni vive la gente: non solo la povertà ma anche il degrado sociale, la mancanza di mezzi e di strutture sociali (all’epoca non c’era nemmeno la scuola), la presenza del brigantaggio. Una situazione intollerabile anche in quell’epoca in cui purtroppo la miseria era ampiamente diffusa e… tollerata. Tuttavia, la prima preoccupazione del giovane avvocato è stata quella di costruire una chiesa al fine di promuovere la devozione del Rosario tra i contadini della Valle. Voleva educare alla fede, comunicare a tutti la sua stessa fiducia nella Santa Vergine. 

Questa scelta nasce dalla fede e dalla certezza che dove arriva Dio, fiorisce il deserto. San Bartolo non poteva sapere dove lo avrebbe condotto la Provvidenza divina ma sapeva con certezza qual è il punto di partenza: la chiesa è il luogo dove Cielo e terra s’incontrano, lo spazio in cui Dio accoglie la preghiera umile e fiduciosa dei suoi figli. E difatti, a conferma di questa fede, la Madonna provvide quasi subito a donare le carezze di Dio, attraverso numerose grazie. Il primo grande miracolo fu la guarigione di una ragazzina di 12 anni, Clorinda Lucarelli. 

Questa premura materna della Madonna ha certamente commosso san Bartolo: non solo lo ha confermato nella fede e nell’opera che muoveva i primi passi, ma ha anche mosso il cuore a guardare con occhi nuovi i piccoli, quelli che non avevano un avvenire, abbandonati a sé stessi, orfani e figli dei carcerati, questi ultimi ancora più poveri degli altri. È la premessa di quell’opera di carità che nascerà qualche anno dopo e che ancora oggi accompagna e illumina la vita del Santuario e di questa Città. 

La storia non comincia dal basso, come piace dire a molti. Noi sappiamo che inizia dall’alto, dall’iniziativa assolutamente gratuita di Dio. Se dal Cielo la Madonna manifesta la tenerezza di Dio attraverso grazie e inspiegabili guarigioni, spetta a noi fare altrettanto e prolungare nel tempo le carezze di Dio. In fondo, ogni opera di carità è solo un segno, fragile ma eloquente, dell’amore di Dio che da sempre accompagna e sostiene la speranza dell’umanità.

La santità è sempre contagiosa. Bartolo ha imparato dai santi e ha consegnato alla Chiesa un’esperienza che, a sua volta, ha incoraggiato tanti altri a camminare nella santità. Applaudire i santi non basta. È necessario lasciarsi interpellare e coinvolgere da Dio, come hanno fatto loro, per continuare nell’oggi a scrivere pagine di fede e di carità. 




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Silvio Longobardi

Silvio Longobardi, presbitero della Diocesi di Nocera Inferiore-Sarno, è l’ispiratore del movimento ecclesiale Fraternità di Emmaus. Esperto di pastorale familiare, da più di trent’anni accompagna coppie di sposi a vivere in pienezza la loro vocazione. Autore di numerose pubblicazioni di spiritualità coniugale, cura per il magazine Punto Famiglia la rubrica “Corrispondenza familiare”.

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